Se il PC è la vostra piattaforma di riferimento e non giocate tantissimo ai titoli per dispositivi mobili, è molto probabile che il nome del team Mojo Bones non vi dica molto.

Bari
12:30 del 23/05/2017
Scritto da Luca

Se il PC è la vostra piattaforma di riferimento e non giocate tantissimo ai titoli per dispositivi mobili, è molto probabile che il nome del team Mojo Bones non vi dica molto. Si tratta infatti di uno studio dall'organico abbastanza piccolo, le cui esperienze passate si dividono tra titoli per Android e iOS, con una scappatella su Nintendo 3DS. Impact Winter è dunque il primo gioco che questi sviluppatori britannici portano sui nostri monitor, puntando subito a un genere particolarmente inflazionato in ambito PC: quello dei survival. Chi ha letto le nostre prove dei mesi scorsi saprà di cosa si tratta: Impact Winter ci mette nei panni di un gruppo di sopravvissuti, impegnati a cercare di andare avanti dopo un evento catastrofico che ha messo la Terra davanti a un inverno straordinariamente lungo e rigido. Indossate dunque il vostro giubbotto più pesante, perché là dove stiamo andando fa davvero tanto freddo!

Il team di sviluppo ha costruito Impact Winter su tre pilastri, il freddo polare, lo scorrere del tempo e il lavoro di squadra, con questi ultimi due a rappresentare il punto di rottura rispetto al resto dei survival game. Le temperature costantemente sottozero contribuiscono infatti a dare una forte caratterizzazione al mondo di gioco: in Impact Winter non c’è spazio per zombie, alieni o mostri ma basta un enorme meteorite dal raggio di 30 chilometri per rendere la vita un inferno. L’impatto con il corpo celeste, avvenuto all’incirca due mesi prima rispetto all’inizio dell’avventura, ha fatto piombare la terra dentro un inverno senza fine, i raggi solari sono schermati da una spessa coltre di nubi e quasi tutte le forme viventi sul pianeta appartengono oramai al passato: di piante o forme vegetali non ce n'è più traccia, gli animali si contano sulle dita d'una mano e anche gli uomini, in una società oramai al collasso, vagano senza speranza fra le lande gelide e desolate. Alcuni sopravvissuti sono però riusciti ad organizzarsi e dentro una chiesa rimasta in piedi per miracolo troviamo Jacob Solomon, il protagonista barbuto dell’avventura, assieme ad uno sparuto ma quanto mai ben assortito gruppetto di persone. Non passano molti istanti prima che Impact Winter sveli tutte le sue carte. Anche se disturbato, il messaggio recapitato da Ako-light, il drone creato dall’ingegnere del gruppo Christophe, parla chiaro; entro trenta giorni una spedizione di salvataggio arriverà nei pressi della chiesa a recuperare i rifugiati. Questa è la molla che spinge il giocatore a razionare le risorse, a giocare di squadra e ad avventurarsi nel void - lo spazio esterno coperto dai ghiacci - in compagnia di Ako-light, in una mappa ben strutturata e sulla quale vengono dipinti un po’ alla volta i punti di interesse e le risorse scoperte.


Aiutami che ti aiuto

Impact Winter è un gioco dalle molte sfaccettature, con meccaniche prese in prestito dai giochi di ruolo e chiari rimandi ai roguelike. Il compito del giocatore è quello di sopravvivere per trenta giorni, utilizzando non solo in modo egoistico le risorse e le doti di Jacob, ma sfruttando anche le abilità peculiari dei vari sopravvissuti, mettendo in moto una sapiente collaborazione tra i superstiti. Oltre a Christophe, l’ingegnere del gruppo preposto alle migliorie di Ako-Light, il tetto semi-crollato della chiesa ospita anche Wendy, la cuoca del gruppo, Blane, ex-militare esperto di sopravvivenza, e Meggie l’aggiustatutto. Ogni personaggio è una risorsa vitale per la sopravvivenza e ha delle capacità uniche in base al suo ruolo, ma è allo stesso tempo una pedina sacrificabile: ad esempio Maggie è utilissima per rinforzare il rifugio e tenere alla larga gli Scavenger - dei topi d’appartamento post-apocalittici cyberpunk - ma nulla vi vieta di lasciarla morire a pochi giorni dall’arrivo dei soccorsi per risparmiare le ultime riserve d’acqua necessarie a Jacob, l’unico personaggio da tenere in vita ad ogni costo per tutti e trenta i giorni. A differenza degli altri survival game, Impact Winter non lascia il giocatore in balia del suo istinto di accattone, ma lo mette davanti ad una serie di missioni dettate dagli altri membri del gruppo, motivo per cui far morire anzitempo uno di essi non è proprio una saggia scelta. Il sistema di storie, missioni e ricompense è uno degli elementi di spicco di Impact Winter, anche perché portando a termine un obiettivo, anche se con una trovata piuttosto artificiosa, le lancette digitali dell’orologio compiono uno scatto in avanti, aumentando di molto le speranze di sopravvivenza. Purtroppo non tutte le missioni sono perfettamente riuscite e così ci siamo messi a raccogliere dei vecchi giornali sparsi fra le case diroccate o a scavare sotto la neve alla ricerca di ingialliti magazine punk solo per dilettare Wendy o Maggie, le quali preferivano magari una buona lettura rispetto ad un ambiente più caldo. Ogni personaggio, Jacob compreso, è caratterizzato da alcuni parametri vitali, come la temperatura corporea, la felicità, la sete e la fame: rispetto alla beta, i passi avanti fatti dalla IA sono notevoli, ma purtroppo i compagni di viaggio non brillano sempre per acume e l’istinto di sopravvivenza lascia ogni tanto spazio ad una innata voglia di suicidio, motivo per cui nessuno si azzarda mai a rintuzzare il falò posto al centro della chiesa, delegando tale mansione al solo Jacob. Il protagonista barbuto è allo stesso tempo l’unico membro del team che può uscire dalla chiesa, ma gli spostamenti devono esser sempre ben pianificati e mai troppo prolungati, pena il rischio di veder morire per assideramento qualche compagno di viaggio.


Errori di calcolo

Il giocatore deve inoltre gestire le risorse della squadra, affidando a ciascuno l’esatta dose di razioni per mantenerlo in vita, e dirimere le varie discussioni e i dibattiti che di frequente si accendono all’interno della chiesa: le dinamiche relazionali funzionano bene e in questi frangenti Impact Winter riesce a trasmettere una reale sensazione di precaria sopravvivenza, dove contano anche la freddezza dei ragionamenti o il calcolo cinico. Fuori dal rifugio tutto tace ed è avvolto da uno spesso strato di neve costantemente battuto dalle raffiche di vento, sullo sfondo si stagliano imponenti torri radio o i tetti di case sepolte dal gelo, ma la vita non è del tutto sparita: vagando per il void si incontrano vari NPC - come dei mercanti o dei semplici sopravvissuti - ed interagendo con essi la lista delle missioni da compiere si arricchisce di altre strade ma, mentre decidevamo se aiutare o meno un disperato a trovare le sue razioni, le incongruenze di Impact Winter sono diventate palesi. Presi in una battuta di caccia, abbiamo trascurato la richiesta del sopravvissuto, il quale, indefesso e immortale, è stato tranquillamente a scavare per tutti i successivi giorni dell’avventura, creando così una palese contraddizione rispetto alla sua disperata richiesta d’aiuto. Al di là del suo peculiare design, Impact Winter rimane un survival game e l’esperienza di gioco è principalmente concentrata sull’esplorazione e sulla raccolta e gestione delle risorse. Anche in questo frangente le stranezze non mancano ed evidenziano alcuni difetti di gioventù di Mojo Bones: il fattore tempo, se da un lato elimina quella sensazione di ineluttabile ripetitività senza fine, dall’altro, se non usato sapientemente, può essere un’arma a doppio taglio. Dopo qualche spedizione nel void, la dispensa della chiesa era già zeppa di bottiglie d’acqua - più di una ventina - e non mancavano di certo le razioni di cibo, tra scatolette, bistecche e snack vari. Capite come, dovendo sopravvivere per soli trenta giorni, queste riserve sarebbero in teoria state più che sufficienti, ma dovendo creare una forzata esigenza, il team di sviluppo ha preferito accelerare il deterioramento dei parametri vitali, piuttosto che dare una sensazione di reale precarietà dovuta alla scarsezza delle risorse. Inoltre, che senso ha recuperare l’acqua dalle bottiglie sparse qua e là per le case distrutte, quando la chiesa è letteralmente circondata dalla neve e volendo si ha anche un fuoco per farla bollire? L’energia elettrica che alimenta Ako-light, da dove viene? La sfida appare spesso creata in modo artificioso, Impact Winter non è un titolo perfettamente calibrato e la sensazione che alcune scelte siano state prese con eccessiva leggerezza risuona in molti frangenti: solo per fare un altro esempio, gli animali uccisi con le trappole diventano automaticamente dei pezzi di carne cruda da mangiare sul posto e più d'una volta, affamati, abbiamo banchettato con dei succulenti topi appena catturati, ridendo in faccia al colera o ad altre malattie. Queste ultime possono invece spargersi senza problemi - e apparenti perché - tra le mura della chiesa che, in men che non si dica, diventa un lazzaretto senza scampo. Contrariamente alle novità apportate al genere dei survival game, Impact Winter rimane ancorato al passato per quel che riguarda la gestione e la navigazione del menù e dell’inventario. La disposizione a finestre e sotto-finestre non è certo né la più comoda, né la più intuitiva o veloce da consultare, e la navigazione tra un menù e l’altro avviene con non pochi passaggi a vuoto, frutto di click errati dovuti alla macchinosità della fruizione. Anche l’inventario non brilla poi per comodità: lo zaino con cui Jacob vaga per il void ricorda in tutto e per tutto quello dei classici Resident Evil, suddiviso in caselle in cui far combaciare ogni singolo elemento. A parte le difficoltà nel trasportare più di una manciata di oggetti nelle prime fasi di gioco, quello che risulta davvero scomodo è il dover continuamente giocare a tetris, incastrando alla perfezione nelle singole caselle tutto ciò che si trasporta e si recupera. 

Fuori tutto tace

Lo scenario innevato e desolato di Impact Winter è un ambiente di forte impatto. Pur nei limiti dettati da Unity, i ragazzi di Mojo Bones hanno dato una forte impronta artistica alla propria creatura e il bianco silenzio che accompagna l’esplorazione, mentre spuntano dalla neve i cartelloni pubblicitari di una città che fu, è molto evocativo e oppressivo, soprattutto quando ci si aggira di notte, in mezzo ad una bufera, guidati solamente dalla luce fioca di Ako-light. Anche gli interni delle case trasmettono una sensazione di tristezza per un passato che non c’è più, fra scaffali abbandonati e lettini per neonati rimasti vuoti. Non mancano inoltre delle finezze artistiche, come gli angoli dello schermo che simulano uno strato di ghiaccio che si accumula mentre le orme di Jacob rimangono impresse nelle neve. Dal punto di vista prettamente grafico non mancano invece delle sbavature, la visuale isometrica restituisce un livello generale dei dettagli appena sufficiente, sia per i personaggi che per l’ambiente. La colonna sonora è invece molto azzeccata ed evocativa, le tracce si alternano seguendo i luoghi visitati da Jacob, con i toni spiccatamente elettronici ed i lunghi e vuoti eco che lasciano spazio a note di piano più calde e dolci quando il barbuto protagonista si cala dentro una casa decadente. Il livello di pulizia e la stabilità del codice hanno fatto degli evidenti passi avanti rispetto a quanto riscontrato nella beta, anche se permane qualche bug, compenetrazione ed incastramento: in ogni caso il team di sviluppo ha dichiarato di essere al lavoro su una patch correttiva. Segnaliamo infine l’assenza della traduzione italiana, ma i testi da leggere non superano quasi mai le due o tre righe.


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Categorie: , Videogames


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