La minestra riscaldata si è rivelata indigesta. Erick Thohir scelse Roberto Mancini il 14 novembre 2014, quasi due anni fa: i nerazzurri venivano da un pareggio col Verona, era autunno inoltrato e a San Siro, come sottolineò Mazzarri, si mise a piovere. Il punto è che non ha mai smesso.

Milano
07:00 del 08/08/2016
Scritto da Luca

La minestra riscaldata si è rivelata indigesta. Erick Thohir scelse Roberto Mancini il 14 novembre 2014, quasi due anni fa: i nerazzurri venivano da un pareggio col Verona, era autunno inoltrato e a San Siro, come sottolineò Mazzarri, si mise a piovere. Il punto è che non ha mai smesso. Perché l'uomo che aveva avviato la striscia dei cinque scudetti consecutivi, colui che era tornato a far splendere la bacheca dell'Inter, come ha sottolineato in mille conferenze stampa, non aveva la bacchetta magica. Magari, però, non ce n'era neppure bisogno: sempre per usare le parole di Mancini, del resto, anche lui ha ammesso sin dall'inizio che "pensava fosse più facile". Più facile cambiare mentalità a un gruppo, più facile riportarlo in alto il classifica, più facile lottare per la Champions. L'Inter non lo ha mai fatto il primo anno e ha perso troppo presto il treno nel secondo. Se il tecnico andrà via, come sembra sempre più verosimile, non sarà per i risultati tutt'altro che eccezionali, eppure di certo non lo hanno aiutato.

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FLOP — Nessuno pretendeva miracoli: quando Mancini è arrivato all'Inter, ci si aspettava soprattutto che ribaltasse l'idea di una squadra che con Mazzarri si era abituata a giocare un calcio forse troppo attendista. In parte questa missione è stata compiuta, ma il fatto che a fine stagione la media punti del tecnico subentrato fosse addirittura inferiore al suo predecessore (1,44 contro 1,45) non poteva sfuggire. Non sfuggì l'eliminazione prematura dall'Europa League, che pure Thohir indicò come obiettivo per andare in Champions, non sfuggì il mancato accesso alle coppe europee, prima volta assoluta nella carriera di Mancini, non sfuggirono i gol subiti, spesso identici gli uni gli altri, non sfuggì il flop degli acquisti di gennaio chiesti e ottenuti, Podolski e Shaqiri, lasciati prima in panchina e poi andar via senza rimpianti.


MERCATO E FALLIMENTO — Nella seconda stagione Mancini non ha avuto neppure più gli alibi: l'ha cominciata dall'inizio e ha costruito la squadra che voleva anche se il giocatore che aveva chiesto più di ogni altro, Yaya Touré, non è mai arrivato. Ha avuto Kondogbia, Miranda, Murillo e Perisic, solo per citare i quattro rinforzi più importanti, poi a gennaio ha avuto anche Eder, l'uomo che doveva risolvere il problema del gol, come se fosse davvero quello il problema. "Si sbagliano gol che a 50 anni segnerei anch'io", disse pungendo Icardi. Quell'Inter, però, a Natale arrivò in testa alla classifica con l'infinita serie di 1-0 e se poi ha chiuso quinta a 24 punti dalla Juve, non è soltanto perché segnava meno delle altre. Ma perché ha ricominciato a prendere gol come nella stagione precedente e ha continuato a non dare mai l'idea di avere un'identità precisa. Mancini ha cambiato sempre modulo e formazione, soprattutto nel girone d'andata a dire il vero, ma la risposta più attesa non l'ha mai ottenuta: una squadra che giocasse bene e che vincesse. La Champions è sfumata di nuovo e il resto è storia recente, di un cambio di proprietà che il tecnico non ha visto di buon occhio, di un ruolo da manager alla inglese che ormai gli era stato tolto. E forse, a breve, sarà storia recente anche l'esonero.

 


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Categorie: Calcio


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