Installate sugli smartphone, sanno molte cose di noi (per esempio dove siamo) e rivendono queste informazioni in giro.

Roma
17:00 del 12/12/2018
Scritto da Luca

Da una lunga inchiesta appena pubblicata dal New York Times viene fuori come decine di app presenti sui nostri smartphone stiano costantemente tracciando, catalogando e, di fatto, spiando le nostre vite. Il titolo scelto dal quotidiano non a caso è stato “Le tue app sanno dove sei stato la scorsa notte, e non manterranno il segreto”.

Il problema della privacy è uno dei più seri e discussi quando si tratta di social network, ma viene da molto prima, visto che sono alcune caratteristiche tecniche dell’elettronica a renderci costantemente tracciabili. Molto prima dell’avvento dei social, infatti, chiunque lavorasse con le informazioni trafugate (sia legalmente che illegalmente, ma soprattutto nella seconda opzione) si è visto piovere addosso una fortuna non da poco. Se un tempo bisognava infiltrarsi di persona in un gruppo sociale per riuscire a spiarlo, e magari farlo con dei piccoli microfoni incollati addosso, oggi tutti, ma proprio tutti, un microfono addosso ce l’hanno già. E ce l’hanno perché serve, è imprescindibile: ci sono microfoni nei laptop, negli auricolari, negli smartphone, nei lettori digitali e molto presto, con il cosiddetto internet delle cose (più conosciuto con l’abbreviazione IoT dall’inglese), i microfoni saranno letteralmente dappertutto: frigoriferi, lampade, casse per la riproduzione musicale e così via.

Per la privacy, però, non tutto è perduto. La prima fonte attraverso cui le nostre informazioni personali sono prese e rivendute (nella maggior parte dei casi a chi offre pubblicità e ha interesse a “targetizzare” le possibili clientele) sono le app del nostro telefono. E con alcuni accorgimenti il danno può essere limitato.

Moltissime app accedono alla nostra “posizione”. Si tratta di condizioni che accettiamo quando scarichiamo l’app stessa. Queste condizioni legalmente funzionano come un contratto che noi, con un tap sullo schermo, ci impegniamo a sottoscrivere, e quasi sempre tra le mille informazioni contenute nell’informativa per la privacy c’è la possibilità, più o meno esplicita, di rivendere questi nostri dati ad altre aziende.

Non è facile sapere quali app ci registrano o stanno tracciando i nostri percorsi (sia a piedi che in auto o coi mezzi), perché ognuna può avere delle impostazioni che lo permettono senza che davvero l’utente ne venga a conoscenza con una notifica. Se vogliamo evitare che i dati sulla nostra posizione vengano rivenduti in lungo e in largo abbiamo due opzioni: la prima è disattivare l’opzione “la mia posizione”, in inglese “location” o “location services”, dall’app stessa. Oppure si prova a fare una cernita di quali app seguono la nostra posizione. Di norma su iOS funziona così: si va su privacy, poi su location services e a questo punto dovremmo avere una lista delle app che hanno accesso alla nostra posizione. Tra le impostazioni ci dovrebbe essere “while using the app”, cioè fare in modo che le app abbiano accesso a questi dati solo mentre le usiamo (anche perché alcune, come i navigatori o i servizi taxi, senza la nostra posizione non possono funzionare).

Mentre su Android dalle impostazioni si va su Security & location, poi su location e infine su App level permission e a questo punto ci apparirà la lista dei loghi delle nostre app affiancata da un bottone on/off. Selezionando off le app avranno accesso alla nostra posizione solo se utilizzate.

A voler tagliare la testa al toro, ovviamente, c’è un modo più drastico che è quello di disattivare il GPS direttamente dalle impostazioni dello smartphone. Ma, appunto, alcune app smetterebbero di funzionare.

Rimane un fatto politico. Le grandi aziende del web, i cosiddetti giganti di cui si parla a proposito della gig-economy, approfittano delle regole poco chiare sulla privacy e dei limiti strutturali delle leggi (la loro aggirabilità) per spiarci e ottenere enormi profitti rivendendo i nostri dati. Oltre al danno, però, c’è la beffa: questi giganti del web sono gli stessi che evitano di pagare le tasse nei luoghi in cui fanno profitti, usano paradisi fiscali e difetti delle regolamentazioni degli stati per aggirare controlli e fisco. L’unica istituzione mondiale che sta provando a rispondere in questo senso è l’Unione Europea, soprattutto nella figura di Margrethe Vestager, politica danese proveniente dalla sinistra radicale che ricopre il ruolo di commissario europeo alla concorrenza.

Vestager è già riuscita a sottolineare e dimostrare legalmente più volte le posizioni di monopolio e oligopolio di alcune delle aziende leader nel commercio di dati, multando a volte in modo molto salato i colpevoli. Per questo non bisogna sorprendersi se si scopre che aziende come Facebook hanno aiutato di proposito i populisti di destra in tutto il mondo: i giganti dell’economia del web e i vari Salvini, Putin e Trump hanno, almeno in parte, gli stessi nemici: persone come Vestager e istituzioni come l’UE.

Da: QUI


Articolo letto: 215 volte
Categorie: , Tecnologia


Cosa ne pensi?
Accedi oppure Registrati per rispondere.
Risposte - Commenti

Ricerche correlate

Tecnologia - hi tech - tech - app - localizzazione app - internet -

Sponsors notizia
Banner pubblicità Network informazione

Registrazione GRATIS

Come utente registrato puoi:
  • Pubblicare articoli denuncia su 10 blog;
  • Pubblicare post e segnalazioni;
  • Pubblicare articoli sponsorizzati;
  • Creare Campagne SEO con Textlink e Banner;
  • Pubblicare giudizi e commenti

login con facebook

oppure

Login



oppure

Accedi con facebook

Login



oppure

Accedi con facebook

Rimani sempre aggiornato, seguici su Facebook!
.

ACCEDI GRATIS con FACEBOOK

Per continuare a leggere, ACCEDI GRATIS.

Accedi con facebook