Quali sono i principali motivi di questo importante ed inarrestabile cambiamento dell’opinione pubblica mondiale?

Milano
07:00 del 04/04/2018
Scritto da Carmine

Quali sono i principali motivi di questo importante ed inarrestabile cambiamento dell’opinione pubblica mondiale? Sempre più persone ne sono già consce, perché hanno compreso autonomamente che da tempo non ci si può più fidare dei media ufficiali.

A beneficio di coloro che non hanno ancora raggiunto lo stesso livello di consapevolezza sull’origine di questa mutazione sociale e che sono ancora aggrappati ai residui brandelli di credibilità di giornali e televisioni, ecco dieci validi motivi per non fidarsi mai dei media mainstream.

Qual è l’obiettivo primario dei media? Informare? Educare? Credere che la stampa esista per informare o educare è come credere che la funzione primaria di Apple o di Samsung sia di produrre tecnologia che arricchisca e agevoli le nostre vite. In realtà, l’industria dei mass media non è diversa da qualsiasi altro tipo di industria della società capitalistica: esiste solo per fare profitto. Tutte le aziende, incluse quelle che operano nel campo dell’informazione e dell’intrattenimento mediatico, esistono solo per massimizzare il ritorno degli investimenti dei propri azionisti ed investitori, non per fornire vera informazione o per rispettare un qualsivoglia principio o diritto umano. Questa è l’unica, inconfutabile realtà: senza l’obiettivo di arricchire azionisti, consiglieri e manager, i mass media semplicemente non esisterebbero e, una volta che hai compreso questo fondamentale aspetto, non guarderai mai più le notizie nello stesso modo.

Se l’unico obiettivo dei media è quello del profitto, come si ripercuote questo sui servizi di informazione? Le grandi aziende mediatiche ottengono la stragrande maggioranza del loro profitto dalla pubblicità: la diretta e naturale conseguenza è che sono gli inserzionisti stessi a dettare i contenuti, non i giornalisti né tantomeno i consumatori. Immagina di essere l’editore di un giornale di grande diffusione e successo, oppure di un canale televisivo con altissimi livelli di ascolto: le tue entrate provengono quasi tutte da grandi marchi e multinazionali come BP, Eni, Shell, Exxon, McDonalds, Nestlé, Novartis, Monsanto o grandi compagnie aree statunitensi, europee e arabe. Come puoi affrontare apertamente temi fondamentali come la manipolazione climatica, la geoingegneria clandestina, gli alimenti geneticamente modificati, i crimini dei cartelli farmaceutici, i rischi dei vaccini o i disastri ambientali, in un modo che risulti onesto ed esaustivo per il pubblico, e favorevole ai tuoi clienti? La risposta più ovvia è che, semplicemente, non puoi. Come potrebbe il New York Times, fortemente sponsorizzato da Goldman Sachs, denunciare apertamente la manipolazione economica e finanziaria in atto a livello mondiale? In definitiva, la pubblicità limita e manipola l’agenda dell’informazione e dell’intrattenimento, in maniera terribilmente diretta, senza la necessità di chissà quali sotterfugi e senza scomodare chissà quali teorie di complotto.

La monopolizzazione della stampa, in cui pochi individui e un ridotto numero di aziende controllano elevate e crescenti quote dei mass media, è un fenomeno in aumento anno dopo anno che rappresenta un grave pericolo per l’etica e la differenziazione dell’informazione. Giusto per fare un esempio, la personale politica “neoliberale” del magnate Rupert Murdoch si riflette sulle sue 175 testate giornalistiche e viene appoggiata e supportata da uno stuolo di esperti e sapientoni nei 123 canali televisivi (fra cui Fox News) che possiede nei soli Stati Uniti. La visione del mondo strettamente personale di un unico individuo, quindi, viene quotidianamente somministrata a milioni di persone in tutto il pianeta, dagli Stati Uniti al Regno Unito, dalla Nuova Zelanda all’Asia, dall’Europa all’Australia. Chi non si preoccupa di questo, evidentemente non ha ancora ben compreso quali siano le conseguenze.

Si tratta di un monopolio grottescamente omnicomprensivo che non lascia alcun dubbio sul fatto che Murdoch sia uno degli uomini più potenti del mondo, ma di certo non il più onorevole o etico, come ha dimostrato lo scandalo delle intercettazioni telefoniche di News International. Come non lo è Alexander Lebedev, politico e ex agente KGB, che nel 2010 ha acquistato la testata giornalistica britannica The Independent: Lebedev ha talmente tanti interessi economici, fra banche d’investimento e compagnie aeree, da non lasciare alcuna speranza sul fatto che la copertura delle notizie di questa testata resti sui livelli precedenti. Una conferma in tal senso viene dal fatto che la prima pagina, che ha da sempre riportato un banner inneggiante alla libertà del giornale dai pregiudizi dei partiti politici e dalle influenze della proprietà, ne è stata privata dal settembre 2011.

Tralasciando le inevitabili ovvietà, uno dei fatti più inquietanti che emergono dallo scandalo delle intercettazioni telefoniche di Murdoch al News International, è stata la scoperta delle connessioni oscure fra alti funzionari governativi e magnati della stampa. Durante lo scandalo e per tutta la conseguente inchiesta sull’assenza di etica nella stampa britannica, è stato possibile apprendere di incontri segreti, delle minacce di Murdoch ai politici dissenzienti, nonché della strettissima amicizia del primo ministro David Cameron con l’allora editore capo al The Sun e CEO di News International, Rebekah Brooks. Come possono i giornalisti svolgere correttamente il proprio lavoro d’inchiesta per inchiodare i politici alle proprie responsabilità se ci vanno in vacanza insieme o si frequentano amorevolmente in cene e feste private? Semplicemente non possono.

Tutte queste connessioni occulte, oltre a costituire un enorme pregiudizio per la copertura delle notizie e delle campagne elettorali, riempire i giornali con articoli facili e a basso costo provenienti da fonti governative indiscusse, e soffocare qualsiasi critica verso chi è al potere, sono anche l’origine dell’incessante propaganda dei mass media sulla menzogna del patriottismo, indirizzata con decisione verso l’attacco ad altri paesi. L’infame opera di manipolazione nella copertura dei conflitti in Siria (e prima ancora in Palestina, Egitto, Afghanistan, Iraq, ecc.), ad esempio, dimostra come i giornalisti mainstream non riflettano minimamente il reale sentimento dell’opinione pubblica verso le ipotesi di attacco su vasta scala verso altre nazioni da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Nella vicenda del Datagate, molti potrebbero essere stati indotti a ritenere che gli aspetti più interessanti sul whistleblower Edward Snowden fossero la sua fuga in aereo da Hong Kong in Russia o la sua lunga permanenza nell’aeroporto di Mosca in attesa di qualcuno che gli offrisse asilo. Ciò è dovuto al fatto che, ad eccezione della testata The Guardian che ha pubblicato la fuga di notizie, i mass media hanno generalmente preferito evitare le terribili rivelazioni di Snowden su libertà e tirannia, per concentrarsi piuttosto su curiosità piuttosto banali, la sua personalità, il suo passato, se mancava alla sua ragazza o se fosse in realtà una spia cinese, come se la sua fosse una storia da fumetto. Stessa manipolazione anche per Bradley Manning, nel cui caso il cambio di sesso ha convenientemente oscurato l’enorme ingiustizia della sua condanna. E che dire di Julian Assange? Il profilo tracciato dai mass media è quasi interamente dedicato a piccoli aspetti del personaggio, piuttosto che al profondo impatto che Wikileaks ha avuto sulla nostra visione globale. In moltissimi casi le questioni più importanti vengono presto dimenticate ogniqualvolta la nostra attenzione, annegata in un mare di banalità, viene sapientemente deviata dagli aspetti realmente a portata di mano, proprio quelli che il governo e i media vogliono farci dimenticare.


La verifica delle fonti e dei fatti sono regole fondamentali del vero giornalismo, tuttavia non se ne ha minimamente l’impressione leggendo la stampa mainstream o guardando i principali canali televisivi. Obama ha paventato per mesi l’attacco alla Siria, sulla base delle accuse mosse da Stati Uniti e Regno Unito ad Assad in merito all’uso di gas nervino sulla propria popolazione, eppure praticamente tutti i giornali mainstream, come il già citato New York Times, non hanno mai chiesto precise evidenze o garanzie in merito. Peraltro esistevano numerosi motivi che avrebbero dovuto spingere i giornalisti a mettere in dubbio la versione ufficiale dell’intera storia. Ad esempio, la testata giornalistica The Daily Mail ha pubblicato nel gennaio 2013 il contenuto di alcune email della Britam, un contractor della difesa britannica, che dimostravano come gli Stati Uniti stessero pianificando un attacco chimico di tipo false flag (un attacco sotto falsa bandiera, come avvenuto l’11 settembre 2001 e in svariati altri casi) sui civili siriani, per poi addossarne la responsabilità ad Assad e guadagnare così il consenso dell’opinione pubblica per la conseguente invasione su scala totale. L’articolo venne frettolosamente rimosso, ma una copia è tuttora disponibile nella cache della grande rete.

Altre evidenze più recenti portano all’impensabile: è emerso, infatti, che i composti chimici utilizzati per produrre il gas nervino furono spediti dalla Gran Bretagna e i servizi segreti tedeschi insisterono sull’innocenza di Assad per il fantomatico attacco chimico a lungo denunciato dai mass media. Nel frattempo, alcuni attivisti hanno esposto le prove del coinvolgimento dei servizi segreti statunitensi nel massacro, andando ad ingrossare il volume delle evidenze che suggeriscono come tutta questa vile vicenda sia stata ordita dalle potenze occidentali. Morale: non bisogna mai dimenticare i forti legami esistenti fra i mass media, le grandi aziende e i governi, prima di accettare passivamente tutto ciò che ci viene propinato perché, anche se il giornalismo è ormai di fatto defunto, noi cittadini conserviamo ancora il diritto e il dovere di porre tutte le domande che riteniamo necessarie.

Michael Grunwald, corrispondente senior del Time, ha twittato per condividere che non vede l’ora di scrivere un pezzo in difesa del drone che spazzerà via Julian Assange. In pratica, il reporter di un media mainstream esprime eccitazione all’idea che il proprio governo elimini fisicamente colui che ha pubblicato le informazioni divenute il fondamento di una delle più importanti espressioni del giornalismo nell’ultimo decennio. Ironico, no? Gleen Greenwald, il giornalista del Guardian che pubblicò le informazioni di Snowden, è stato attaccato in vari modi dalla stampa corporativa, mentre Andrew Ross Sorkin (New York Times) ne invocò l’arresto e David Gregory (NBC) lo accusò di aver addirittura aiutato e spalleggiato Snowden.

Perché questo accanimento? Semplice: Grunwald esprime opinioni a sostegno delle politiche di sorveglianza e di attacco a distanza del governo, mentre Sorkin non fa altro che promuovere gli interessi di Wall Street. Sono molti i giornalisti dei mass media che sponsorizzano di volta in volta politiche governative, corporative o del complesso militare-industriale verso obiettivi commerciali e interventi di conquista armata o finanziaria. Tutte queste voci promuovono apertamente le assunzioni inespresse che servono alla struttura di potere e che dominano la politica, mentre le rispettive opinioni non vengono giustamente contrassegnate come tali, ma travestite da indiscutibile obiettività.

Triste ma vero: una brutta notizia fa davvero vendere più giornali. Ma perché? Siamo davvero tutti così pessimisti? Ci piace veramente assaporare la sofferenza altrui? Siamo segretamente compiaciuti che qualcosa di terribile sia accaduto a qualcun altro e non a noi? Se un extraterrestre facesse visita al nostro pianeta e perdesse del tempo a leggere le notizie dei giornali e ad ascoltare i telegiornali, giungerebbe sicuramente a queste amare conclusioni. In generale, la copertura delle news è estremamente sensazionalistica e deprimente, con così tante pagine dedicate a omicidi, crimini, stupri e pedofilia, ma pochissimo spazio per le tante buone azioni e i meravigliosi movimenti spontanei che si verificano quotidianamente in tutto il pianeta.

Eppure le ragioni che ci spingono a consumare brutte notizie sono perfettamente logiche: in tempi di armonia e pace, infatti, la gente sente molto meno il bisogno di istruirsi come invece avviene in tempi di crisi. Una buona notizia per tutti coloro che cominciano a disperare e considerano gli esseri umani apatici, odiosi e insensibili. Anzi, questo potrebbe costituire un enorme incentivo per l’industria dei mass media a fare qualcosa di realmente utile, ad esempio iniziare a proporre gli aspetti positivi e trasmettere la speranza in un cambiamento positivo. Si potrebbe addirittura sfruttare i periodi negativi che attirano il maggiore interesse del pubblico per esprimere messaggi di pace, fratellanza e giustizia, o per riflettere il desiderio di soluzioni dell’umanità e le crescenti preoccupazioni per l’ambiente.

I mass media potrebbero finalmente divenire la voce di una popolazione mondiale che ne ha abbastanza di violenza e falsità, impegnandosi per promuovere trasparenza, uguaglianza, libertà, verità e reale democrazia. Questo farebbe vendere i giornali? Molto probabilmente si, forse anche più di prima. Oppure Si potrebbe finalmente richiamare politici e governanti alle proprie responsabilità in nome dell’opinione pubblica, non sarebbe già molto? Purtroppo, nel prossimo futuro è molto più probabile che la stampa mainstream persisterà nel distrarre la nostra attenzione con l’ennesima foto del sedere di Rihanna o del nuovo stravagante vestito di Lady Gaga, un altro pettegolezzo sulla dipendenza da cocaina di Justin Bieber o la nuova fiamma del calciatore di turno. Eppoi, che ci interessa dei buchi di bilancio e delle azioni criminali che si svolgono in parlamento contro gli interessi dei cittadini?

Non hai ancora letto “1984” di George Orwell? Ebbene, questo libro viene spesso citato in riferimento all’odierna distopia, non senza ragione, poiché vi si trovano molte, troppe coincidenze tra l’oscura immaginazione di Orwell e la nostra realtà attuale. Uno degli aspetti più importanti del testo è la visione dell’autore sul linguaggio: Orwell coniò il termine “Newspeak” per indicare una versione semplicistica della lingua che ha l’obiettivo di limitare e deviare il libero pensiero su questioni (creatività, pace o individualismo, ad esempio) che potrebbero minare o mettere anche solo in discussione lo status quo. Il concetto include quello che Orwell definì “DoubleThink”, ovvero quando il linguaggio viene appositamente reso ambiguo o addirittura invertito per trasmettere il contrario della verità. In 1984, infatti, il ministero della guerra è noto come “Ministero dell’Amore”, mentre il “Ministero della Verità” è dedicato alla propaganda e all’intrattenimento delle masse. Non suona familiare?

Un altro libro che approfondisce ulteriormente il tema è “Unspeak – Words are Weapons” di Steven Poole, una lettura obbligata per chiunque sia interessato al potere del linguaggio e, in particolare, a come il significato delle parole venga distorto per fini politici. Ecco da dove provengono termini come “missione di pace”, “esportazione di democrazia”, “estremisti” e “no-fly zone”, perché le armi vengono definite “risorse”, perché si utilizzano eufemismi commerciali ingannevoli come “downsizing” per intendere ridondanza e “crimini sessuali” per raggruppare concetti fortemente eterogenei come omosessualità, pedofilia, violenza e altre pratiche proibite che risultano così offuscate. Questi, e molti altri esempi, dimostrano quanto può essere potente il linguaggio. In una situazione di crescente monopolio dei media mainstream, coloro che esercitano sapientemente questo potere sono in grado di manipolare le parole e, quindi, la reazione del pubblico per garantirsi un immeritato rispetto, mantenere lo status quo e instillare la paura.

L’unica stampa che è realmente libera (almeno per ora, ma dal prossimo 31 marzo Agcom potrebbe spazzarla via del tutto) è costituita dalle pubblicazioni indipendenti, libere da inserzionisti pubblicitari, consigli di amministrazione, amministratori delegati e azionisti, di cui i blog sono la massima espressione al giorno d’oggi. Il che spiega la crescente fiducia che sono in grado di conquistare giorno dopo giorno a scapito dei mass media. Il vero giornalismo, quello che si ispira a sani principi etici ed è indirizzato al rispetto del diritto all’informazione dei cittadini, sta vivendo una sorta di minaccia esistenziale. Ne sono una prova le rappresaglie che l’editore e i giornalisti del Guardian hanno dovuto subire da parte di funzionari ed agenzie governative: dal sequestro arbitrario degli hard drive alla detenzione abusiva per terrorismo. I pochi potenti che controllano i media planetari e gestiscono la pubblicazione delle notizie, fanno letteralmente sparire i fatti sgradevoli ed eleggono rappresentanti che mettono al servizio della propria agenda economica, politica e militare. La stampa libera non esercita più il proprio controllo sul potere, ma è diventata parte del potere stesso.

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Categorie: , Denunce, Sociale


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