DEMOCRAZIA IN PERICOLO. LA STESSA CHE HANNO PORTATO IN GIRO PER IL MONDO? GLI STA TORNANDO TUTTO INDIETRO CON GLI INTERESSI. LA DERIVA DEMOCRATICA ALTRO NON È CHE LA DERIVA DELLA MORALITÀ AMERICANA. 

Napoli
11:25 del 11/01/2017
Scritto da Samuele

DEMOCRAZIA IN PERICOLO. LA STESSA CHE HANNO PORTATO IN GIRO PER IL MONDO? GLI STA TORNANDO TUTTO INDIETRO CON GLI INTERESSI. LA DERIVA DEMOCRATICA ALTRO NON È CHE LA DERIVA DELLA MORALITÀ AMERICANA. 
HANNO CREATO GENERAZIONI DI SOLDATI TRAUMATIZZATI, NEVROTICI CHE PER ANDARE AVANTI FANNO USO E ABUSO DI PSICOFARMACI. HANNO DIVISO GLI UNI CONTRO GLI ALTRI, BIANCHI CONTRO NERI, RICCHI CONTRO POVERI...
HANNO PERSO IL SENSO DELLA REALTÀ....

“Yes we can”, ha detto Barack Obama per l’ultima volta. “Yes we did”, ha aggiunto, rivolto agli uomini e donne del McCormick Center di Chicago, venuti a urlare il loro addio al presidente. Doveva essere una notte di festa e nostalgia per l’uscita di scena del primo presidente afro-americano della storia degli Stati Uniti, il “ragazzino secco con un nome strano”, figlio di uno studente del Kenya, come lo stesso Obama si è definito. Doveva essere un modo per ricordare la straordinaria notte di otto anni fa, al Grant Park, proprio a Chicago, quando migliaia di americani vennero a festeggiare la prima elezione post-razziale della loro storia. Doveva essere un modo per passare il bastone a Hillary Clinton, un modo per assicurare la propria eredità e la propria visione di democrazia e di America.

Non è stato niente di tutto questo. L’addio di Obama alla sua gente si è risolto in un appello all’azione, sobrio ma drammatico, in una messa in guardia dai pericoli che la democrazia americana corre nei prossimi anni. In 4300 parole, citando il presidente eletto Donald Trump una sola volta, Obama ha individuato quattro “minacce alla democrazia”: la divisione profonda dell’America in quanto nazione; le divisioni razziali che mettono gli americani gli uni contro gli altri, a beneficio dei più ricchi; la perdita di contatto con i fatti e con la realtà; l’apatia che si allarga e che porta a non difendere i principi democratici. “Tra dieci giorni il mondo assisterà a uno dei punti fermi della nostra democrazia – ha detto Obama -, il trasferimento pacifico di poteri da un presidente liberamente eletto a un altro. Mi impegno con il presidente eletto Trump a fare in modo che la mia amministrazione assicuri la più morbida transizione possibile”. E’ stato appunto questo l’unico momento in cui Obama ha pronunciato il nome del suo successore – peraltro tra i buuu e le urla di disapprovazione della folla.


Per il resto Obama ha pronunciato un discorso che è parso una messa in discussione puntuale, meticolosa, preoccupata, del prossimo presidente e dell’ideologia che lo ha mosso nella scorsa campagna elettorale. La democrazia deriva dall’eguaglianza, ha detto Obama, e i progressi economici di questi anni non sono stati sufficienti: “Una profonda diseguaglianza corrode i nostri principi democratici…. Si tratta di una ricetta per far crescere cinismo e polarizzazione nella nostra politica”. Proprio lui, il presidente che fu eletto nel 2008 tra squilli di tromba sul superamento dell’America razziale e razzista, ha poi messo in guardia sulla persistenza del problema. “La race rimane una forza potente e divisiva nella nostra società – ha spiegato Obama, legando la questione razziale a quella della giustizia sociale – Devono cambiare i nostri cuori… Per i neri e per le altre minoranze si tratta di collegare i nostri sforzi per ottenere giustizia allo sforzo di tante altre persone in questo Paese – i rifugiati, i migranti, i poveri nelle zone rurali, la gente trasgender, ma anche l’uomo bianco di mezza età, che dall’esterno può essere percepito come colui che ottiene tutti i vantaggi ma che, anch’esso, vede il suo mondo travolto dal cambiamentoeconomico, culturale e tecnologico”.

Riconosciuta la realtà della crisi – esistenziale ancor prima che economica e sociale – che ha condotto molti dell’America più profonda a votare per Donald Trump, Obama ha però rivendicato la necessità che questa stessa America faccia un profondo esame di coscienza. “Per i bianchi americani si tratta di riconoscere che gli effetti della schiavitù e del sistema Jim Crow non sono improvvisamente svaniti negli anni Sessanta; che quando le minoranze esprimono il loro scontento non stanno soltanto dando fiato a un razzismo al contrario o a una richiesta di correttezza politica; che quando protestano in modo pacifico, non stanno chiedendo un trattamento speciale, ma il trattamento egualitario che i nostri fondatori hanno promesso”.

Proprio a questa America così divisa, spaccata – tra bianchi e neri, tra chi ha e chi non ha – Obama ha ricordato la necessità di guardare ai fatti, di non perdere di vista la realtà, la fiducia nella scienza e nella ragione: “Sempre di più, ci sentiamo sicuri nelle nostre bolle e finiamo per accettare soltanto quelle informazioni, siano esse vere o no, che si accordano alle nostre opinioni, invece di basare le nostre opinioni sui fatti”. Citando la questione dei cambiamenti climatici, Obama ha aggiunto: “Senza un riferimento comune ai fatti, senza la volontà di ammettere nuove informazioni e di ammettere che il tuo rivale ha segnato un punto, e che la scienza e la ragione sono importanti, continueremo a parlarci addosso e a rendere impossibile un terreno comune di compromesso”.

Il momento forse più emozionante della serata – quello in cui lo stesso Obama si è commosso, quello in cui la folla dei 18 mila accorsi al McCormick Center è esplosa in un boato liberatorio – è stato quando il presidente si è rivolto direttamente alla moglie. “Michelle LeVaughn Robinson, figlia del South Side di Chicago, sei stata non soltanto mia moglie e la madre dei miei figli. Sei stata la mia migliore amica. Hai assunto un ruolo che non hai chiesto e lo hai fatto con la grazia, il coraggio, lo stile, il buon umore che ti contraddistingue. Hai reso la Casa Bianca un posto che appartiene a tutti. E una nuova generazione mira più in alto, perché ha in te il suo modello. Mi hai reso pieno di orgoglio. Hai riempito di orgoglio questo Paese”.

Per il resto, Obama ha cercato di spronare all’azione chi, soprattutto i più giovani, potrebbe essere tentato di lasciar perdere, di abbandonare la politica, di smettere di credere nella possibilità di un futuro migliore. La democrazia ha bisogno di voi, ha detto Obama, “non soltanto quando c’è un’elezione, non soltanto quando è in gioco il vostro interesse particolare, ma per tutto il corso delle vostre vite… Se siete delusi per chi è stato eletto, per i vostri rappresentanti, raccogliete le firme, presentatevi alle elezioni. Scendete in strada. Perseverate. Certe volte vincerete. Altre perderete. In molti casi la vostra fede nell’America – e negli americani – verrà confermata”.


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Categorie: , Cronaca, Denunce, Esteri


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Risposte - Commenti

Valentina

12/01/2017 17:52:05
effettivamente era un buon presidente ,Trump mi sembra un po un farabbutto, però ce da dire che non è tutto oro ciò che luccica.Può darsi anche che migliorerà il paese.
7

Assunta

11/01/2017 11:46:21
Piange per un premio Nobel per ''la pace'', premio tradito ed insultato in maniera barbarica! Piange per quello che avrebbe dovuto fare e non ha fatto! Piange per le speranze che in lui avevano riposto tantissime persone a cominciare da me per poi veder tradite, insultate, vilipese grandi speranze! Piange per aver ''sponsorizzato'' una pericolosa isterica guerrafondaia come quella bollita militarista, sponsorizzata senza vergogna alcuna! Piange per aver dissipato, offuscato, disilluso otto anni in maniera criminale ed intollerabilmente disgustosa!!
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