Inutile negarlo, c'è stata nella vita di ognuno di noi un momento in cui siamo stati Fantozzi, ci siamo riconosciuti nei suoi gesti goffi, nella sua stazzonata mediocrità, nei suoi sogni ordinari. Ma anche nei suoi inaspettati gesti di orgoglio, di pervicace rivendicazione di un ruolo.

Bari
08:45 del 04/07/2017
Scritto da Gregorio

Inutile negarlo, c'è stata nella vita di ognuno di noi un momento in cui siamo stati Fantozzi, ci siamo riconosciuti nei suoi gesti goffi, nella sua stazzonata mediocrità, nei suoi sogni ordinari. Ma anche nei suoi inaspettati gesti di orgoglio, di pervicace rivendicazione di un ruolo. Un uomo come tanti, con i suoi tic e le sue manie, che hanno reso il ragioniere di Villaggio una maschera tanto familiare. Che è poi il motivo del suo successo, almeno dei primi film in cui il personaggio emergeva nella sua genuinità e non era stato ancora schiacciato dalle logiche commerciali che avevano reso le ultime pellicole una ripetizione stantia con l'unico scopo di fare cassetta. Il travet raccontato da Villaggio non esiste più da tempo, ma le dinamiche che identificavano l'ascesa sociale a colpi di poltrona in pelle umana ci sono ancora e ci saranno sempre. Perché fanno parte della natura umana.

“Quello che tutti stanno opportunamente riconoscendo a Paolo Villaggio è l’invenzione di una grandissima maschera. Si tratta di qualcosa che va perfino al di là della forza dell’attore, ovvero la costruzione di un personaggio che è diventato a tutti gli effetti autonomo (e che – nel caso di Villaggio interprete potrebbe perfino avere un po’ schiacciato la sua identità).

D’altra parte Villaggio ha dimostrato notevoli capacità attoriali anche senza Fantozzi: penso per esempio a “Cari fottutissimi amici” di Monicelli o all’ultimo film di Fellini, “La voce della luna“, in cui il regista ha tirato fuori Villaggio dai panni di Fantozzi e gli ha messo a fianco un’altra grande maschera, che poi si sarebbe a sua volta sempre più smarcata da sé stessa, ovvero quella di Roberto Benigni. Tornando a Fantozzi, non è una maschera modellata soprattutto grazie a altri sceneggiatori e registi, come nel caso di un altro grandissimo attore, Alberto Sordi. Villaggio ha inventato Fantozzi letteralmente scrivendone.


Villaggio non era uno scrittore per il cinema; i primi libri di Fantozzi usciti negli anni ’70, che raccontavano questa figura impiegatizia in cui si sarebbe riconosciuta amaramente la classe media italiana, Villaggio li ha scritti come veri romanzi e da scrittore autentico. Con una capacità linguistica, di racconto e di gestione del comico non comune. Sono stati veramente pochi gli scrittori comici italiani nel Novecento, fatti i nomi di Achille Campanile e di Guareschi, non c’è molto altro.

Per questo, Villaggio diventa uno degli interpreti maggiori del racconto comico, sia letterariamente sia cinematograficamente. Gli accenti più cinici e perturbanti del Fantozzi scritto vengono alleggeriti nella trasposizione sullo schermo; se qualcosa si perde, si guadagna però un divertimento più goliardico, meno acre. Si dice – è quasi un proverbio – che i grandi comici siano nella realtà persone tristi e malinconiche. Non so se ciò corrisponda anche in Paolo Villaggio, ma di sicuro esiste una tristezza che comunica questa saga di Fantozzi, sia al cinema che sulla carta.

Dietro la comicità, c’è una temperatura di struggimento, bene evidente in particolare in uno dei film della serie: “Fantozzi va in pensione”, uscito nel 1988 con la regia di Neri Parenti. È un film che riesce come pochi a far sentire la tristezza e la malinconia di riempire il tempo che resta vuoto quando il lavoro – pur ripetitivo, grigio, asfittico – viene abbandonato. Quando Fantozzi va in pensione e non sa che farsene della sua libertà, di giornate che diventano ancor più grigie rispetto a quelle passate in ufficio, Villaggio apre a un sentimento di tristezza inusitato, che scavalca cinismo, ferocia e goliardia, con una pietà sconfinata per l’umano.

Non a caso, la figura che Fellini cuce su Villaggio in “La voce della luna” è quella di un uomo esacerbato dall’esistenza, cupo, malinconico, quasi incattivito dalla vita, che però all’improvviso ha come dei lampi di poesia, di dolcezza impressionanti. Come se nel buio si ricordasse di un’immensa tenerezza. A Pina, in “Fantozzi va in pensione”, il ragionier Ugo a un certo punto dice: “Ho capito che nella vita non occorre sbattere tanto per essere felici. Basta accettarla così, come viene… Gli anni a qualcosa servono…”. E non fa ridere, semmai fa piangere, con una malinconia devastante. Anche se Pina, un attimo dopo, gli dice: “Io ti stimo moltissimo, Ugo”. E torna il ghigno, o forse no, forse lei dice davvero”.


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Categorie: , Denunce, Economia, Lavoro


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