Sono passati cinque anni dalle 3:32 del 6 aprile 2009, purtroppo nel centro storico la ricostruzione non è nemmeno mai iniziata. Così, nella gente prevale lo scoramento nel vedere uno Stato lontano e assente

L Aquila
18:58 del 06/04/2014
Scritto da Albertone

Lo Stato che non c’è si vede negli occhi della gente. Visi tirati, frustrati, disperati. Qui ognuno conosceva almeno una delle vittime che cinque anni fa, alle 3:32 di una notte maledetta, hanno perso la vita per colpa di un terremoto di magnitudo 6.3. Il Centro storico venne distrutto, squarciato, case e chiese crollarono al suolo come scosse da una mano gigante. L’Aquila, cinque anni dopo, non è molto diversa da quell’ammasso di pietraie che i soccorritori si trovarono a spostare mentre l’alba stava per sorgere, straziati dalle urla disperate di chi sotto le macerie chiedeva solo di essere tirato fuori e salvato. Cinque anni sono passati da quei momenti, da quelle immagini, e poco è cambiato.
Certo, i sassi nelle strade non ci sono più, sui marciapiedi ci sono le basi dei ponteggi che dovrebbero teoricamente servire per far rinascere una città orgogliosa, poco abituata a piangersi addosso e tanto orgogliosa quanto testarda. Ma le case, purtroppo, sono nello stesso stato in cui il terremoto le ha lasciate.
Muri crepati, facciate distrutte, centinaia di locali dilaniati e dichiarati inagibili. La ricostruzione non è nemmeno mai partita, alla faccia dei proclami della Politica che a livello locale e nazionale è stata travolta da scandali giudiziari di ogni genere e tipo. Sabato notte, organizzata dai Comitati dei familiari delle vittime del terremoto e caratterizzata da un surreale silenzio, intorno alle 23 si è tenuta una fiaccolata commemorativa.
Luci nella notte, proprio come i lampeggianti che nel 2009 erano andati alla ricerca dei superstiti in un giorno che fece 309 morti e 1.500 feriti. Hanno sfilato in 12.000, convinti più che mai che l’unico modo per ottenere qualcosa sia quello di ribellarsi alla logica del silenzio. Il capoluogo abruzzese è ancora oggi un cantiere a cielo aperto e la ricostruzione sembra ancora un sogno lontano, anche se il ministro dei Beni Culturali Franceschini ha assicurato che "entro il 2019 la città tornerà alla normalità".

Ancora caldo il nodo dei finanziamenti: secondo l’amministrazione comunale servono altri 700 milioni oltre al miliardo e 400 milioni già stanziati. Tanti soldi. Ed è normale che su questo fiume di denaro le antenne siano drizzate. C’erano imprenditori che se la ridevano al telefono ringraziando il terremoto per aver favorito la loro attività ed è quindi legittimo che il livello di attenzione sia alto. Eppure secondo Legambiente i conti non tornano in quanto "a cinque anni dal sisma del 6 aprile 2009, sono pochi, troppo pochi, gli edifici ricostruiti nel centro del capoluogo abruzzese e in molte delle 56 frazioni colpite. Con circa otto miliardi e mezzo di euro spesi, la devastazione dei centri è ancora tutta lì, il tempo quasi sospeso" e quindi “la ricostruzione va troppo a rilento".
"A fronte dei soldi spesi, solo il 20% del centro storico dell’Aquila è stato ricostruito - commenta Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente - il resto è ancora un groviglio di ponteggi e puntellamenti, una parte dei quali necessiterebbe di manutenzione, e quel 20% è quasi tutto riferito alla ricostruzione residenziale. Soltanto una chiesa è stata restaurata e riaperta al culto. Le frazioni, poi, in molti casi sono ancora alle prese con la progettazione di un piano di ricostruzione”.


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Categorie: Cronaca, Denunce, Scienze


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