“Vivere felici senza plastica”, la guida: 5 consigli pratici per passare ad uno stile di vita “plastic-free”

Napoli
05:00 del 23/04/2019
Scritto da Carla

Hanno proprietà utilissime – sono leggere, resistenti all’umidità e alle alte temperatura, sono durevoli ed economiche. Svolgono, inoltre, un ruolo fondamentale in alcuni campi, come in ambito ospedaliero, per le attrezzature industriali, i computer e i cellulari. Le plastiche sono importanti e liberarsene del tutto è impossibile. Tuttavia nella maggior parte dei casi sono dannose e per questo dobbiamo imparare al più presto a eliminarle nei settori nei quali non c’è bisogno: è la tesi di Chantal Plamondon e Jay Sinha, due imprenditori che hanno fondato una società con lo scopo di combattere l’inquinamento da plastica e di cui è appena uscito il libro Vivere felici senza plastica. La guida definitiva. Non ci sono più scuse (Sonda edizioni).

Più di 900 Empire State Building al giorno: tanta è la plastica che viene prodotta nel mondo. Ogni anno nel mondo vengono utilizzate 500 miliardi di buste di plastica, mentre si acquistano 1 milione di bottiglie di plastica ogni minuto, il 10% dei rifiuti di tutto il mondo. Abbiamo 5.25 trilioni di pezzi di plastica galleggianti nei nostri oceani, l’1% di quella nelle acque marine visto che il 99% è sotto la superficie. Le conseguenze sugli animali sono drammatiche: nello stomaco del 60% degli uccelli marini c’è plastica, mentre si stima che il 90% degli uccelli ancora vivi abbia mangiato plastica in qualche sua forma. Insomma la plastica è ovunque, nell’aria, nella terra, nell’acqua, anche a livello microscopici. Sfuggire ad essa è impossibile, bisogna produrne di meno.

Un altro punto che gli autori “sfatano” è il mito del riciclaggio della plastica. “Tutti i consumatori”, scrivono gli autori, “pensano che buona parte della plastica sia riciclabile. In realtà, non è così: in Italia solo 961mila dei 7 milioni di tonnellate di plastica prodotte sono riciclate, anche perché la plastica può essere convertita solo in prodotti di minore qualità”. Da questo punto di vista, ad esempio, è sbagliato lavare più volte le bottiglie usa e getta, perché quella plastica è economica e deperibile e rischia di far filtrare nelle bevande pezzettini microscopici di plastica e sostanze chimiche.


Gli autori suggeriscono un cambiamento nel modo di concepire la plastica: non un rifiuto da smaltire, ma una preziosa, seppure potenzialmente tossica, risorsa da riciclare con attenzione. Questo mutamento può ovviamente andare di pari passo con una riduzione drastica della plastica nelle nostre vite. Oltre ad un lavoro per eliminare la plastica inutile da casa – che secondo gli autori passa attraverso una sorta di “plasticanalisi”, ovvero chiedersi per ogni oggetto in plastica se sia di alta qualità, se se ne abbia davvero bisogno, se può essere dannoso per la salute – gli autori suggeriscono di porre attenzione, d’ora in poi, a ciò che entra in casa: in questo senso occorre leggere le etichette, acquistare il più possibile prodotti sfusi, comprare prodotti di qualità, oggetti di seconda mano, scegliere rivenditori anche on line con meno imballaggi, puntare su materiali alternativi: vetro, ceramica, ghisa, alluminio, stagno o latta, titanio, cotone biologico, lana, bambù, canapa, seta,cuoio, legno, sughero, gomma naturale, fibre vegetali, pelli di animali. La bioplastica, notano gli autori, non è una valida alternativa a meno che non sia compostabile.

Ma come, in concreto, sostituire la plastica con altri materiali? I primi passi sono semplici: si può cominciare dal rimpiazzare le buste di plastica con quelle di stoffa o plastica durevole; non acquistare più bottigliette di plastica ma portarne sempre una riutilizzabile in vetro o in acciaio; dire no ai bicchieroni usa e getta da asporto girando con una tazza in vetro, ceramica o acciaio; sostituire i contenitori di plastica per alimenti prediligendo quelli in vetro, acciaio inossidabile e legno; evitare posate di plastica a favore di quelle in bambù, acciaio o legno; dire no alle inquinantissime cannucce di plastica utilizzandone una in bambù, vetro o acciaio; non usare le salviettine per neonati o struccanti che non sono biodegradabili sostituendole con un panno; evitare le capsule da caffè, che gli autori definiscono “un flagello” (molto meglio la vecchia moka).

E ancora: al supermercato, ad esempio, si può andare con sacchetti di cotone a rete per frutta e verdura, ma anche con contenitori di acciaio e vetro per la gastronomia, evitando di prendere la plastica da incarto. Per gli avanzi di cibo, bene i contenitori in acciaio inossidabile, vetro, mentre la pellicola in cera d’api può essere utile per gli avanzi di insalata. Molti i consigli per l’igiene personale: usare semplici saponette, assorbenti o tamponi riutilizzabili (o coppette mestruali), pannolini di stoffa, rasoi in metallo o elettrici, spazzolini in bambù, indossare solo fibre naturali.

Nell’ultima parte del libro, gli autori danno alcuni consigli su come convincere parenti e amici a usare meno plastica. “Il percorso verso una vita plastic free è personale”, scrivono, “giudicare o essere polemici con gli altri non li aiuterà a darvi ascolto”. Meglio condividere pacatamente il proprio punto di vista con parenti o amici e colleghi, magari coinvolgendoli in un evento, ad esempio la pulizia di una spiaggia. Mai scatenare conflitti, ad esempio rifiutando un regalo perché di plastica, ma al tempo stesso cercare di far loro capire che siete impegnati in questa battaglia, magari facendo una lista di regali in negozi ecologici. Si possono poi imitare alcune iniziative come quella dell’olandese Annemieke, che dal suo blog Plastic minimalismplasticminimalism. blogspot.nl, ha lanciato l’iniziativa Plastic-Free Tuesday, ovvero un giorno a settimana senza nessun consumo e rifiuto di plastica. Si può poi andare oltre, passando al vero e proprio attivismo: ad esempio cercando di coinvolgere i propri brand preferiti a diventare plastic free, ma anche reclamando se i prodotti acquistati hanno confezioni, parti di plastiche o sostanze chimiche non convincenti, infine cercando di creare una vera e propria comunità libera dalla plastica nel proprio quartiere o comune. Come? Coinvolgendo scuole, negozianti, proiettando documentari sulla tematica, infine facendo conoscere i tanti artisti che hanno fatto opere d’arte (magari con plastica riciclata) per evocare sentimenti ecologisti e sensibilizzare le persone alle conseguenze di questo materiale. Tanto affascinante quanto dannoso su uomini, animali e ambiente.

Da: QUI


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Categorie: , Ambiente, Scienze, Sociale


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