Due viadotti e due cavalcavia crollati negli ultimi due anni: i primi due nel 2014 su altrettanti strade statali in Sicilia - uno addirittura inaugurato due giorni prima -, il terzo a fine ottobre sulla superstrada Milano-Lecco, con un morto, l'ultimo giovedì 9 marzo a Camerano di Ancona sull'autostrada A14, con due vittime.

Milano
05:00 del 05/05/2017
Scritto da Gregorio

Due viadotti e due cavalcavia crollati negli ultimi due anni: i primi due nel 2014 su altrettanti strade statali in Sicilia - uno addirittura inaugurato due giorni prima -, il terzo a fine ottobre sulla superstrada Milano-Lecco, con un morto, l'ultimo giovedì 9 marzo a Camerano di Ancona sull'autostrada A14, con due vittime. Una infinità di strade provinciali - un tempo fiore all'occhiello delle amministrazioni per come erano ben tenute - lasciate in stato di semi-abbandono e in moti casi chiuse per non essere più transitabili o per la loro pericolosità. Per non parlare delle strade comunali sempre più piene di buche che nessuno ripara, anche nei centri urbani e nelle medie e grandi città.

Se la situazione delle strade è Autostrade d'Italia come specchio del Paese, non c'è da stare allegri: perché quello che si vede è un Paese che non sa più avere cura dei suoi beni e del suo territorio, non sa programmare e prevenire ma solo saltare da emergenza in emergenza, salvo poi affidare in concessione la manutenzione dei propri servizi e delle proprie infrastrutture fondamentali a privati e società che hanno a cuore solo la massimalizzazione dei profitti. Se come diceva Agatha Christie tre indizi fanno una prova, i crolli dei cavalcavia su autostrade e superstrade, lo stato penoso in cui versano le strade provinciali, l'incuria di quelle comunali - per non parlare di scuole, acquedotti, reti elettriche e telefoniche - provano che il Sistema Paese è sull'orlo del collasso.

Qualche esempio. Le Autostrade che dovevano rendere più veloce e competitiva l'Italia sono diventate la gallina dalle uova d'oro dei concessionari. La nostra rete autostradale si snoda per 6.700 chilometri e per l'87% è affidata in concessione ai privati. I concessionari sono 26, di cui due - Autostrade per l'Italia Spa del gruppo Benetton e Sias del gruppo Gavio - gestiscono circa il 70% dell'intera rete. Negli ultimi vent'anni la rete è rimasta più o meno la stessa ma i loro ricavi sono più che raddoppiati, passando da 2,5 miliardi di euro nel 1993 a oltre 6,5 miliardi nel 2012.


Tra il 2008 e il 2016 i pedaggi sono aumentati di circa il 25%, a fronte di un crescita dell'inflazione nello stesso periodo inferiore al 10%. Secondo un recente studio della Banca d'Italia, ogni chilometro di autostrada a pedaggio rende mediamente ai concessionari oltre 1,1 milioni di euro l'anno. Di questi, 300 mila euro vanno allo Stato e 850 mila alle società di gestione. Il contratto di concessione con Autostrade per l'Italia è stato stipulato nel 2007 ed è valido sino al 2038. Dal 2008 al 2015 la società ha incassato ai caselli 27,3 miliardi di euro, realizzando 6,3 miliardi di utile netto contro i 3,5 miliardi previsti dal piano finanziario della convenzione. Stesso discorso per il gruppo Sias, con aumenti percentuali record della redditività.

Di converso, gli investimenti per le manutenzioni, l'ammodernamento e le nuove opere sono diminuiti nello stesso periodo del 40%. Sia perché dal 2008, complice la crisi economica e finanziaria dell'Italia, si è progressivamente ampliato il divario tra gli investimenti programmati e quelli effettivamente realizzati, sia perché le convenzioni prevedono che i concessionari debbano reinvestire fino al 75% degli introiti solo se il traffico sulle autostrade che gestiscono è aumentato più del previsto rispetto ai piani di sviluppo. Così, dal momento che molti degli investimenti previsti per le nuove opere sono rimasti sulla carta e che il traffico su gran parte della rete autostradale non è aumentato, il surplus dei pedaggi è finito quasi tutto nelle tasche degli azionisti delle società lasciandoci una rete autostradale sempre più obsoleta e meno sicura.

Nonostante questo, le autostrade sono ancora il meglio della nostra rete viaria. Superstrade e strade statali sono ridotte da schifo: strutturalmente inadeguate (le superstrade dell'Anas sono quasi tutte senza corsia di emergenza), con fondi stradali sconnessi (la produzione di asfalto è diminuita del 40% negli ultimi anni) e segnaletica inadeguata. Sui ben 5.300 di strade provinciali - dopo che le province sono state prima trasformate in enti di secondo grado dalla Riforma Delrio, poi svuotate di risorse dagli ultimi governi, infine resuscitate dal referendum senza però restituzione del portafoglio - la manutenzione è stata drasticamente ridotta, se ci sono frane o smottamenti nessuno è più in grado di intervenire, la riasfaltatura e perfino lo sfalcio dell'erba ai lati della carreggiata se prima si facevano regolarmente ora si fanno una volta ogni tanto.

In compenso, con la scusa della sicurezza, si moltiplica l'installazione di velox da parte dei comuni, che si comportano esattamente come i concessionari delle autostrade: dovrebbero reinvestire i proventi delle multe per rendere più sicure le strade a cominciare dalla chiusura delle buche, invece li utilizzano per fare cassa e chiudere i buchi di bilancio. Bella Italia.

Da: QUI


Articolo letto: 398 volte
Categorie: , Cronaca, Denunce, Sociale


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Risposte - Commenti

Paolo

05/05/2017 18:58:41
E semplice perche le strade italiane cedono in poco tempo perche i soldi prima che lo stato li manda ci sono le mani lunghe. E con pochi soldi fanno i lavori materiale di poco valore . Ecco i risultati altri soldi per aggiustare e chi gli ammazza a questi furbetti .
5

Benigna

05/05/2017 10:03:33
Chi paga una tangente non esegue mai correttamente i lavori perché deve massimizzare l'investimento "straordinario". I costi e i tempi dell'appalto si allungheranno e il funzionario pubblico sarà molto contento di concedere varianti in corso d'opera e pagare stati avanzamento lavori che continueranno fino all'esaurirsi dei soldi disponibili. Certo che se per errore l'opera viene finita, prima che poi andrà giù!
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