Ma quanta burocrazia...Il TAR, la CONSULTA, i magistrati, il potere delle regioni, delle province, dei comuni...ma se c'è un Governo DEVE governare e se si fa una legge deve essere una LEGGE valida per tutti.

Trento
06:00 del 28/11/2016
Scritto da Carmine

Ma quanta burocrazia...Il TAR, la CONSULTA, i magistrati, il potere delle regioni, delle province, dei comuni...ma se c'è un Governo DEVE governare e se si fa una legge deve essere una LEGGE valida per tutti.

Abbiamo centinaia se non migliaia di nullafacenti nel pubblico impiego e che vanno a marcare il cartellino anche in mutande o con una scatola sul capo per non farsi riconoscere e questi li dobbiamo anche pagare senza buttarli fuori a pedate ?

Sono un insulto ad una società dove molti giovani seri e disoccupati avrebbero anche il diritto di lavorare seriamente.

BASTA, lo Stato deve fare lo STATO e W le riforme.

Dirigenti. Incarichi a tempo e posti a rischio
Si introduce il sistema degli incarichi a tempo: ogni dirigente resta in carica per quattro anni, rinnovabili al massimo per due se la valutazione è positiva. La qualifica è unica: ogni dirigente può ricoprire qualsiasi incarico dirigenziale. E il sistema è costituito dal ruolo dei dirigenti statali, dal ruolo dei dirigenti regionali e dal ruolo dei dirigenti locali. Alla dirigenza si accede per corso-concorso o per concorso. Le graduatorie finali sono limitate ai vincitori e non comprendono idonei. I candidati sono preselezionati da una Commissione ad hoc: una per la dirigenza statale, una per quella regionale, un’altra per la locale.
Il dirigente rimasto senza incarico deve partecipare ad almeno cinque interpelli (concorsi interni) all’anno. Ma percepisce solo il trattamento economico fondamentale, dunque circa il 40 per cento in meno. Può essere collocato d’ufficio in posti vacanti. Ma se l’incarico è revocato per inadempienza, ha un anno di tempo per trovare un posto altrimenti è licenziato.
Partecipate. Tagli ai doppioni e alle poltrone
È l’unico decreto attuativo, dei quattro bocciati dalla Consulta, diventato legge il 23 settembre scorso. Dunque già in vigore: un problema in più per il governo. Il provvedimento punta a ridurre le società partecipate degli enti locali, spesso scatole vuote o poltronifici, da 8 mila a mille. Con questo decreto vengono chiuse le società prive di dipendenti o con un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori, quelle che nella media dell’ultimo triennio hanno registrato un fatturato sotto il milione di euro, quelle inattive che non hanno emesso fatture nell’ultimo anno, quelle che svolgono all’interno dello stesso Comune o area vasta doppioni di attività, quelle che negli ultimi cinque anni hanno fatto registrare quattro esercizi in perdita e quelle che svolgono attività non strettamente necessarie ai bisogni della collettività. Consentite solo le partecipazioni in società che offrono servizi pubblici, incaricate di opere pubbliche o impegnate nella valorizzazione del patrimonio immobiliare dell’amministrazione.



Servizi. Le nuove regole per le utility
Il decreto doveva riordinare e liberalizzare il settore delle utility comunali (le società che si occupano di trasporti, energia, rifiuti, ambiente, ecc) con nuovi limiti agli affidamenti diretti. Approvato in via definitiva dal governo giovedì scorso, il provvedimento è stato ritirato ieri ad un passo dalla firma del Capo dello Stato. Oggi scade la delega su questa materia. Il testo definisce servizio pubblico di interesse economico generale solo quello che non può essere prestato dal privato alle stesse condizioni secondo criteri di economicità, efficacia ed efficienza. Per l’affidamento di questi servizi le autonomie locali possono decidere tra tre modalità diverse e paritetiche: affidamento mediante gara, affidamento a società mista, gestione diretta con affidamento in house sottoposta a controllo preventivo dell’Antitrust per impedire di offrire un servizio più svantaggioso per i cittadini. Le reti o gli impianti restano vincolati all’uso pubblico, indipendentemente dai titolari. Si introducono i bacini e gli ambiti provinciali.
Dipendenti. Il rebus del merito e dei contratti
È il nocciolo duro della riforma Madia. La bibbia, l’abc, il sacro graal della pubblica amministrazione. Lo strumento principe per normare collocamento, precariato, contrattazione, premi, relazioni sindacali, modalità di selezione, soppressione del voto minimo di laurea per l’accesso ai concorsi, obbligo di conoscenza dell’inglese, valutazione del merito. Un decreto però ancora non scritto, l’ultimo dei 17 attuativi della riforma Madia, in scadenza a febbraio. Ma atteso come manna anche dai sindacati, perché in grado di sbloccare la trattativa per il rinnovo del contratto degli statali, fermo dal 2009. L’accordo, per ora congelato, con il governo (sul piatto 85 euro lordi di aumento) doveva portare a superare proprio nel Testo unico alcune regole della riforma Brunetta finora rimaste in stand by: la rigidità delle “fasce di merito”, che impongono di riversare la “quota prevalente” dei fondi decentrati sui premi individuali, concentrando di fatto sul 25% del personale il 50% delle risorse. Cosa ne sarà ora? E come chiudere l’accordo sul contratto?


Articolo letto: 266 volte
Categorie: , Denunce, Politica


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Risposte - Commenti

Alfredo

28/11/2016 10:55:49
Questi non sanno nemmeno scrivere una legge ordinaria e hanno riscritto la costituzione, rendiamoci conto.
5

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