CONTINUA L’APPASSIONANTE (PER POCHI) SHOW SUGLI ELENCHI DEI MASSONI CHE LE OBBEDIENZE DOVREBBERO (IPOTESI IRREALIZZABILE DEL TERZO TIPO) CONSEGNARE ALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA.

Roma
06:00 del 04/03/2017
Scritto da Gerardo

CONTINUA L’APPASSIONANTE (PER POCHI) SHOW SUGLI ELENCHI DEI MASSONI CHE LE OBBEDIENZE DOVREBBERO (IPOTESI IRREALIZZABILE DEL TERZO TIPO) CONSEGNARE ALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA.

Detto che non s’è mai visto prima nella storia che un’Istituzione con poteri giudiziari avvisi e dia cinque mesi di tempo ad un soggetto per eseguire gli ordini ricevuti (è come se la magistratura mi dicesse che fra cinque mesi mi indaga ma se nel frattempo vengo a patti, allora non mi indaga più) e detto che ancor meno si era visto prima che l’avviso urbi et orbi torni sei mesi dopo, durante i quali  non solo nulla viene consegnato ma addirittura le Obbedienze varie e variegate ipotizzano l’istigazione a commettere un reato da parte della presidente Rosy Bindi se quegli elenchi si consegnassero veramente, ecco che il Goi non solo rilancia ma addirittura raddoppia. Anzi: triplica!

Devo ammetterlo: a questo punto faccio un tifo sfegatato per il Grande Oriente d’Italia e il suo Gran Maestro (tutto è grande nella massoneria) Stefano Bisi.

Una dopo l’altra il giornalista Bisi spara le sue cartucce. Vedremo se colpiranno nel segno ma le possibilità sono elevatissime.

Bisi dapprima ricorda il caso del magistrato la cui affiliazione, secondo una sentenza del 2004 di Strasburgo arrivata dopo una vita, era del tutto compatibile con il suo ruolo (e questo nonostante il Csm abbia in più di un’occasione detto il contrario e nonostante, ma questo non conta un tubo, io trovi personalmente la cosa allucinante) ma poi – con un grandioso quanto silente colpo di scena – spara un “uno-due più uppercut finale” che avrebbe steso anche Mike Tyson.

Prima lavora ai fianchi i parlamentari, poi con un gancio – sul primo numero del 2017 del notiziario Erasmo, appena uscito – colpisce al fegato e infine con twitter va dritto al volto della Commissione parlamentare antimafia. Gong!

Cominciamo con la moral suasion. È lo stesso Bisi a comunicare agli affiliati, agli iscritti e a chi abbia voglia di leggere il Notiziario del Goi (il titolo principale è già un programma :“Diciamo ancora non alle schedature di massa”), che dopo le picche date alla Commissione sulla consegna degli elenchi, il 13 gennaio 2017 (cioè il giorno prima dell’audizione a Palazzo San Macuto) ha sottoposto la vicenda anche al Parlamento, con una lettera indirizzata ai deputati e ai senatori, ai quali ha chiesto una «opportuna e saggia valutazione» in merito alla richiesta della Commissione.


Nella lettera a cui nessuno ufficialmente sembra aver risposto, Bisi sottolinea:

«Si tratta, a nostro avviso, di un atto grave ed immotivato non essendovi notizie di reato connesse ad attività mafiose che riguardino associati del Grande Oriente, né richieste motivate e circoscritte ad eventuali indagati specificatamente individuati, appartenenti alla nostra Associazione di carattere iniziatico che rientra legalmente a pieno titolo fra quelle non segrete ed i cui diritti sono sanciti dall’articolo 18 della Costituzione. La richiesta della Commissione sul fenomeno delle mafie, oltre ad innescare un ingiustificato e inconcepibile accostamento fra la Massoneria e associazioni a carattere malavitoso, che lede altamente l’immagine e l’onorabilità di tanti cittadini italiani, pone allo stesso tempo tutta una serie di delicate questioni giuridiche. Da quella relativa ai limiti del potere della Commissione stessa nell’esercizio della sua funzione d’indagine, al contrasto con i diritti di primaria evidenza costituzionale che sono il doveroso rispetto della vita privata, della protezione dei dati personali».

Andiamo avanti.

La Bindi ritiene che l’iscrizione alla massoneria dei dipendenti pubblici debba essere conosciuta per legge, a partire dai superiori della filiera gerarchica? Ah si? E allora ecco che il Grande Oriente ricorda che per due volte nel 2001 e nel 2007 ha vinto il ricorso presentato alla Corte Europea di Strasburgo contro l’Italia, in particolare contro due leggi regionali, una adottata dalle Marche e l’altra dal Friuli, che fissavano regole e norme per le nomine a cariche pubbliche e stabilivano che chi avesse voluto ricoprirle avrebbe dovuto dichiarare la propria eventuale appartenenza alla Massoneria.

Come si legge a pagina 7 di Erasmo:

«I giudici europei hanno dato ragione al Goi che si era appellato agli articoli 11 e 14 della Convenzione dei diritti dell’uomo, sostenendo che non ci possono essere restrizioni al diritto di associazione e che il godimento di tutti i diritti riconosciuti dalla Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione».

Ma il vero colpo da maestro (venerabile) è arrivato a inizio febbraio con un tweet lasciato cadere sui social con nonchalance e di cui nessuno si è accorto.

Eccolo:

“#Massoneria Inchiesta Cordova, #BisiGmGoi: Quei documenti finalmente torneranno al Vascello. I magistrati ci hanno autorizzato a riprenderceli”.

Avete letto bene: tanta fatica per nulla.

LA MOGLIE DI BRUNO VESPA HA ARCHIVIATO L’INCHIESTA CORDOVA

Del resto il 24 febbraio 2001 la maxi inchiesta sulle logge massoniche, avviata dall’allora procuratore di Palmi Agostino Cordova, approdata poi a Roma, è stata archiviata dal gip Augusta Iannini (moglie di Bruno Vespa), che ha dichiarato il non «doversi promuovere l’azione penale» nei confronti dei 64 massoni indagati.

Come si legge nelle motivazioni (qui il documento integrale):

«Non può essere taciuto che in questo procedimento penale l’indagine conoscitiva ha vissuto momenti di inusuale ampiezza».

Il giudice, in sintonia con i pm di Roma che ereditarono il voluminoso fascicolo, puntò anche l’indice contro il collega Agostino Cordova che avrebbe avviato una maxi indagine conoscitiva che, fatta eccezione di uno stralcio relativo alle attività imprenditoriali su Licio Gelli, non avrebbe rilevato alcuna illecita attività compiuta dalla massoneria.

Agostino Cordova ordinando decine e decine di perquisizioni ed anche alcuni arresti, ipotizzava nella sua indagini lo scambio di voti. Le sedi e gli uffici della massoneria italiana, su ordine del magistrato, vennero perquisite e la notizia ebbe particolare risonanza su tutti i quotidiani nazionali (qui l’elenco di oltre 26mila nomi di fratelli massoni).

Per il gip di Roma e su parere conforme dei pm della capitale, invece, non vi sarebbe stato alcuno scambio di voti.


Scrive Augusta Iannini:

«Da uno sguardo d’insieme del ponderoso materiale acquisito e raccolto in circa 800 faldoni e in un numero imprecisato di scatoloni contenente materiale sequestrato, si può trarre la certezza che è stata compiuta, in tutto il territorio nazionale, una massiccia e generalizzata attività di perquisizione e sequestro che le iniziali dichiarazioni del notaio Pietro Marrapodi (da cui è nata l’indagine, calabrese e morto con tutti i suoi mille segreti, ndr), certamente non consentivano, quanto meno a livello nazionale. Da questi racconti a contenuto generalissimo, ma conformi all’immaginario collettivo sul tema ‘gruppi di potere, il pm di Palmi ha tratto lo spunto per acquisire una massa enorme di dati (prevalentemente elenchi di massoni) che poi è stata informatizzata e che costituisce una vera e propria banca dati sulla cui utilizzazione è fondato avanzare dubbi di legittimità, tanto più che l’indagine si sta concludendo con una generalizzata richiesta di archiviazione»

Per il gip Augusta Iannini:

«In questo procedimento, infatti, l’articolo 330 cpp è stato interpretato come potere del pm e della polizia giudiziaria di acquisire notizie e non, come si dovrebbe, notizie di reato».

Secondo il giudice romano:

«Era infatti chiaro che l’acquisizione di elenchi di associazioni, anche e non solo massoniche, costituiva una mera notizia e non certamente una notizia di reato. Lo studio del materiale, una volta messo a disposizione di questo ufficio, è stato reso particolarmente difficoltoso dall’assenza di indici ragionati e dalla collocazione del materiale cartaceo, custodito in uno scantinato dei locali di piazza Adriana, privo di luce, di una scrivania e di qualsiasi attrezzatura che consentisse una consultazione dignitosa degli atti».

Gli stessi pm di Roma che hanno ereditato l’inchiesta, su decisione della stessa procura di Palmi che di sua iniziativa aveva ritenuto la competenza della magistratura della Capitale, nel condurre gli accertamenti sulla maxi inchiesta avevano rilevato l’elevatissimo «numero di sequestri» ordinati dai pm calabresi, le «sistematiche richieste di informative indirizzate a tutti gli uffici di pg d’Italia sulle persone risultate iscritte negli elenchi massonici acquisiti tramite i sequestri», l’acquisizione di documentazione bancaria, di elenchi di nominativi di pubblici dipendenti, di attività d’indagini più mirate, come «sommarie informazioni testimoniali, intercettazioni telefoniche, ecc.», l’informatizzazione del materiale documentale ed informatico raccolto per permetterne la consultazione; ed infine la «raccolta di dati generali ritenuti utili ai fini delle indagini da ministeri e pubbliche amministrazioni su diversi argomenti».

Per il gip Augusta Iannini che accolse la richiesta di archiviazione sollecitata dai pm di Roma Lina Cusano e Nello Rossi (poi consigliere del Csm):

«All’eccezionale ampiezza del raggio delle indagini ed alla conseguente accumulazione di un’amplissima documentazione sul fenomeno massoneria non ha corrisposto un altrettanto ampia localizzazione delle investigazioni in direzione delle specifiche attività di interferenza in ambiti istituzionali ricollegabili alle realtà organizzative individuate. La riprova più eloquente dello stato delle indagini sin qui descritto proviene dalla stessa procura di Palmi».

Che «dopo investigazioni iniziate il 16 marzo 1993» decide autonomamente di trasferire l’inchiesta alla procura di Roma che poi, dopo aver inquisito, chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio di Licio Gelli per il crack del gruppo di Nepi, ha concluso l’indagine con una richiesta di archiviazione.

Gli stessi pm nel sollecitare la chiusura della vicenda hanno sottolineato come:

«La trasmissione degli atti del presente procedimento da Palmi a Roma è avvenuta su esclusiva iniziativa dell’ufficio del pubblico ministero di Palmi e con i tempi da questo ufficio voluti senza che vi sia stata alcuna rivendicazione di competenza o richiesta di trasmissione da parte dell’ufficio del pubblico ministero di Roma».

Ora non è un caso che questo lungo lancio dell’agenzia Agi (Gal 241733 Feb 01) troneggi sul sito del Goi.

Come a dire: chiedete e non vi sarà dato, sequestrate che tanto ci sarà restituito. Con le scuse.

Da: QUI


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Categorie: , Cronaca, Denunce, Editoria, Politica


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