Se pensate che le fake news (notizie fasulle, bufale) siano figlie dei social network siete fuori strada di oltre 2.000 anni, come afferma il Financial Times.

Palermo
15:00 del 19/03/2017
Scritto da Samuele

Se pensate che le fake news (notizie fasulle, bufale) siano figlie dei social network siete fuori strada di oltre 2.000 anni, come afferma il Financial Times.

L’autorevole quotidiano britannico ha ripercorso gli avvenimenti successivi all’assassinio di Giulio Cesare, avvenuto il 15 marzo del 44 AC, e fa rilevare come i suoi due più importanti sostenitori, Marco Antonio e Ottaviano, abbiano dato il via a una delle prime massicce campagne di disinformazione politica della storia.
FAKE NEWS ANALOGICHE. Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, autoproclamatosi suo successore, fece incidere sulle monete della Repubblica frasi taglienti con le quali metteva in dubbio il valore dell’avversario, Marco Antonio: gli dava dell’ubriacone e del corrotto e rivelava particolari della sua relazione con Cleopatra.

Era insomma una versione in salsa latina delle guerre a colpi di tweet che caratterizzano i più recenti eventi storici e politici.

LA FORZA DELLA RETE. Notizie vere e bufale sono infatti presentate in modo tale da non essere immediatamente distinguibili. In molti casi gli stessi giornalisti diffondono informazioni in tutto in parte non rispondenti al vero perché attingono a fonti di dubbia qualità.

Eppure proprio la Rete può essere la risposta definitiva alle bufale e alla disinformazione che ne segue, grazie alla sua vocazione alla trasparenza e alla sconfinata mole di informazioni che custodisce. A patto di sapere come e dove cercare: è il potere del fact checking, cioè la verifica puntuale delle notizie riportate dai media attraverso un lavoro di collaborazione e di consultazione di fonti affidabili.
CHI CERCA TROVA. Ne sanno qualcosa i giornalisti e i blogger di Bellingcat, testata online nata dal crowdfunding (raccolta fondi) su Kickstarter, che nel 2014 grazie a Google Earth sono riusciti a scoprire un campo di addestramento dell’ISIS prima dei servizi segreti americani.
Eliot Higgins e i suoi collaboratori hanno cercato elementi riconoscibili, come ponti, fiumi e palazzi nelle foto e nei video pubblicati su Twitter da alcuni militanti del califfato. Hanno poi identificato, grazie alle immagini satellitari di Google e Bing, il luogo utilizzato dai combattenti come campo scuola e sono riusciti a localizzarlo nei pressi di Mosul.

Con metodologie simili, e sempre facendo ricorso a fonti pubblicamente disponibili, i giornalisti di Bellingcat sono riusciti a scoprire dove è stato ucciso il giornalista americano James Foley e a dimostrare la provenienza russa del lanciamissili utilizzato per abbattere in Ucraina il volo MH-17.
CHI CONTROLLA I CONTROLLORI? Secondo il Reporters Lab della Duke University (Durham, Stati Uniti), alla fine di febbraio 2017 erano attivi nel mondo 114 progetti di fact checking in 53 paesi: nel 2014 erano solo 44.

Secondo gli esperti della Duke un buon fact checker, per essere considerato affidabile, deve rispondere ad alcuni requisiti: 

deve analizzare il punto di vista di tutte le parti coinvolte

esamina e presenta dati oggettivi e da questi trae le sue conclusioni

tiene traccia delle promesse politiche

è trasparente su fonti consultate e metodi utilzzati

è trasparente sui suoi finanziatori

IL COSTO DELLA VERITÀ. Il vero problema è che attività di questo tipo richiedono, oltre che ottime competenze e una grande conoscenza della rete, tanto tempo: Mark Little, fondatore di Storyful (qui la sua pagina su Youtube), agenzia irlandese specializzata nella verifica dei contenuti rilanciati dai social media, spiega come un’operazione di fact checking condotta da professionisti possa richiedere oltre 10 ore di lavoro.

Tante, a volte troppe anche dal punto di vista dei costi, per riuscire a bloccare una bufala prima che diventi virale.
Proprio per questo gli operatori della rete, dai social media alle testate giornalistiche, stanno guardando con sempre più interesse alla tecnologia e alla collaborazione con gli utenti, come "strumenti privilegiati e gratuiti" per un fact checking veloce ed efficace.
Il Washington Post per esempio, lo scorso anno ha pubblicato RealDonald Context, un plugin per i browser Firefox e Chrome che contestualizza i tweet del presidente Trump e gli attribuisce un indice di veridicità in base a un’operazione di fact checking condotta dalla redazione.

Da: QUI


Articolo letto: 192 volte
Categorie: , Tecnologia


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Risposte - Commenti

Paolo

19/03/2017 22:47:16
Sicuramente le fake news risalgono a tempi lontani, ma se riescono a prendere piede a livello mondiale e merito anche dei social e della disinformazione.
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