MALATI DI SESSO, RECENSIONE - Il problema non è certo la voglia di guardare a Harry ti presento Sally, né quella di rifare para para (ma male) la famosa scena dell’orgasmo alla tavola calda.

Bologna
23:00 del 07/06/2018
Scritto da Carmine

MALATI DI SESSO, RECENSIONE - Il problema non è certo la voglia di guardare a Harry ti presento Sally, né quella di rifare para para (ma male) la famosa scena dell’orgasmo alla tavola calda. Il problema non è nemmeno che, nonostante la durata sia sotto i novanta minuti, non c’è abbastanza ciccia per riempire una sceneggiatura e un film come si deve, traducendo in maniera quasi meccanica il tocco e il ruolo di Claudio Cicconetti in varie riprese col drone, accompagnate dalle canzonette, o nel vorticare attorno ai protagonisti nel tentativo di animare situazioni statiche.

MALATI DI SESSO, RECENSIONE - Con un po’ di buona volontà, si potrebbe anche passare sopra alla solita carrellata di case fighette, al gioco a ping pong tra Prati, Trastevere e Castel S.Angelo, al precario senza soldi con le Saucony ai piedi, al fatto che si dovrebbe credere alle gallerie autostradali mentre ai lati delle auto dei protagonisti passano vespe e scooter che al massimo siamo sotto al tunnel della Tangenziale Est (anzi, al massimo la Galleria Pasa, che la tangenziale fa troppo Roma Sud). Su Troiano che recita con l’accento e il tono di Troisi no, su quello no. Ma il problema, quello vero, è che Malati di sesso non lo sa, che film deve essere, evidentemente scisso tra le intenzioni del produttore (e forse del regista) e l’ego debordante del suo sceneggiatore e protagonista.


MALATI DI SESSO, RECENSIONE - Perché Francesco Apolloni, che è uno che ama da sempre parlare di sé, e parlare di sé come di un gran seduttore, ostentando però al tempo stesso il lato dolce, si piazza bene bene al centro della storia, privilegiando un punto di vista maschile (e un po’ maschilista), facendo vedere che è solo grazie a lui, e alla sua maturazione, e alla sua arte - sì, perché qui è anche scultore - che tutti possono trovare l’equilibrio che cercano. Specie la sua versione speculare ma in minore, che è la povera Gaia Bermani Amaral, non una grande attrice ma nemmeno antipatica, e ben piazzata nello spettro che intercorre tra comicità e sensualità. Ma anche i due personaggi minori, scritti con l’accetta, finiscono per essere solo puntelli al protagonismo del protagonista: sia il malato di gioco Troiano che la svagata comportamentalista animale siculo-mongola di Elettra Capuano, che pure qualche sorriso lo strappa, assieme alla commessa silenziosa di un negozio di animali.

Spaziando da Castel Sant’Angelo a Roma al Monte Bianco, passando per Parigi e per una clinica per sessodipendenti a Courmayeur, Malati di sesso è una commedia on the road e apolide e, nell’intenzione degli autori, “romanticomica”, tesa a fotografare con la leggerezza della farsa il rapporto malato e distorto con il sesso da parte della società contemporanea e di tanti giovani uomini e donne.


Il risultato è però una commediola sciatta e telefonata, di ascendenza e derivazione televisiva, soffocata del tutto da eccessi striduli e posticci, come quelli sugli psicoanalisti macchiette da fumetto, dalla dittatura di hit onnipresenti e invasive da spot pubblicitario, a servizio di sciatte inquadrature di paesaggi a fare da raccordo tra momenti del film anche molto scollati tra loro. Per non parlare delle gag trite e desolanti riempite ad hoc di peti e flatulenze corporee per strappare la risata a tutti i costi, come in un cinepanettone qualunque. Abbondano ovviamente le allusioni sessuali forti di un immaginario che poggia interamente sul senso comune, come quando si fa ricorso a meccanici irsuti e ruspanti, o su improbabili aperture surreali (l’induismo e il buddismo rivisitati in versione pugliese e pecoreccia). Fabio Troiano rifà malamente Massimo Troisi in più di una sequenza e in ogni caso ci si concede davvero di tutto e di più, tra ironie varie su pennuti, doppi sensi sugli uccelli e l’ovvia, immancabile citazione alla scena cult dell’orgasmo simulato da Meg Ryan in Harry ti presento Sally (1989). A dominare incontrastata c’è però solo l’impotenza da vorrei ma non posso, tra inutili prurigini e moralismi sentimentali di ritorno (che il primo titolo pensato per il prodotto fosse In cerca d’amore non può che dirla lunga). Il regista ha alle spalle il docu-film Concilio Vaticano II, prodotto fortemente voluto direttamente da Papa Ratzinger, mentre la casa di produzione Light Industry è stata coinvolta anche nella co-produzione di Domino di Brian De Palma


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Categorie: , Cinema


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