Francesco e  Benedetto XVI. Un papa sudamericano che vuole l’Europa senza sovranità, tutte le frontiere aperte. Che non parla delle radici cristiane dell’Europa. E un papa tedesco, che invece ammoniva sul rischio islamico. Sui danni del relativismo, dell’illuminismo

Roma
07:20 del 17/07/2017
Scritto da Luca

Francesco e  Benedetto XVI. Un papa sudamericano che vuole l’Europa senza sovranità, tutte le frontiere aperte. Che non parla delle radici cristiane dell’Europa. E un papa tedesco, che invece ammoniva sul rischio islamico. Sui danni del relativismo, dell’illuminismo. A Ratisbona (Regensburg in tedesco), cittadina (142.000 abitanti, in Lombardia sarebbe la terza città dopo Milano e Brescia e prima di Monza) del libero stato di Baviera,  Benedetto XVI fu negli anni
Settanta professore di dogmatica e vice rettore dell’università. È negli anni di Ratisbona, in quell’atmosfera frizzante e cosmopolita di molte città tedesche che, ci racconta Joseph Ratzinger nella sua biografia La mia Vita: «Nacque l’idea di una rivista internazionale che doveva operare e partire dalla communio nei sacramenti e nella fede e si proponeva di introdurre in essa. (…) All’inizio sembrava che il progetto dovesse essere realizzato in Germania e in Francia. Nel frattempo Balthasar aveva conosciuto a Milano il fondatore del movimento “Comunione e Liberazione”, Luigi Giussani, e i suoi promettenti giovani. Così la rivista fu pubblicata prima in Germania e in Italia, con una fisionomia diversa in ciascuno dei due paesi. Era infatti nostra convinzione che questo strumento non potesse e non dovesse essere esclusivamente teologico, ma, di fronte a una crisi della teologia che nasceva da una crisi della cultura, anzi da una ver  rivoluzione culturale, dovesse abbracciare anche l’ambito più generale della cultura ed essere edito in collaborazione con laici di grande competenza culturale. Dato che i singoli paesi presentano situazioni culturali differenti, la rivista doveva rendere conto di tale diversità e avere, per così dire, un carattere federalistico». (da “La mia vita”, Edizioni San Paolo, pag. 111).


È illuminista, tutt’altro che definitivo, contiene valori importanti dei quali noi, proprio come cristiani, non vogliamo e non possiamo fare a meno; ma è altrettanto evidente che la concezione mal definita o non definita affatto di libertà, che sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta contraddizioni; ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo neanche ad immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce
a un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà». (da L’Europa di Benedetto, Joseph Ratzinger, Edizioni Cantagalli, pagg. 41-43).

La cultura illuminista, che pretende di essere universale e si sente compiuta in se stessa, fa sentire i suoi pesanti effetti quando si tratta di decidere confini e diritti, la cultura, la capacità di interiorizzare e contestualizzare la conoscenza, che ci rende liberi; ma non basta; per essere davvero noi stessi, per essere prima di tutto persone, per dare pieno compimento al nostro progetto di vita, cerchiamo una tensione al trascendente che dia un senso alla vita, la “follia”, quando non si crede o ci si professa agnostici, di “fare come se Dio esistesse” (Blaise Pascal).

Se applichiamo queste riflessioni al dibattito sulle radici cristiane dell’Europa troveremo che al centro della disputa sta in realtà una crisi profonda delle culture, da quella illuminista a quella cristiana. Ci spiega Benedetto XVI: «Questa cultura illuminista sostanzialmente è definita dai diritti di libertà come un valore fondamentale che misura tutto: la libertà della scelta religiosa, che include la neutralità religiosa dello Stato; la libertà di esprimere la propria opinione, a condizione che non metta in dubbio proprio questo canone; l’ordinamento democratico dello Stato, e cioè il controllo parlamentare sugli organismi statali; la libera formazione di partiti; l’indipendenza della magistratura; e infine la tutela dei diritti dell’uomo e il divieto di discriminazioni. (…) È evidente che questo canone della cultura d’ingresso nella moderna Europa. Benedetto XVI osserva: «Entrambe queste caratteristiche (universalità e compiutezza ndr) si vedono chiaramente quando si pone la questione su chi possa diventare membro della Comunità europea, e soprattutto nel dibattito circa l’ingresso della Turchia in questa Comunità. Si tratta di uno Stato, o forse meglio, di un ambito culturale, che non ha radici cristiane, ma che è stato influenzato dalla cultura islamica.

Ataturk ha poi cercato di trasformare la Turchia in uno stato laicista, tentando di impiantare il laicismo maturato nel mondo cristiano dell’Europa su un terreno musulmano. Ci si può chiedere se ciò sia possibile: secondo la tesi della cultura illuminista e laicista dell’Europa, soltanto le norme e i contenuti della stessa cultura illuminista potranno determinare l’identità dell’Europa e, d  conseguenza, ogni Stato che fa suoi questi criteri, potrà appartenere all’Europa. Non importa, alla fine, su quale intreccio di radici questa cultura della libertà e della democrazia viene impiantata». (da L’Europa di Benedetto, Joseph Ratzinger, Edizioni Cantagalli, pag. 45).

Abbiamo voluto relegare le nostre radici cristiane nell’ambito dei diritti istituzionali riconosciuti alle Chiese in Europa (è l’articolo 52 della Costituzione europea), smarrendo l’essenza della nostra storia e della nostra cultura. Abbiamo affidato al laicismo il nostro futuro. Forse è venuto il tempo di accogliere il “folle” consiglio di Pascal, agire come se Dio esistesse e trovare il coraggio di inventarsi una nuova Europa che sia davvero la culla del nostro futuro di occidentali e di cristiani, ancorché laici, agnostici o addirittura atei.

Da: QUI


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Categorie: , Denunce, Editoria, Sociale


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