Ragionare sulle identità generazionali non è mai qualcosa di utile. IMillennials del resto chi sono?

Roma
15:30 del 09/09/2017
Scritto da Gerardo

Ragionare sulle identità generazionali non è mai qualcosa di utile. IMillennials del resto chi sono? Direste che una persona nata nel 1981 è della stessa generazione di una persona nata nel 1990? Eppure i Millennials, nella moderna narrativa occidentale, sono ovunque. Li abbiamo visti sbucare sulle maggiori testate giornalistiche visti gli ultimi eventi politici e sociali:sempre più Millennials non vogliono avere figli, la rabbia dei Millennials contro i muri di Trump, la Brexit che ruba il futuro ai Millennials… e via dicendo. Ora, più che dei Millennials, ovvero della generazione nata tra l’80 e il 95, dovremmo descrivere la Millennialità, ovvero tutta la forma culturale che consisterebbe nell’identità dei Millennials. La stampa di massa occidentale è sempre pronta a osannare la Millennialità, a darle una posizione privilegiata nella vita pubblica. Questo solamente perché i Millennials, secondo tutti i sondaggi e tutti i recenti risultati politici, sono la generazione maggiormente supportante l’agenda globalista e liberale.

Ma che cosa custodisce l’identità di un Millennial? Perché dovremmo considerare i Millennials la generazione più saggia o più sveglia? Perché questa ossessione per i Millennials? La triste verità è che l’identità Millennial si fonda sul nulla, e che i Millennials non hanno ancora prodotto niente di utile per lo sviluppo culturale della società, e probabilmente mai lo produrranno. Basta confrontare brevemente i Millennials con le generazioni precedenti.

“Sono difficili da gestire e pensano che tutto sia loro dovuto. E sono narcisisti, egoisti e dispersivi. Vogliono un lavoro che abbia uno scopo. Giusto. Vogliono lasciare il segno, qualsiasi cosa significhi. Per qualche ragione però, i Millennials non sono comunque felici.


Troppi sono cresciuti con strategie fallimentari di educazione familiare: è sempre stato detto loro che erano speciali. Che potevano avere tutto quello che volevano dalla vita, solo perché lo volevano. Abbiamo dato loro medaglie, anche per arrivare ultimi. E così quando entrano nel mondo reale, l’immagine che hanno di se stessi si sgretola“.

La fotografia lapidaria di una generazione che, nelle pause in cui riesce a staccarsi dallo smartphone, fa fatica ad interfacciarsi con la vita reale, arriva da Simon Sinek, scrittore esperto di marketing ed autore di diversi libri anche su tematiche motivazionali, in un’intervista del portale Inside Quest condotta da Tom Bilyeu.

Parliamo della generazione di ragazzi nati più o meno dal 1984 in avanti e che sono spesso chiamati anche nativi digitali, che vivono la loro vita iperconnessi alla tecnologia e che si trovano oggi a fronteggiare in prima persona le conseguenze della crisi economica spesso senza riuscire a muovere i primi passi nel mondo del lavoro. Ad ogni modo la testimonianza di Sinek, finita in rete, ha collezionato centinaia di migliaia di visualizzazioni parlando delle difficoltà, dei difetti e delle paure di un’intera generazione.

Secondo Sinek, la Generazione Y cresce con livelli di autostima più bassi di quelle che l’hanno preceduta e non per colpa loro. Cosa che, sommata all’interazione con i social, porta le persone a vivere “in un mondo di Facebook e Instagram, dove per tutto c’è un filtro”. Insomma: “Siamo bravi a mostrare alla gente che la vita è magnifica, anche se siamo depressi”. Nello spiegare il motivo per cui siamo portati a cercare i “like” dei nostri amici con foto e post, Sinek racconta che il meccanismo di gratificazione è la produzione di dopamina nel nostro corpo, che ci fa controllare complessivamente se il nostro Instagram è cresciuto o meno nell’ultimo periodo, perché un like ci gratifica. “La dopamina è la stessa sostanza che ci fa sentire bene quando fumiamo, beviamo o scommettiamo, in altre parole crea molta, molta dipendenza“.


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Categorie: , Cultura, Denunce, Sociale


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