Renzi che a parole era contro la casta, con la sua buona scuola ha creato quella dei presidi. E' diventata casta tutto il suo gruppo, occupando poltrone a non finire.

Napoli
06:00 del 09/12/2016
Scritto da Luca

Renzi che a parole era contro la casta, con la sua buona scuola ha creato quella dei presidi. E' diventata casta tutto il suo gruppo, occupando poltrone a non finire. Con il jobs act ha creato la casta dei precari a vita. Con la riforma della costituzione e l'italicum voleva far diventare precari tutti i cittadini facendo nascere la casta del suo partito. Qualche effimero successo gli ha dato alla testa, ma tante riforme sono state deleterie per il Paese e per lui, che ha messo in campo tanta arroganza e supponenza, nascosta dietro la faccia di bravo ragazzo.

la secca sconfitta di Matteo Renzi al referendum non si spiegherebbe senza ricordare il suo terzo primato: mai un uomo politico era riuscito così rapidamente a far nascere un sentimento trasversale, profondo e multicolore, dall'estrema destra all'estrema sinistra, un sentimento che ha finito per tagliare in due persino il suo stesso partito: l'antirenzismo.

Per capirne le radici, bisogna ripercorre la storia di questi 1015 giorni, e osservare la parabola di un toscano non ancora quarantenne - ne aveva 39 quando giurò al Quirinale - che entrò con la Smart a Palazzo Chigi per fare le riforme, e proprio sulle riforme - anzi, sulla più importante delle riforme - ha perso la sua partita decisiva.

Tre anni fa, Renzi usciva da trionfatore dalle primarie per la segreteria del partito. Preceduto da una mossa a sorpresa che lasciò tutti a bocca aperta - il Patto del Nazareno con Berlusconi, irriducibile avversario del Pd - e preparato da un fallo che gli procurò le prime antipatie - lo sgambetto al compagno di partito Enrico Letta dopo il celebre tweet #Enricostaisereno - il suo governo nacque dopo una crisi di appena otto giorni, il 22 febbraio 2014.

Renzi partì sgommando, con trenta giorni di fuoco. Depositò subito l'Italicum alla Camera. Promise un aumento di 80 euro a chi guadagnava meno di 1500 euro al mese. Diede il via all'abolizione delle Province. Annunciò la riforma della Pubblica amministrazione. E varò il Jobs Act, la legge che avrebbe dovuto rivoluzionare il mercato del lavoro.

 

L'iperattivismo del giovane premier piaceva agli italiani, che alle europee del 25 maggio lo premiarono - dando uno schiaffo a Grillo che già cantava vittoria - con una percentuale mai raggiunta dalla sinistra: 40,8 per cento. E lui accelerò ancora di più. Spingendo il Parlamento ad approvare rapidamente il divorzio breve. Varando il decreto "Sblocca Italia" per velocizzare le opere pubbliche. E incaricando la fidatissima e instancabile Maria Elena Boschi di portare presto al voto la riforma costituzionale.


La feroce battaglia che arroventò per settimane Palazzo Madama, fino al voto dell'8 agosto in un clima da resa dei conti, invece di frenarlo lo gasò ancora di più. Eppure fu forse in quel preciso momento che nacque l'antirenzismo, fino ad allora rimasto sottotraccia nei mugugni interni del Pd e nelle schermaglie parlamentari. Davanti ai due perni del Patto del Nazareno - l'Itali-cum che dava la maggioranza al partito vincente e la riforma Costituzionale che aboliva il vecchio Senato accelerando l'iter delle leggi - si trovarono sulla stessa trincea grillini, vendoliani e dissidenti di Pd e Forza Italia: uniti dal no a Renzi e alle sue riforme.

Paradossalmente, l'ipotesi di un monocolore Pd al governo invece di placare il Pd lo mise in subbuglio, anche perché molti parlamentari messi in lista da Bersani temevano di non essere più ricandidati nel 2018.

Poi toccò al sindacato, al quale il Jobs Act non andava proprio giù, perché vi leggeva la demolizione delle tutele per i nuovi assunti: Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, intimò a Renzi di "abbassare i manganelli ", e il 12 dicembre un milione e mezzo di persone scesero in piazza. Un'altra frattura si stava aprendo, ma il premier non sembrava impensierito: "Avremo contro i sindacati? Ce ne faremo una ragione".

Fino a quel momento, almeno sulle riforme istituzionali, il presidente del Consiglio poteva contare sui voti di Forza Italia, preziosissimi soprattutto al Senato. Ma quando, il 31 gennaio 2015, Renzi ignorò il veto di Berlusconi su Sergio Mattarella, facendolo eleggere presidente al primo tentativo, l'idillio con l'ex Cavaliere finì. Addio Patto del Nazareno, addio "soccorso azzurro".

Lui però continuava ad andare a mille. Mise la fiducia sull'Italicum e mandò in porto anche la riorganizzazione della Rai, assegnando pieni poteri al direttore generale, il renziano Antonio Campo Dall'Orto. E sarà stato per la fretta, sarà stato per la voglia di far passare un'idea giusta senza preoccuparsi troppo delle reazioni degli interessati, ma fu proprio allora che Renzi commise l'errore di cui forse si è pentito: varare una riforma della Buona Scuola che non piaceva alla maggioranza dei professori. Lui pensava che bastassero i 100 mila posti di ruolo in più a convincerli, ma loro vedevano nel rafforzamento del potere dei presidi e nelle assunzioni per chiamata diretta due attacchi inaccettabili alla libertà di insegnamento. Protestarono, scioperarono, scesero in piazza, ma Renzi andò avanti lo stesso: e si mise contro, consegnandoli all'antirenzismo permanente effettivo, gran parte di quei professori che negli anni del berlusconismo erano stati sul campo l'anima culturale dell'opposizione ai governi che scrivevano le leggi ad personam per il Cavaliere.

Certo, a Palazzo Chigi le luci rimanevano accese fino a tardi. Bisognava affrontare gli sbarchi degli immigrati, gli avvertimenti dell'Unione europea sullo sforamento dei conti e anche l'emergenza terremoto, mentre Renzi cercava nuove misure per tirar su il morale agli italiani: il bonus bebè, l'abolizione dell'Imu sulla prima casa e di quella agricola, l'aumento delle quattordicesime per i pensionati.

E forse sperava di recuperare i voti perduti a sinistra, quando è riuscito a mandare in porto la legge sulle unioni civili, che finalmente metteva fine a una discriminazione secolare. Ma anche in quel caso c'è stato qualcuno che ha giurato di fargliela pagare: "Renzi ha tradito la morale cattolica, ce ne ricorderemo al referendum sulle riforme" aveva detto il portavoce del Family Day.

Evidentemente non diceva così per dire, e così anche i cattolici più integralisti si sono aggiunti all'armata dell'antirenzismo. Raggiungendo i grillini in cerca di rivincita, la sinistra che lo ritiene un corpo estraneo, i leghisti che vogliono buttarlo giù, gli avversari interni che aspettavano da tre anni lo scivolone, i sindacalisti offesi dal Jobs Act, i professori incavolati per la Buona Scuola, il popolo dei vouchers che gli imputa la sua infinita precarietà e quegli elettori ai quali quel giovanotto spavaldo che governa con i tweet, i post e le slide non è mai piaciuto. Insomma quella parte dell'Italia che oggi, purtroppo per Renzi, si è rivelata maggioritaria.


Articolo letto: 374 volte
Categorie: , Denunce, Politica


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Risposte - Commenti

Michelino

09/12/2016 09:09:25
Quindi... è proprio impossibile cambiare qualcosa in Italia, se fai contento uno scontenti l'altro. Non cambierà mai nulla ce ne siamo accorti ieri, se non c'è riuscito Renzi non abbiamo più speranze.
4

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