Per qualcuno è uno stile di vita, per altri un’esagerazione. Ma in Italia, come nel resto del mondo, cresce la comunità di chi rinuncia a ogni prodotto di derivazione animale sostituendolo con ciò che la natura spontaneamente produce

Milano
08:40 del 22/01/2014
Scritto da Albertone

È nata come una moda, una cerchia ristretta decisa a rifiutare le logiche della grande industria e convinta che nel Novecento si potesse ancora vivere con ciò che la natura offre. Poi, la cucina vegana è diventata una tendenza, in qualche caso persino business: ristoranti dedicati, corsi di cucina per imparare l’arte culinaria, catene di prodotti per commercializzare le (poche) cose commestibili per chi segue in Maniera rigida il veganismo.
Che, in sintesi, altro non è se non il concetto vegetariano portato agli estremi. Forse troppo, dice qualcuno. Così, dalle cucine sono bandite carni e loro derivati, ma anche una lunga serie di cibi quali le uova comunque legate al trattamento industriale degli animi.
L’alternativa, quindi, sta nei cereali, nella frutta e nella verdura, purché senza condimenti di derivazione animale (leggi burro) o frutto di trattamenti industriali. Risultato: pasta e riso in abbondanza con mix di verdure come condimenti, secondi a base di cereali (muscolo di grano, tofu, seitan) accompagnati da verdure o alghe, dolci senza creme (latticini…) e infine tisane, thé e caffè.

Un menu decisamente scarso, che col passare dei mesi va via via arricchendosi, per trasformarsi poi in una “carta” del tutto simile a quella dei ristoranti. Certo, alla base di tutto c’è più o meno sempre un cereale, ma il mix che lo accompagna aumenta col passare dei giorni. D’altronde, come in tutto, quella che era una moda per pochi, oggi è diventato un business per parecchi.
Come già avvenuto con i ciliaci – in questo caso una malattia – tante marche si sono specializzate per proporre i prodotti giusti al prezzo… più vantaggioso per le tasche di chi produce. Il punto per ora sta qui: la nicchia è ancora ristretta, la produzione su vasta scala non esiste e il ricavo deve uscire anche dal poco venduto. Al pubblico sono proposte zuppe, sottovuoti di tofu, cereali e muscoli di grano. Ma per infondere nella popolazione l’idea del veganismo, il marketing si è messo in moto.
Il primo passo è stato quello di aprire ristoranti specializzati nella cucina vegana, affiancando al più qualche piatto vegetariano, per diffondere le idee che stanno alla base di una scelta di vita. E, poco più tardi, ecco che dall’inizio del Duemila tanti locali mettono in pista eventi “vegani” aperti a chiunque: dal capodanno al Carnevale, tutto all’insegno del no ai prodotti di derivazione animale.

Così facendo, lo stile di vita in qualcuno è diventato tendenza. E anche se la Dieta vegana pare comunque squilibrata a fronte delle reali necessità dell’organismo, per più d’uno il “provare una volta” per scherzo ha significato l’addentrarsi nel mondo vegano e l’acquistare anche qualche prodotto.
Il prezzo? Decisamente lontano da quello della grande distribuzione. La maionese “free eggs”, tanto per capirsi, costa qualcosa come 5 euro, realizzata con semi di girasole e amalgamata senza prodotti industriali. Lo stesso prodotto, nella grande distribuzione, costa l’80% in meno…  


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Categorie: Cultura, Curiosità


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