Ci sono due chiavi di lettura dopo la fine della Champions “italiana”, almeno dal punto di vista mediatico. La prima riguarda il rapporto con il Var, che improvvisamente è diventato di amore e riconoscenza e di assoluto bisogno.

Catanzaro
08:48 del 04/05/2018
Scritto da Luca

Ci sono due chiavi di lettura dopo la fine della Champions “italiana”, almeno dal punto di vista mediatico. La prima riguarda il rapporto con il Var, che improvvisamente è diventato di amore e riconoscenza e di assoluto bisogno.

Nel senso: il nostro calcio ha introdotto l’assistenza tecnologica agli arbitri ed è improvvisamente diventato portatore dei valori più sani dell’innovazione e della giustizia. Sono bastati gli episodi controversi di Real Madrid-Juventus e Roma-Liverpool per dimenticare mesi di giudizi sospesi, di attese e critiche e divisione partitica dell’opinione giornalistica, quindi pubblica. Da una parte i “No Var”, dall’altra i favorevoli. E tanti grigi in mezzo, tanti “Si, ma…” con giustificazioni diverse: le emozioni, il tempo di gioco, la centralità dell’arbitro e via via discorrendo.

È un atteggiamento influenzato dal semplice codice binario errore arbitrale = furto. Certo, è così. Può essere così. Ma se deve essere così, vale in ogni occasione. Una valutazione sbagliata del direttore di gara e/o degli assistenti fa parte del gioco, sempre o mai. Var o non Var, viene da dire, anzi col Var la sensazione è ancora più sgradevole. Perché Inter-Juventus sarà ricordata a lungo come una partita pessima dal punto di vista arbitrale, nonostante la tecnologia. Anzi, solo l’intervento di quest’ultima ha permesso a Orsato di sbagliare meno di quanto non avesse fatto live, dal vivo, con le sue valutazioni.


Richiedere a gran voce il Var in Champions solo perché qualche decisione è andata storta (alla Roma o alla Juve, anche se contro i bianconeri non ricordiamo errori grossolani) significa demistificare molti anni di trasmissioni e giornali. Significa cancellare molti signori che hanno parlato durante l’ultima stagione. Perché un furto è un furto sempre, usare la parola “danno” o “danneggiare” cambia la forma e non la sostanza.

Patriottismo

Anche perché c’è l’altra componente, decisamente sgradevole. A Mediaset ieri sera, come dopo Real Madrid-Juventus, il tema centrale è stato il “furto”. Di nuovo, sempre lui. Nei confronti dei club italiani, ovviamente. Un patriottismo francamente insopportabile, da difendere e portare avanti fino all’estremo, fino allo scontro con i vertici arbitrali. Un fiancheggiamento e un applauso continuo alle critiche agli arbitri, che poi magicamente vengono ridimensionati quando il calcio diventa solo italiano.

È lo stesso discorso di prima: indignarci sempre, o indignarci mai. Agitare la bandiera tricolore per gridare allo scandalo, in nome di un’unità che tra l’altro nemmeno esiste (basti pensare all’idea della gioia a Napoli per l’eliminazione della Juventus, o viceversa), è fuori luogo e fuori storia. Anzi, ci qualifica per quello che siamo: un popolo di piagnoni in caso di sconfitta, e che poi fa le lezioni di stile quando vince. Per essere coerenti, bisognerebbe cancellare una delle due parti, uno dei due aspetti.

Da: QUI


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Categorie: , Calcio, Denunce


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