L’inchiesta giornalistica sull’accomodamento di Italia-Camerun del Mondiale 1982, terza partita italiana al torneo che poi vinse spettacolarmente, fu silenziata dai media e ovviamente dagli addetti ai lavori. 

Aosta
15:00 del 21/05/2017
Scritto da Gregorio

L’inchiesta giornalistica sull’accomodamento di Italia-Camerun del Mondiale 1982, terza partita italiana al torneo che poi vinse spettacolarmente, fu silenziata dai media e ovviamente dagli addetti ai lavori. Tutto si può dire, tranne però che mancassero le prove. Oliviero Beha, giornalista sportivo e non solo scrisse un libro assieme a Roberto Chiodi, “Mundialgate “, per mettere insieme le loro inchieste dell’84 su Epoca che accusavano l’Italia di avere pagato qualcuno del Camerun per ottenere il punto prezioso di quella partita…

Ecco come Beha ha poi riassunto la storia della più clamorosa ipotesi di partita truccata della storia della nazionale italiana raccontata nel suo libro:

L’Italia-Camerun più famosa o famigerata della cronaca, il match combinato per antonomasia e sotto gli occhi di tutti, risale infatti all’estate del 1982, Mondiali di Spagna. A Vigo nel primo turno l’Italia in quel momento sbeffeggiata di Bearzot viene da due pareggi, con Polonia e Perù. Se perde va fuori tra le pernacchie (la spernacchiava  Matarrese già allora presidente della Lega), se pareggia sopravvive comunque per il quoziente reti. Il Camerun se pareggia viene eliminato ma torna imbattuto in patria a ricevere soldi (assai pochi) e onorificenze dal regime monocratico avviato a diventare militare a colpi di guerriglia,  prima squadra africana a riuscire in un’impresa simile di grande orgoglio patriottico, figurando così dignitosamente in un Mondiale ossia in tv. Fu uno 0-0 travestito da 1-1,  prima Graziani su scivolata di N’Kono, il portiere dalla lunga carriera spagnola, un secondo dopo il camerunense M’Bida, unico gol in carriera credo, di fronte a Zoff e a una difesa da “strano interludio”, sapete, quelle belle statuine della piece di O’Neill. Nessuno protestò più di tanto, allora, mentre in contemporanea Germania e Austria “biscottavano” ai danni dell’Algeria, per passare a braccetto al turno seguente: invenzioni di chi scrive? Macchè,  qualcuno dei “biscotta- tori” avrebbe confessato molti anni dopo che le cose erano andate esattamente così, come ci erano parse “in diretta”. Per Italia-Camerun, viatico per gli azzurri di un Bearzot poi portato in trionfo a Madrid, con Pertini, Spadolini e i giocatori,  non ci fu al momento alcuno strascico, se non a cena, tra colleghi che ne avevano viste tante di quel genere e quindi pensarono bene di non scrivere nulla. Dov’era il Blatter indignato di oggi?Al mare, in Galizia?No, era già segretario generale della Spectre/Fifa, ma evidentemente gli andava bene così. Dov’era Giancarlo Abete? Negli scranni di una delle sue legislature come deputato democristiano, attendente di un Franco Carraro già allora presidente del Coni come oggi è in Cina, dall’Olimpica, quale membro del Cio. 
Chi mise in dubbio un paio d’anni dopo, grazie a un’inchiesta in Africa e in Europa dal significativo e minaccioso titolo di “Mundialgate”, quel “biscotto” italo-camerunense e una serie di trame da far rabbrividire (cfr. il boss camorrista Michele Zaza che esercitava per conto del presidente della Federcalcio di allora, Federico Sordillo, il suo legale), fu chi scrive. Mal gliene incolse. Come mi disse Carraro telefonicamente all’epoca, nell’estate del 1984, ”Lei non lavorerà più, ho parlato con il suo Direttore”. Trattavasi di Scalfari, che all’epoca dialogava con il potere terreno e non con quello divino. Aveva ragione quasi del tutto Carraro.

Oliviero Beha: “L’affare Camerun mi è costato la carriera. Sono stato mandato via da la Repubblica, dov’ero inviato speciale e anche dopo non ho avuto spazi per svolgere il mio lavoro. Ma sono stato fortunato. Ho ricevuto minacce di morte da parte della camorra, che era coinvolta nella cosa. Sono stato messo davanti a un bivio. Potevano farmi pagare con la carriera o con la pelle. Mi hanno portato via “solo” la carriera. Quella non era una semplice partita. L’Italia, dopo due pareggi, aveva bisogno almeno di un terzo pari per passare il turno e non ripetere, dopo 16 anni, un’altra Corea. Non ultimi, c’erano gli interessi degli sponsor. Il Camerun che vendette il pareggio. A loro importava solo di tornare imbattuti (infatti diventarono i Leoni Indomabili). E cosi’ fu. Alcuni giocatori del Camerun e il loro c.t. Jean Vincent presero 30 milioni di lire ciascuno. Nessun coinvolgimento dei giocatori italiani. Erano coinvolti soltanto i dirigenti. Il presidente della Federcalcio, Federico Sordillo, e ho le prove per dimostrarlo, ottenne l’appoggio concreto di Michele Zazza, uno dei più importanti capocamorristi dell’epoca. Che, tra l’altro, quando mi incontrò, riuscì anche a ironizzare sul fatto che quella Coppa era anche merito suo…. Ho un testimone dell’incontro che ebbi in carcere con Zazza nel 1987. E ho il materiale filmato di tutte le testimonianze, dei giocatori camerunesi e di un faccendiere italiano collegato al terrorismo, emigrato poi in Corsica. In pratica, tutto quello che racconto nel libro e’ riversato in diverse ore di un documentario, ovviamente mai andato in onda. Nel suo Trilogia della censura lei scrive di altre due indagini (una su Antonio Gava,Licio Gelli, Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini) che sarebbero state bloccate. Il caso Camerun, doveva essere pubblicato da una grande casa editrice nel 1984. Ma tutto naufragò. Vennero stampate solo alcune copie che girarono in ambito giornalistico”.

Da: QUI


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Categorie: , Calcio, Denunce


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