Gli stabilimenti balneari danno lavoro ogni anno a qualcosa come 300mila persone fra bagnini, baristi, addetti alla reception della clientela e semplici tuttofare.

Rimini
21:43 del 23/06/2014
Scritto da Albertone

Tutti al mare, ma non per mostrare le "chiappe chiare" come recitava un celebre ritornello di uno dei brano più gettonati del secolo scorso. Estate, tempo di riposo, di refrigerio e magari anche di qualche bagno al mare. Come noto, la crisi ha ridotto decisamente il numero di vacanzieri ed ha ristretto... le vacanze. In questo 2014 partiranno due italiani su tre per una durata complessiva non superiore agli 11 giorni. Le città non si svuoteranno e il mare rimane la meta preferita per il 48% dei nostri connazionali. Solo vent'anni fa, l'appeal delle acque salate era al 73%. Sarà colpa dei prezzi degli alberghi, delle code infernali sulle autostrade, ma anche merito delle località turistiche di montagna e d'arte che hanno saputo farsi spazio a suon di marketing e promozioni. Ma, nonostante questo, l'economia delle vacanze estive continua a gravitare attorno al mare. E, forse anche per questo, le spiagge sono un luogo di lavoro. Come detto, non solo vacanzieri: per cinque mesi, le circa 30mila imprese concessionarie dei servizi balneari danno lavoro a 300mila persone e all’indotto turistico-ricreativo che vi ruota intorno.

Un numero straordinario che abbraccia pressochè tutta la Penisola, anche se è soprattutto il Mar Adriatico ad essere il miglior bacino per i lavoratori stagionali che decidono di sacrificare al lavoro il periodo da maggio a settembre. Il merito, presto detto, va agli 8.000 chilometri di costa che abbracciano tutto il territorio. Di questi solo il 53% è balneabile ed in media ogni 350 metri di questo perimetro presenta uno stabilimento balneare in concessione deManiale. Ed è evidente che, laddove ci sia un "bagno", serve anche gente che lo gestisca, lo faccia girare, accolga i vacanzieri, sistemi ombrelloni, sdraio, lettini e gazebo, curi che nessuno rischi la vita in mare, assicuri l'animazione per i più grandi e l'intrattenimento per i più piccoli. Ogni concessione ha i suoi dipendenti, che pure di anno in anno devono pregare in cinese per sperare di vedersi confermati nello stesso posto.

Ormai da tempo infatti esiste un dibattito in merito alla concessione delle spiagge pubbliche. Ricondotti tre anni fa su un livello minimo di inquadramento fiscale – pagavano 50 centesimi al metro quadro e godevano della possibilità di non rilasciare scontrino fiscale – i gestori degli stabilimenti balneari in concessione demaniale hanno avviato la stagione con relativa tranquillità. La Comunità Europea infatti ci osserva e noi siamo un caso limite. Troppe concessioni, troppo lunghe, e mare (pubblico) vietato alla gente comune. La Liguria, che ha dovuto imporre il tetto del 40% di spiagge libere sul totale, vede rispettato il vincolo solo da “12 dei suoi 63 comuni rivieraschi” con picchi tipo Santa Margherita Ligure che dedica agli spazi liberi solo l’11% del totale. La Francia, per capire, ha un tetto massimo di spiagge in concessione pari al 20%.

Oggi i rappresentanti dei concessionari chiedono il riconoscimento del valore commerciale delle imprese “da utilizzare anche quale indennizzo per il concessionario qualora dovesse perdere la concessione”, una durata dei titoli di almeno “30 o più anni”, il diritto di opzione per l’attuale concessionario, l’Iva al 10% anziché al 22%. Una serie di modifiche con all'orizzonte altri posti di lavoro che potrebbero saltare. Almeno, però, dalla prossima estate.


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Categorie: Economia, Lavoro


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