La violenza non è solo uno schiaffo o portare dei lividi sul corpo, è molto di più.

Aosta
05:30 del 10/08/2018
Scritto da Carmine

La violenza non è solo uno schiaffo o portare dei lividi sul corpo, è molto di più.

E’ vergogna, è paura, è ansia, è timore di non essere compresi, è timore di non essere creduti, è, sopratutto la consapevolezza di scontrarsi con un muro di gomma quale l’omertà o la consapevolezza che chi è preposto non ti aiuti.

Magari puoi anche accettare e fare i conti con l’omertà intorno a te, ma l’omertà e l’abbandono da parte delle Istituzioni cui ti rivolgi, per chiedere tutela, protezione, aiuto e supporto, non si possono accettare.

Da anni si leggono articoli ovunque, su testate giornalistiche locali, nazionali e sui social, dove Forze dell’Ordine ed Enti vari avviano continue e svariate campagne per sensibilizzare le donne, che subiscono silenziosamente violenza, a denunciare, ad uscire dal silenzio, a farsi coraggio e sopratutto a fidarsi ed affidarsi alle Istituzioni, denunciando e gridando contro chi non ha rispetto per niente e per nessuno, facendo leva in modo vigliacco su stati di ansia e paura.

E poi? Cosa succede? Difficile immaginarlo se non hai “toccato con mano”.

Ma io si, lo so bene. E voglio raccontare la mia storia. Ecco nello specifico cosa succede:

Varchi la soglia dell’Istituzione alla quale decidi di chiedere aiuto e tutela, dopo un’enorme sofferenza e disagio (difficile da spiegare e quasi impossibile da comprendere) con un senso finalmente di sollievo e pensando che ti accoglieranno, dandoti tranquillità e serenità e senso di protezione. Invece, sin dal primo approccio, incontri atteggiamenti ostili. Vorresti sentirti dire “tranquilla, ora ci siamo noi”, invece trovi scarsa considerazione, atteggiamenti volti a scoraggiarti, sguardi solo di curiosità, nessuno che ti dà il beneficio del dubbio. Sei “sbattuta “, con poca professionalità e poco tatto, da un ufficio all’altro; la tua richiesta scritta – nonostante hai appreso dalle varie campagne di sensibilizzazione, che c’è un ufficio e gente che dovrebbe occuparsi solo di te perchè creato solo per quello – passa da un dipendente all’altro, il quale, dopo aver letto, guarda caso, non è l’addetto preposto ad apporre una semplice firma e un protocollo sulla tua denuncia/richiesta di aiuto.

Non c’è una persona alle 9.30 del mattino, a metà settimana, ad accogliere una donna che chiede aiuto, non c’è una sola persona che ti fà accomodare in un ufficio, ma attendi nei vari corridoi, mentre, oltre 15 impiegati, a turno, si fanno il passamano della tua richiesta di aiuto, facendo ognuno le opportune chiamate di rito (a non so chi), allontanandosi da te o chiudendo la porta davanti a te, che attendi sempre in piedi nel corridoio.


Alla fine delle sterili consultazioni nessuno vuole apporre una firma, fino a quando, esasperata e chiaramente offesa e infastidita, con voce ferma, pretendi un protocollo, sulla ricevuta della tua richiesta.

Vai via, demotivata, delusa e incredula, dalla “non accoglienza” dalla leggerezza con la quale viene gestita una richiesta di aiuto per violenza di genere, dovrai attendere la chiamata il mattino seguente, con la quale vieni invitata a ritornare per firmare un “verbale di ratifica” che poteva essere compilato il giorno prima con meno disagi .

Inizia cosìuna triste e anomala vicenda, con un fine vergognoso, che racconterò sommariamente dovendo, per privacy, omettere nomi e alcuni episodi.

Malgrado la copiosa documentazione allegata, la persona segnalata, che peraltro porta una divisa, ha continuato ad assillarti, incurante della richiesta depositata, per oltre 15 giorni, fino a quando, sempre incredula e sempre più demotivata, ti rivolgi nuovamente all’Autorità, e integrando la richiesta, con documentazione attestante i contatti successivi, chiedi, sempre con più timore, che questo soggetto sia chiamato e allontanato da te.

Le indagini, malgrado la documentazione e una molteplicità di allegati, attestanti l’essere insistentemente infastidita e perseguitata, continuano e durano ben 4 mesi, alla fine dei quali arriva finalmente “l’inevitabile ” provvedimento amministrativo richiesto.

Provvedimento al quale, lo Stalker, come da sua facoltà, fà ricorso al TAR, che con sentenza abbreviata, emessa nella stessa mattina della prima udienza, rigetta quale chiaro segno della non fondatezza.

Allora tu pensi “finalmente è finita”, malgrado tutti gli ostacoli. ” Ho fatto bene a denunciare”.

Ma immediatamente il penoso e vergognoso risvolto:

Dopo soli 20 giorni, dall’ordinanza del TAR, lo Stalker chiede la revoca del provvedimento all’Autorità che lo ha emesso, e che davanti al TAR si è opposta al suo annullamento, e ottiene la revoca .

Ha fatto il bravo 6 mesi ( 4 dei quali sono durate le indagini e un altro mese il suo ricorso al TAR) diranno nelle motivazioni di revoca. Ma se è vero che solo 20 giorni prima la stessa Autorità si era opposta in modo fermo all’annullamento, che senso ha?

Donne, denunciate, denunciate! Non abbiate timore, così si sente e si legge, ma la realtà è diversa. Si gioca con la vostra dignità, con il vostro dolore e la vostra sofferenza, si calpestano i vostri diritti mentre nonostante gli atti persecutori, sarete costrette a difendervi a spese vostre.

Attenzione a chi denunciate. Sappiate che ci sono le categorie di uomini che si possono denunciare e altre categorie che non si toccano.

Non ci sono parole per definire questa vicenda e spero che qualcuno si interessi a questa storia perchè, a prescindere dalla mia vicenda personale, non è accettabile che ancora oggi la gran parte delle Istituzioni, nelle quali ho anche incontrato rari esempi di persone splenide, con questi vergognosi comportamenti non tutelano chi denuncia ma avallano, coprono e autorizzano persone malate di ledere la libertà altrui.

Alle Istituzioni dico: prima di avviare campagne di sensibilizzazione alle vittime di violenza, sensibilizzatevi voi. Perché siete ben lontani dai concetti di rispetto e libertà.

Da una donna vittima di Stalking

Da: QUI


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Categorie: , Denunce, Sociale


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