La completa liberalizzazione degli orari dei negozi, domeniche e festivi compresi, è un provvedimento che adegua le normative italiane a standard ormai generalizzati e semplifica la vita ai consumatori, o rappresenta una spinta al consumismo e un’ennesima violazione dei diritti dei lavoratori?

Palermo
15:00 del 12/11/2017
Scritto da Luca

Chi parteggia per l'apertura 24/7 e durante i festivi dei centri commerciali propone le sue tesi pensando che siano rese imbattibili da una sorta di forza di inerzia alla quale è inutile, sciocco e naif opporsi: quella del progresso. Non si può fermare la modernità, dicono loro, non ci può opporre al flusso inarrestabile della storia e del progresso, perché quello è il verso “giusto”, come se il procedere del tempo avesse sulla storia un valore sempre positivo.

A quanti sono convinti che gli esercizi commerciali debbano restare sempre aperti, a completo servizio del consumatore, e a quelli che vedono in questa tendenza un adattamento a abitudini ed esigenze imposte dai tempi sempre più ristretti che dominano le vite di tutti  e un’opportunità per i giovani che possono finalmente essere assunti con contratti regolari, i religiosi che hanno appoggiato le mobilitazioni delle commesse rispondono.che la domenica dev’essere per tutti un giorno di riposo, da passare con la famiglia e gli affetti. Lavorare in un giorno festivo è un’abitudine diseducativa che fa sembrare, anche agli occhi dei più piccoli, tutti i giorni uguali. Inoltre, si incentivano la cultura del consumismo e fenomeni di concorrenza sleale che vedono fortemente penalizzate le piccole attività a conduzione familiare. Queste ultime  e le loro associazioni, infatti, sostengono la protesta.

Molti i comuni italiani concordi con questa linea di pensiero, e da parte di alcune Regioni, fra cui anche il Veneto, pende un ricorso alla Corte costituzionale per invalidare gli articoli della legge 214/2011 in materia e tornare alla disciplina precedente. Per loro, la possibilità di entrare a far parte dell’European Sunday Alliance, un organismo internazionale con sede a Bruxelles attivo in tutti i paesi europei con lo scopo di diffondere la consapevolezza dell’importanza del riposo domenicale e, più in generale, della garanzia di orari lavorativi tali da sensibilizzare tutte le società al valore del tempo libero: un ritorno ad una vita più “slow” che in Europa ha trovato il sostegno dell’opinione pubblica e dei legislatori di molti Paesi.

Alla luce di uno studio condotto quest’anno dalla Confcommercio, è infatti possibile scoprire che molti Paesi esteri sono intervenuti sulla questione regolamentandola con rigore. Negozi chiusi per Austria e Germania, che si riservano aperture domenicali solo in casi eccezionali. Il Belgio impone che vi sia, per ogni attività, almeno un giorno di riposo settimanale; si può scegliere un giorno feriale piuttosto che uno festivo, ma va comunicato tempestivamente agli enti competenti locali. Nei Paesi Bassi i festivi e le domeniche sono giorni di chiusura. Il governo autorizza fino a un massimo di 12 aperture domenicali all’anno, purché non siano più di una al mese. Per quanto riguarda la situazione della tanto bistrattata Grecia, vige l’obbligo di chiusura domenicale, senza distinzioni per le aree turistiche.


Molti gli imprenditori invece che, in controtendenza rispetto alla crisi di settore, decidono di investire nelle grandi catene di ipermercati puntando molto su questa modalità. Assai più comodo per tutti coloro che sono costretti a lavorare sei giorni su sette, continuativamente; prospettive decisamente meno felici invece, sono quelle che attendono i piccoli negozi specializzati, che hanno fatto fortuna a partire dal secondo Dopoguerra. Le “botteghe” di paese (il panificio, la drogheria, il salumiere, l’enoteca…) a meno di cambiamenti si troveranno a cedere il testimone a queste enormi strutture che sembrano contenere al loro interno tutto ciò di cui l’uomo necessita per vivere, con una formula che ottimizza i tempi e stuzzica i clienti con proposte studiate ad hoc per i loro stili di vita sempre più compressi, un cambiamento tutt’altro che indolore. Per gli addetti, in primo luogo.

C'è un dato su tutti che smentisce qualsiasi tentativo di sostenere il contrario: la grande distribuzione organizzata, da quando il settore è stato liberalizzato, non sta aumentando la produttività, anzi, sta proseguendo la sua crisi, tanto che il 2016 «si è chiuso con un calo dello 0,6% in termini di consumi». A dirlo, proprio qualche giorno fa al Sole24ore, è Massimo Moretti, presidente del Consiglio nazionale dei centri commerciali.

Il problema è che la visione di Scalfarotto, che alla polemica contro l'apertura dà addirittura del “medievale”, lo ha identificato molto bene Christian Raimo, autore di un bellissimo reportage per Internazionale dedicato proprio a questo tema, che in un post su Facebook scritto proprio nell'occasione dell'uscita dell'articolo di Scalafarotto e di Rivista Studio, scrive: «Liquidare la difesa della chiusura dei centri commerciali la domenica o la notte come una battaglia di retroguardia, passatista, populista, ingenua, medievale, vuol dire non riconoscere i fatti, e pensare che il progresso sia un valore a sé, assoluto, e corrisponde ai desideri di alcuni non ai diritti della maggioranza».

Accettare che la legge del mercato detti il ritmo della nostra vita è pericoloso. Ma accettare che quella stessa legge, che in questo caso viene addirittura meno vsito che i consumi in Italia sono fermi e che non ci sono prove che i sacrificio di milioni di lavoratori nei giorni festivi abbia portato qualche beneficio alla nazione, è proprio stupido e volgare, anche perché quegli stessi lavoratori — spesso donne e single, ovvero le fasce più deboli, quelle che secondo Studio vivrebbero meglio grazie alle aperture 24/7 — per lavorare in quegli orari e in quei giorni sono sfruttati e nel peggior modo.

Ma probabilmente la partita non inizia né finisce nei corridoio di qualche ipermercato, perché nel suo articolo, Scalfarotto chiama in causa qualcosa di molto più problematico e il suo pensiero è paradossalmente abbastanza diffuso in una certa parte della sinistra italiana: si tratta del concetto che non si possa opporsi allo zeitgeist, al senso del proprio tempo e, alla fine, al progresso che, dal punto di vista di chi tifa per le magnifiche sorti e progressive, può soltanto portare miglioramento.


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Categorie: , Denunce, Lavoro


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