Europa, gli uomini guadagnano il 16 per cento in piu’ delle donne! Affrontiamo la tematica del sessismo sul lavoro

Crotone
09:55 del 09/03/2015
Scritto da Gerardo

ROMA - "Sessismo sul lavoro", "complotto contro le donne" e "insidiosa congiura" anziché "pari opportunità". L'allarme l'ha lanciato soltanto qualche giorno fa Christine Lagarde, una delle donne più potenti del mondo, oggi alla guida del Fondo monetario internazionale. Nel suo mirino,"le restrizioni legali" che in troppi Paesi "cospirano contro le donne per impedirci di essere economicamente attive". Poche ore prima, era stata l'attrice Patricia Arquette a portare la questione - i diritti delle donne e il divario di genere legato agli stipendi - sul palco della notte degli Oscar: in un anno avaro di riconoscimenti, l'artista ha ringraziato "tutti quelli che ci aiutano ad avere pari diritti. È difficile avere un'eguaglianza degli stipendi per le donne negli Stati Uniti ed è ora che ne parliamo".

Il gap, tuttavia, non si limita affatto agli Usa. In Europa, infatti, è del 16,4% il divario medio retributivo tra uomini e donne che hanno un impiego. A tutto vantaggio dei primi, s'intende, nonostante la commissione Ue in passato abbia ampiamente strigliato gli Stati membri sulla questione. Secondo i dati Openpolis per Repubblica.it, in Italia i lavoratori guadagnano il 7,3% in più delle lavoratrici: la differenza tra gli uni e le altre, dunque, c'è ed è innegabile, ma Paesi come Francia, Finlandia, Regno Unito e GerMania sono messi decisamente peggio. In una classifica che analizza il fenomeno all'interno dei Ventotto, infatti, l'Italia è quarta per solco meno elevato, preceduta da Slovenia, Malta e Polonia che si piazzano sul podio delle 'meno peggio'. La Francia è 14esima col 15,2% di gap, la Finlandia è 20esima col 18,7%, il Regno Unito è 22esimo col 19,7% e la Germania è 24sima col 21,6. All'ultimo posto c'è l'Estonia che arriva a sfiorare il 30 per cento di differenza. Un bel po' di soldi.

Interessante l'andamento storico del gender pay gap analizzato dalla crisi in avanti (tra il 2007 e il 2013). A incrementare il divario nel corso degli anni ci pensano Italia (che dal 5,1 balza al 7,3%), Spagna (dal 18,1 al 19,3%), Ungheria (dal 16,3 al 18,4%), Portogallo (dall'8,5 al 13%) e Croazia (dal 5,7 al 7,4 per cento). Di contro, spicca la capacità di ridurlo di Polonia (dal 14,9 al 6,4%), Francia (dal 17,3 al 15,2%), Cipro (dal 22 al 15,8%), Lituania (dal 22,6 al 13,3%), Paesi Bassi (dal 19,3 al 16%), Romania (dal 12,5 al 9,1%), Svezia (dal 17,8 al 15,2%) e Finlandia (dal 20,2 al 18,7 per cento).


In cifre assolute, da noi nel 2014 la retribuzione annua (lorda e media) è stata di 29.891 euro per gli uomini e di 27.890 euro per le donne (fonte Jobpricing). E dire che dal punto di vista dell'istruzione, il numero delle laureate supera di gran lunga quello dei colleghi maschi. In Italia, ad esempio, ogni 100 uomini col titolo accademico in tasca, ci sono 155,8 donne che hanno raggiunto il medesimo traguardo scolastico. In questo contesto, il nostro Paese è al decimo posto in Europa: in cima c'è la Lettonia con 207 donne laureate ogni cento uomini, in fondo finisce l'Irlanda con 120 ogni cento. La media Ue è 143,2 e da qualunque parte la si guardi il raffronto consegna una foto in cui le donne che hanno terminato l'università sono sempre e comunque di più. Spesso sono più giovani, anche perché il limitato accesso delle fanciulle all'istruzione ha cominciato a registrare una lenta inversione di tendenza a partire dagli anni Sessanta, e laddove trovano un impiego con contratto a tempo indeterminato scontano anche lo scarso accumulo degli scatti di anzianità.

Nel 2013 in Italia risultava disoccupato il 13,1% delle donne contro l'11,5% degli uomini. Cifre che hanno 'regalato' al Belpaese la 22esima posizione in Europa: la Germania è al primo posto col 4,9% di disoccupazione femminile (5,5% quella maschile), in basso c'è la Grecia col 31,4 (24,5% la maschile). La precarietà in rosa? Ha il sopravvento su quella maschile in 18 Stati membri su 28. L'Italia è uno di questi, affiancata pure da Svezia, Finlandia e Paesi Bassi.

Il raffronto col nord Europa è emblematico, però, se si considerano le madri lavoratrici analizzate rispetto al numero dei figli. In Danimarca le donne occupate con un solo bambino sono il 73 per cento. Una percentuale che sale se i pargoli sono due (82,6%) e si attesta al 77% se la prole è a quota tre. Svezia, Slovenia, Paesi Bassi e Austria viaggiano tutti e quattro su binari decisamente ampi (con tre figli: la Svezia 75,7%, la Slovenia 70,5%, i Paesi Bassi 63,8%, l'Austria 57,5). L'Italia è tra i fanalini di coda: con un figlio lavora il 57,8% delle donne, con due il 50,9%, con tre soltanto il 35,5 per cento. Numeri più bassi appartengono a Slovacchia, Bulgaria e Ungheria che vanno a chiudere la classifica. Quel che salta agli occhi è che, nei cinque Paesi ai primi posti, le mamme che lavorano con tre bimbi superano sempre e comunque il totale delle lavoratrici italiane con uno. In tutti i casi, poi, l'Italia è sempre al di sotto della media Ue.


Che poi sui ruoli chiave - le cosiddette key position sia economiche sia politiche - il gap con gli uomini costituisca un vero e proprio abisso è questione spinosa su cui si continua a dibattere senza però arrivare a centrare l'obiettivo. Su 613 grandi aziende europee quotate in Borsa, ad esempio, in media i presidenti di società sono per il 7% donne e per il 93% uomini, mentre nei cda il rapporto è 20 a 80, a tutto svantaggio delle prime. L'Italia si piazza all'ottavo posto, con solo il 5% di presidenti donne e, complessivamente, il 24% di consiglieri di amministrazione in rosa. Al primo posto c'è la Francia (seguita da Lettonia e Finlandia), in fondo invece c'è Malta. Discorso analogo se si punta la lente sulla dirigenza. La media Ue è di 21 (donne manager) a 79. Un raffronto che si sbilancia ulteriormente a favore degli uomini se si guarda alla dirigenza senior: 13 a 87. In Italia il medesimo paragone (senior) restituisce un gap ancora più profondo: 8 a 92. Ben al di sopra dello standard europeo si piazza la Francia (33 a 67), mentre Repubblica Ceca, Malta, Cipro e Ungheria si attestano agli ultimi posti.

Per quel che riguarda le sole società quotate italiane, un dato in crescita è nel raffronto col passato. Tra il 2008 e il 2014, infatti, complice la normativa, l'incidenza femminile nei cda è passata dal 5,9% al 22,2% (in cifre assolute si è passati da 170 a 520 unità). Vero è che la percentuale più recente è sempre e comunque drammaticamente bassa.

Anche spostando lo sguardo altrove, il risultato è davvero poco confortante. Sindacati, media, giudici di Cassazione: i ruoli apicali rimangono saldamente in mano agli uomini. Le organizzazioni dei lavoratori, ad esempio, mostrano una realtà ancora molto al maschile. In un monitoraggio Ue che tiene assieme Cgil, Cisl, Uil, Cida, Ugl, Confsal, Cisal, Confedir, Ciu e Usae, la media europea fornisce questi risultati: per i presidenti, 11% donne e 89% uomini; per i vice, 25% donne e 75% uomini; per i membri degli organi decisionali, 27% donne e 73% uomini; per i direttori generali, 19% donne e 81% uomini. In tale contesto, l'Italia è messa meglio sui leader assoluti (20% donne, 80% uomini), ma si pone al di sotto nelle altre voci: i vicepresidenti sono 100% uomini, i membri degli organi decisionali sono 18% donne e 82% uomini, i direttori generali sono 20% donne e 80% uomini. Numeri più alti sui presidenti donna appartengono a Regno Unito, Svezia, Slovacchia, Portogallo e Lituania. 

Un'occhiata alle tv pubbliche europee conferma lo squilibrio. L'Italia è 12esima sui Ventotto con il 100% di dirigenti senior uomini e soltanto il 33% di manager donne. Per la dirigenza senior, la media Ue fornisce un rapporto che è 30 a 70 a tutto vantaggio maschile. Meglio di noi, dunque, fanno Paesi come Bulgaria, Danimarca, Irlanda e Spagna. Finlandia e Regno Unito riescono ad agguantare la parità - Svezia e Lussemburgo addirittura a ribaltare il trend -  mentre peggio dell'Italia si comportano, tra gli altri, Belgio e Polonia.

Ma ancora: in Europa i presidenti di Corte di Cassazione (o equivalenti tali) sono 8 donne e 20 uomini. Quanto ai componenti della medesima Corte, siamo 17esimi con il 74% al maschile. E se sul podio salgono Romania, Bulgaria e Slovacchia (rispettivamente con l'85%, il 73% e il 57% di quote rosa contro una media Ue che consegna alle donne non più del 37 per cento), in basso ci sono Spagna (12% donne), Portogallo (12%) e Regno Unito (8 per cento).

Tra i tasti dolenti di sempre, poi, spicca la Politica. In Europa, i capi di governo donna si limitano a quattro unità mentre i capi di Stato si stoppano a quota cinque. Di più: in Italia la presenza femminile a tutti i livelli istituzionali continua - nonostante i passi avanti compiuti, è innegabile - a risultare piuttosto striminzita. Al netto di un commissario europeo italiano (Federica Mogherini), di una presidente della Camera (Laura Boldrini) e di due vicepresidenti del Senato (Valeria Fedeli e Linda Lanzillotta), per il resto il dato numerico femminile è sempre e comunque basso. Ad esempio, al parlamento europeo le donne italiane non esprimono alcun vicepresidente, le nostre deputate rappresentano il 36,9%,  le ministre del governo Renzi attualmente sono il 40%, nessuna è viceministro, le sottosegretarie sono appena il 28,57%,  alla Camera dei deputati le presidenti di commissione sono il 7,14% contro un 14,29% al Senato, le deputate costituiscono il 30,79% a fronte di un 28,25% di senatrici e un 16,67% di senatrici a vita.

Cifre scarne, certo, che però indicano una direzione se si guarda al grafico storico delle donne in parlamento: nel 1948 erano il 7% a Montecitorio e l'1,4% al Senato. Col passare degli anni, la situazione cambia (seppur con estrema lentezza): sono l'8,3% alla Camera e il 4% al Senato nel 1976 e ancora ben al di sotto del 20% nel 2006. Trasformazioni ancora più pigre emergono dallo storico delle donne nei governi italiani, da De Gasperi a Renzi. Sarà necessario attendere il 1976 (con Giulio Andreotti) per avere la prima donna in un esecutivo (Tina Anselmi). E il 1988 per riuscire a contarne due (con Ciriaco De Mita). Massimo D'Alema nel 1998 ne nominerà 6, idem Romano Prodi e Silvio Berlusconi. La cifra salirà a 7 con Enrico Letta mentre con Matteo Renzi saranno inizialmente 8.

A seguire ci sono le giunte regionali, dove le presidenti rappresentano il 10%, le vicepresidenti il 33,3%, le donne assessore il 32,4% e le consiglieri il 15,6 per cento. Nei Comuni? I sindaci donna non vanno oltre il 13,27%, gli assessori in rosa il 27,5% e le consigliere il 23,2 per cento. Tra le Regioni con più Comuni guidati da donne spiccano l'Emilia Romagna (20,8%), il Veneto (18,3), il Piemonte (17,2) e la Toscana (16,8) . In fondo ci sono Puglia, Sicilia e Campania con percentuali comprese tra il 6 e il 4 per cento. Irrisorie.


Articolo letto: 946 volte
Categorie: Curiosità, Lavoro, Politica


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Risposte - Commenti

Barbara

09/03/2015 10:42:05
Il solito maschilista! Quanto odio gli uomini che ragionano così, sembra esser tornati nel medioevo. Oggi la società si presenta ancor di più maschilista rispetto in passato perchè queste cose si fanno in silenzio senza dare scandali.
5

Gennaro

09/03/2015 10:41:19
Ma non è vero! Oggi la donna viene fin troppo privilegiata! Il mio capo è donna e guai a rigar storto! E poi se dite queste cose, ammettete che siete diverse dagli uomini! FATEVI UN ESAME DI COSCIENZA!
6

Concetta

09/03/2015 10:39:02
Per me le donne sono ovviamente alla pari degli uomini purtroppo e dico purtroppo ci sono persone, aziende o luoghi in cui per preconcetti la cosa non è cosi...speriamo si vada sempre verso un uguaglianza!
8

Francesco

09/03/2015 10:34:16
Io credo che non sia una questione di disparità dei sessi. A volte sono proprio determinate mansioni a dare uno stipendio più grande. Mansioni che sono prettamente maschili, come il calciatore o il politico ( anche se oggi ci sono tantissime donne in politica ).
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