La tendenza dell’uomo a trasgredire è universale. Ed è per questo che non esiste nessuna società dove non ci siano regole, cioè proibizioni stabilite proprio per evitare azioni considerate inaccettabili o comportamenti che ledano la comunità e/o se stessi.

Roma
18:00 del 19/11/2016
Scritto da Sasha

La tendenza dell’uomo a trasgredire è universale. Ed è per questo che non esiste nessuna società dove non ci siano regole, cioè proibizioni stabilite proprio per evitare azioni considerate inaccettabili o comportamenti che ledano la comunità e/o se stessi.

Nonostante questo, però, il concetto di vizio, inteso come l’abitudine a reiterare azioni considerate nocive per sé e per gli altri, non è lo stesso dappertutto. E ciò che è considerato “vizioso” per noi non lo è per altri e viceversa.

LO “SFORZO” E I VELENI MENTALI. Ogni società ha la propria lista di cose proibite o peccaminose: nella tradizione cristiana esistono i sette vizi capitali, elenco di abitudini alle quali non lasciarsi andare per non allontanarsi dalla divinità (e dalla comunità), anche se la condanna sociale per questi comportamenti nell’Occidente moderno è molto blanda.

La cultura islamica, invece, considera ancora i vizi una schiavitù da non tollerare: vincere le tentazioni e astenersi dalle cattive abitudini è un obiettivo importante per ogni musulmano. Per descrivere l’impegno interiore che un buon credente deve compiere per combattere i propri desideri egoistici e le debolezze viene usato il termine jihad che letteralmente significa “sforzo”. Questo tipo di jihad (detto maggiore) è diverso dallo jihad minore che è la missione di difendere la terra musulmana dai nemici. Anche il mese di digiuno del Ramadan, uno dei pilastri della fede islamica, è un modo per allontanare la mente e il corpo dei fedeli dalle cose terrene, e quindi dalle tentazioni.

Per il buddisti, invece, le “predisposizioni” dell’animo (quindi i vizi) che impediscono di condurre una vita illuminata e libera dalla sofferenza sono dette veleni mentali: ignoranza, odio, attaccamento, invidia, orgoglio e dubbio. Per sconfiggere e abbandonare questi atteggiamenti negativi, il buddista deve meditare. A differenza di altre religioni o filosofie, il buddismo non addita chi non vive evitando i veleni mentali, ma invita alla compassione, sottolineando che tutti sono degni di aiuto e attenzione.

NON SI FA: È TABÙ. Le società primitive, che ormai stanno scomparendo, si regolano in modo ancora diverso rispetto ai vizi. Innanzitutto sono molto più “semplici” e meno numerose rispetto alle società che si riconoscono nelle grandi religioni, e di conseguenza il controllo sociale è più rigido.

Il problema fondamentale per questi gruppi etnici è sopravvivere all’ambiente spesso ostile, il che fa passare in secondo piano il desiderio di indulgere in trasgressioni. Inoltre, essendo società molto piccole e a struttura rigida, i membri che le compongono sono “sotto gli occhi di tutti” e di conseguenza meno “viziosi” rispetto a un occidentale medio. Queste società sono ordinate dai tabù, vale a dire interdizioni sacre che regolano la loro vita. Infrangere un tabù ha spesso conseguenze molto gravi sia per la comunità stessa, che considera le infrazioni una rottura dell’ordine sociale e un affronto alle divinità, sia per il trasgressore.

Una delle punizioni più comuni in questo caso è l’allontanamento dal villaggio, che spesso equivale a morte certa. Anche la confisca dei beni è una pena frequente, mentre la condanna a morte inflitta direttamente da un altro membro della tribù è molto più rara. Nelle culture tribali esiste però il “senso di colpa” e talvolta chi infrange un tabù è così suggestionato dal sacrilegio da lasciarsi morire privandosi del cibo. 

NON TOCCATE LA SUOCERA! Esistono tabù di tutti i tipi. Alcuni, come l’incesto, sono comuni a tutte le società, compresa la nostra. Altri sono esclusivi di piccole tribù e agli occhi occidentali appaiono quantomeno strani. Spesso riguardano quello che non si deve dire o ciò che non si deve mangiare.

Per alcune tribù aborigene australiane (ma anche nordamericane e africane) è tabù rivolgersi alla suocera, o ad altri parenti acquisiti tramite le nozze, usando la lingua ufficiale. Viene impiegata allora un’altra lingua: i due idiomi tendono a essere simili nella grammatica ma cambiano in alcune parole. Se per queste popolazioni parlare alla suocera è “peccato”, per altre tribù dell’Oceania lasciarla morire se sta affogando non lo è... visto che è tabù toccarla.  


Oltre ai tabù, gli atteggiamenti individuali che provocano biasimo sociale sono quelli che ledono l’integrità del gruppo stesso: essere non collaborativi, nascondere beni o cibo, essere pigri e oziosi, o poco coraggiosi, essere disobbedienti e superbi nei confronti dell’autorità.

Per i Ghiliaki, per esempio, un piccolo gruppo etnico siberiano, non dare agli altri, essere egoisti, poco socievoli e non offrire ospitalità, considerarsi superiori sono le peggiori abitudini che una persona possa avere. Sono, insomma, i loro “vizi”. Per questo piccolo popolo la condivisione è fondamentale, tanto che chi viene accusato di furto può, per il dolore, togliersi la vita. Tra i nativi americani, per esempio tra i Sioux, è fondamentale il coraggio e chi non ne dava prova, soprattutto nella caccia, veniva preso in giro e considerato maleducato. 


MASTICATORI DI COCA. Paese che vai vizio che trovi, dunque, anche se in realtà molti dei vizi considerati negativi da noi lo sono anche in altre culture. Sempre tra i Sioux, per esempio, l’ira e l’impazienza sono difetti detestati: nel libro Indian Boyhood di Charles A. Eastman, una donna, Ohiyesa, racconta di un giovane capo noto per i suoi scatti d’ira incontrollata: una volta, durante uno dei suoi impeti di rabbia, tentò di uccidere una donna, e per questo motivo fu messo a morte dal suo gruppo e, in segno di disonore, non gli fu data sepoltura: il corpo fu semplicemente coperto di erba verde. 


In altri casi, a variare a seconda delle culture possono essere semplici abitudini. E ve ne sono alcune che a noi europei possono apparire maleducate (e un po’ “viziose”) come l’uso, comune tra i popoli delle Ande, di ruminare per ore le foglie di Erythroxylum coca, la pianta dalla quale si ricava la cocaina. Peruviani e Boliviani lo fanno da millenni (pare che questo “vizio” risalga al 3000 a.C.): schiacciano con i denti le fronde di questa pianta per combattere gli effetti dell’altitudine. Il chacchado, cioè l’abitudine di masticare coca, è per loro perfettamente accettabile, tanto che questi Paesi stanno combattendo dal 1961 affinché venga abolita la proibizione imposta dalla “Convenzione Unica degli stupefacenti” che ne vieta l’uso

TI OFFRO MIA MOGLIE. Anche il sesso rientra nei comportanti sociali “relativi”: demonizzato o esaltato, nascosto o semplicemente vissuto come qualsiasi altra attività quotidiana a seconda delle culture sparse nel mondo. Nelle isole Trobriand, in Papua Nuova Guinea, per esempio, la sessualità è vissuta con estrema semplicità, tanto che ai bambini può capitare di vedere i genitori mentre fanno l’amore senza che ciò li turbi.  

Anzi, i trobriandesi iniziano ad accostarsi al sesso fin da quando sono piccoli: dapprima come gioco senza una vera eccitazione sessuale imitando gli adulti poi, una volta adolescenti, come divertimento erotico. 


E perfino l’adulterio in alcune popolazioni non ha alcun effetto negativo sul menage familiare. Ma solo se viene consumato per ospitalità: in molti gruppi etnici della Siberia orientale, come tra i Koryak per esempio, è infatti usanza che il marito offra le prestazioni sessuali della moglie agli ospiti in visita.

Per i Lozi, popolazione africana dello Zambia, al contrario, anche solo offrire un po’ di birra o camminare vicino a una donna che non è la propria moglie è considerato adulterio.

http://www.focus.it/


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Categorie: Sesso


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