Quali sono le ultime scoperte che confermano la presenza di molecole organiche nello spazio?

Bergamo
09:00 del 19/10/2015
Scritto da Alberto

Panorama ha voluto intervistare, fra i tanti scienziati, l’astrobiologo Giuseppe Galletta che a BergamoScienza, domenica 18, ha parlato di «Vita extraterrestre: dove, come, quando».

Quali sono le ultime scoperte che confermano la presenza di molecole organiche nello spazio?

Ultimamente, con l’avvento del sistema di interferometri Alma (in Cile), uno strumento estremamente potente, sono state individuate molte molecole quasi identiche a basi azotate e amminoacidi.Tramite l’impiego di radiotelescopi si può scandagliare lo spazio alla ricerca di questi composti chimici. Sostanze simili a quelle della vita terrestre, come lipidi e amminoacidi, si trovano invece analizzando le meteoriti cadute sul nostro pianeta. Ogni anno vengono fatti numerosi studi per la ricerca di molecole organiche nel cosmo, ma finora non ci sono state scoperte eclatanti: questo perché molecole come Rna e Dna sono difficili da rintracciare nello spazioperché sono molto grandi e quindi vibrano a frequenze bassissime. Le onde elettromagnetiche emesse da queste oscillazioni sono fuori dalle frequenze acquisibili dai nostri ricevitori.

Che cosa si intende precisamente per molecole organiche?

Sono quelle a base di carbonio. Per formare pezzi di Dna e proteine sono necessarie invece molecole prebiotiche, cioè basi azotate, zuccheri e lipidi, fondamentali perché costituiscono le membrane delle cellule.

Molecole organiche sono state trovate su asteroidi e comete, significa che i mattoni della vita sulla terra provengono da lì?

La questione è dibattuta. Le comete che arrivano dalle zone più esterne del sistema solare conservano le sostanze della nuvola di polveri e gas da cui si è originato il nostro sistema e che non sono state alterate dal calore della nostra stella. Però, anche se abbiamo mandato sonde su questi corpi celesti, è stato possibile analizzarne solo la superficie: non si può vedere, come si fa con le meteoriti in laboratorio, se all’interno è presente Dna. Possiamo fare delle ipotesi. Le prime tracce chimiche di vita sulla Terra risalgono a 3,9 miliardi di anni fa, lo stesso periodo in cui si sono formati gli oceani. La vita è quindi contemporanea alla loro nascita. Tuttavia le rocce più antiche del nostro pianeta risalgono a 4,5 miliardi di anni fa. 

Che cosa significa questo?

Che tra la formazione rocciosa e la comparsa della vita sono passati solo 600 milioni di anni. Secondo alcuni studiosi è un tempo troppo breve per permettere la formazione di molecole organiche come le proteine. Se ne deduce quindi che queste ultime sono state portate negli oceani dalle comete. Però questo materiale arrivato dallo spazio ha potuto attecchire perché ha trovato un ambiente già idoneo, diverso per esempio da quello di Marte o Venere, dove queste spore cosmiche non avrebbero potuto sopravvivere.

Quanti pianeti extrasolari sono stati o individuati finora?

A oggi sono stati scoperti 1969 pianeti attorno a circa 1.400 stelle. Significa che molti astri hanno un sistema planetario multiplo. Il numero aumenta di giorno in giorno, sul sito exoplanet.eu è possibile avere la conta in tempo reale. L’Unione astronomica Internazionale ha indetto una gara per dare un nome agli esopianeti: tutti possono proporre, scegliere e votare.

L’ultimo, scoperto qualche mese fa, è stato soprannominato «la Terra gemella». Ma come facciamo a sapere se è potenzialmente ospitale per la vita?

Non è proprio un gemello perché non si conosce la massa. Senza questo dato non si può dire con certezza come sarebbe la vita sul pianeta. Se fosse di massa due volte quella terrestre la gravità sarebbe il doppio e tutto peserebbe due volte di più. E non possiamo sapere se, in queste condizioni, si può sviluppare vita simile a quella terrestre. La chiave per essere certi di un’attività organica è scrutare l’atmosfera degli esopianeti tramite spettroscopia per individuare tracce di ozono, vapore acqueo e soprattutto assorbimento nella radiazione infrarossa. Se siamo in presenza di questo fenomeno, causato dalla clorofilla, significa che sulla superficie ci sono batteri e piante. Tuttavia possono esistere microrganismi che producono emissioni diverse da quelle che riscontriamo nell’atmosfera del nostro pianeta. Con l’esperimento “atmosfera in provetta”, eseguito da ricercatori di Roma e Padova, si illuminano per esempio alcuni batteri con la stessa luce che emanano le nane rosse, gli astri che hanno più probabilità di avere sistemi planetari, per vedere quali tipi di gas producono e andarli a ricercare poi nelle atmosfere dei pianeti extrasolari.

Lei ha condotto esperimenti con geologici e biologi, in passato, simulando l’ambiente marziano per meccanismi cellulari in ambienti estremi. Dove sono stati condotti questi test e a quali conclusioni hanno portato?

Purtroppo l’esperimento si è dovuto concludere per mancanza di fondi, però abbiamo dimostrato che sulla superficie di Marte i batteri vengono sterilizzati al suolo dalla radiazione ultravioletta. Tuttavia abbiamo anche visto che se c’è uno strato di polvere o di batteri morti che scherma le spore batteriche, queste riescono a sopravvivere per qualche giorno. I tardigradi, piccolissimi animaletti che riescono a vivere in condizioni estreme perché si avvolgono su loro stessi come dei ricci, hanno resistito otto ore in un ambiente marziano simulato. 

Lei crede che davvero un giorno potremo atterrare su Marte come abbiamo fatto sulla Luna?

Certo, ma prima bisogna risolvere il problema della propulsione per il vettore che porterà gli astronauti. Un altro ostacolo è dato dall’impatto delle radiazioni dei raggi cosmici: con le attuali tecnologie non si possono schermare le navicelle spaziali e gli occupanti riceverebbero, durante il viaggio interplanetario che durerebbe almeno un anno, una tale dose di radiazioni da raddoppiare il rischio di morte per cancro. Una soluzione allo studio è creare un campo magnetico attorno all’astronave in modo da proteggerla dai raggi cosmici.

E la possibilità di colonizzare Marte per farne una base terrestre, pura fantascienza?

No, è tecnicamente fattibile. Se si risolve però il problema delle radiazioni e del supporto di sostanze vitali sul pianeta.

Quali caratteristiche fondamentali dovrebbe avere un pianeta per ospitare forme di vita evolute come la nostra?

Dovrebbe avere un ambiente simile al nostro. Il nostro codice genetico è una combinazione casuale: in un pianeta diverso dalla Terra anche il codice genetico degli abitanti sarebbe differente dal nostro.

Lei pensa che la vita intelligente o altre civiltà possano esistere, o siano esistite in passato, in altri luoghi dell’universo? 

Nell’universo ci sono milioni di galassie e ognuna contiene miliardi di stelle, quindi la probabilità che ci sia vita è abbastanza alta. Anche nella nostra galassia, che è formata da duecento miliardi di stelle. Ma se siano esseri intelligenti questo nessuno lo sa. La mia impressione è che ci siano altre forme di vita intelligenti nella Via Lattea, con le quali però non è possibile avere un dialogo a causa delle grandi distanze. Tutto quello che possiamo aspettarci è una comunicazione che segnala la loro presenza, una sorta di messaggio in una bottiglia che dice “ehi, siamo qua!”. Ma potrebbero esserci anche civiltà aliene con una cultura isolazionista, che non desiderano far sapere che esistono né di comunicare con altri.

Come se la immagina una forma di vita “extraterrestre”?

Dipende dall’ambiente. L’evoluzione ci ha insegnato che ogni creatura si adatta all’habitat in cui vive. Per esempio gli animali che vivono nelle grotte sono tutti bianchi e ciechi perché non hanno bisogno della luce. In un pianeta totalmente ricoperto di acqua le creature che lo popolano sarebbero senza ossa, mentre se il pianeta fosse nell’orbita di una nana rossa, che emette poca luce visibile, vedrebbero solo nell’infrarosso.


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Categorie: Scienze


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