La fine del lavoro, disoccupazione in crescita fino al 2019! Ecco cosa il governo non ci dice

Agrigento
17:00 del 07/03/2015
Scritto da Gerardo

“Dall’inizio della crisi nel 2008 sono stati persi più di 61 milioni di posti di lavoro nel mondo. E secondo le nostre proiezioni la disoccupazione continuerà ad aumentare fino alla fine del decennio. Ciò significa che la crisi occupazionale è tutt’altro che finita e lascia spazio all’autocompiacimento”. Sono parole nette quelle usate da Guy Ryder, direttore generale dell’International Labour Organization (ILO), agenzia delle Nazioni Unite che ha analizzato il tasso di disoccupazione dei vari stati mondiali dal 2006 al 2014 come base per creare proiezioni del livello occupazionale dal 2015 al 2019.

Il report dell’ILO segnala miglioramenti in Stati Uniti e Giappone; mentre tre quarti dei lavoratori “vulnerabili” a livello mondiale, si trovano negli stato meridionali dell’Asia e dell’Africa sub-sahariana, dove “la situazione occupazionale non è migliorata nonostante migliori performance di crescita economica”, si legge sul rapporto. Secondo l’agenzia della Nazioni Unite, male anche per i Caraibi, il mondo arabo e per numerosi stati del Sud America dove “le prospettive di occupazione si sono deteriorate”. Il report non ha potuto fare a meno di evidenziare anche le difficoltà dell’Europa, la cui ripresa economica è definita “fragile e irregolare” e dove sarà complicato riportare il tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi “a causa delle recenti turbolenze nei mercati finanziari”.


In Unione Europa, mentre nel biennio 2006-2007 Portogallo, Slovacchia e Polonia erano i fanalini di coda, il quadro è cambiato nel 2008 con un deciso aumento della tasso di disoccupazione in Spagna (11,5%), che è quasi raddoppiato l’anno successivo (18,1%).

Decisivo il 2011 per segnalare la Grecia (17,7%) accanto alla Spagna come maglie nere dell’Unione. Tanto che nei tre anni successivi (oltre che nei cinque anni di previsioni fino al 2019), Spagna, Grecia e Croazia occupano il trono di Paesi con il più alto numero di disoccupati europei. Prospettive non rosee per l’Ue, dove la ripresa sembra ancora lontana, anche se i paesi dell’Europa meridionale che oggi hanno i dati peggiori (tra cui Spagna, Portogallo e Grecia) nei prossimi anni dovrebbero avere qualche miglioramento.

“Il livello di disoccupazione mondiale continuerà a crescere nei prossimi cinque anni – continua ILO nel suo report – a causa del fatto che l’economia globale è entrata in un nuovo periodo di crescita lenta e come conseguenza delle sempre maggiori disuguaglianze sociali”. Meccanismi economici che si tradurranno in un aumento delle persone senza lavoro che, secondo lo studio dell’agenzia delle Nazioni Unite, nel 2019 raggiungeranno un picco di oltre 212 milioni rispetto ai 201 milioni attuali.

Nel suo piccolo, anche l’Italia non registra un buon andamento. Nel Bel Paese, infatti, il tasso di disoccupazione è raddoppiato dal 2007 al 2014 (passando da 6,1 a 12,5 punti percentuali), mentre secondo le previsioni dell’agenzia della Nazioni Unite rimarrà relativamente stabile nei prossimi cinque anni, senza subire rilevanti riprese né perdite (con valori in diminuzione da 12,6 a 12,2 punti percentuali) .


Particolarmente colpiti dalla crisi i giovani lavoratori tra i 15 e i 24 anni, tanto che il tasso di disoccupazione giovanile globale è stato del 13% nel 2014, ma è previsto un successivo incremento nei prossimi anni. “I salari bassi portano i cittadini a consumare meno – si legge sul report – e questo ha ovviamente un impatto negativo sulla crescita dei Paesi. Inoltre, la disuguaglianza di reddito in alcune economie avanzate si sta avvicinando ai livelli osservati tra le economie emergenti”. Tendenze che, secondo ILO, hanno ridotto la fiducia dei governi e aumentato il rischio globale di disordini sociali.

Altri fattori che hanno determinato l’aumento del tasso di disoccupazione a livello globale sono stati il calo dell’offerta (in parte a causa dell’invecchiamento della globale) o i cambiamenti delle professioni richieste. Infatti, è diminuita la richiesta di lavori di routine che necessitano un livello medio di capacità specifiche (come gli impiegati), mentre è aumentata quella di lavoratori altamente qualificati (ingegneri informatici e avvocati) o di professioni che non necessitano competenze ma non sono neppure routinarie (come personale di sicurezza). Inutile negale quanto “le tendenze descritte siano preoccupanti – conclude Ryder, il direttore generale dell’International Labour Organization (ILO) – ma possono essere migliorate se si affronteranno debolezze di fondo come la stagnazione dell’Eurozona, le prospettive incerte per gli investimenti produttivi, soprattutto tra le piccole imprese e le disuguaglianza”.


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Categorie: Economia, Lavoro


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