Che non si muore per amore è una gran bella verità», ma: si può morire per troppo lavoro? 

Firenze
06:00 del 18/01/2018
Scritto da Luca

«Che non si muore per amore è una gran bella verità», ma: si può morire per troppo lavoro? Avere un lavoro è una gran fortuna, soprattutto in un Paese come il nostro caratterizzato da un elevato tasso di disoccupazione. Sono tanti i giovani che non hanno una propria occupazione, nonostante gli anni di studi e nonostante le fatiche per ottenere la tanto agognata laurea, nonché i vari titoli di specializzazione nella speranza di mettere in pratica le conoscenze acquisite. Certo, per coloro che hanno un posto di lavoro le cose non sono proprio “rose e fiori”: abbiamo già parlato dei recenti studi che hanno mostrato come il dipendente sia maggiormente soggetto a stress rispetto ai manager. Lo stress non è sicuramente un fattore da sottovalutare,  in quanto potrebbe essere la causa di malattie così serie da poter provocare gravi conseguenze per il lavoratore e addirittura, come è realmente accaduto, il suo decesso. Ebbene sì, il troppo lavoro può portare addirittura alla morte del lavoratore. Vediamo come questa drammatica problematica è stata affrontata in Giappone.

In questo Paese, infatti, è talmente forte la cultura del lavoro, che le morti per eccesso di lavoro sono così frequenti che negli anni ’70 è stato coniato il seguente termine per indicare il fenomeno: “karoshi“. Con il vocabolo appena citato si indica il triste e drammatico epilogo di una situazione lavorativa insostenibile, caratterizzata da un carico di mansioni eccessivo e da uno sproporzionato numero di ore di servizio (oltre al numero di ore pattuito si aggiungono molte, anzi moltissime, ore di straordinario): il dipendente, fortemente stressato da questo stile di vita disumano, si ammala e muore. La sua morte sopraggiunge o in seguito al suo suicidio, cui viene spinto da un forte stato depressivo, o in seguito ad una grave patologia, come un’insufficienza cardiaca o un ictus. Il numero di ore di lavoro di cui stiamo parlando è totalmente fuori da ogni logica: si pensi al caso oggetto dell’attenzione della recente cronaca relativo alla giornalista di 31 anni morta nel 2013 per un attacco cardiaco dopo avere raggiunto le 159 ore di lavoro straordinario mensile.


Il consistente numero di casi simili ha spinto il Governo giapponese ad adottare delle strategie per frenare il fenomeno “karoshi”. Le misure hanno l’obiettivo di concedere al lavoratore più tempo libero. In particolare, attraverso il piano Premium Friday  è stata data ai lavoratori la possibilità di lasciare il luogo di lavoro alle ore 15.00 l’ultimo venerdì di ogni mese. Dopo un breve periodo dall’inizio del programma è stato ritenuto che esso non abbia sortito gli effetti sperati. Il Japan Times nel mese di marzo ha pubblicato un sondaggio dal quale è emerso che solo una limitata percentuale di lavoratori di Tokyo ha aderito all’iniziativa. In alcuni casi, addirittura, le Aziende che hanno aderito al programma hanno dovuto concedere bonus in denaro per fare in modo che i dipendenti smettessero prima di lavorare per dedicare più tempo ai propri interessi e ai propri affetti. La Sunny Side Up, ad esempio, ha iniziato ad elargire ulteriori 3,200 yen in busta paga a titolo di premio ai lavoratori che uscissero prima dall’ufficio. Altre Aziende hanno cercato di convincere i lavoratori a concedersi più tempo libero offrendo la colazione a coloro che arrivassero in ufficio presto, dissuadendoli dal rimanere fino a tardi. Purtroppo, la strada da fare per combattere il karoshi è ancora molto lunga, poiché la cultura del lavoro del popolo giapponese è difficilmente sradicabile. A confronto, i nostri carissimi “furbetti del cartellino”  rabbrividirebbero!

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Categorie: , Lavoro


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