Destinazione ignota – di Marcello Veneziani – Stavolta non è una bufala. Il professor Giuseppe Conte ha realmente ricevuto da Mattarella, dopo un lungo colloquio, l’incarico di guidare il governo pentaleghista.

Campobasso
06:30 del 26/05/2018
Scritto da Luca

Destinazione ignota – di Marcello Veneziani – Stavolta non è una bufala. Il professor Giuseppe Conte ha realmente ricevuto da Mattarella, dopo un lungo colloquio, l’incarico di guidare il governo pentaleghista.

Il presidente incaricato ha fatto un discorsetto onesto ed emozionato. Ah, chi lo doveva dire… si leggeva nei suoi occhi. E chi molla la presa, adesso.

Appena incaricato Conte ha aderito all’ideologia nazionale, il cerchiobottismo. Un eurogrillino falce e mattarella. È stato ecumenico, il professore, ha rassicurato Mattarella, l’Europa, i grillini, Salvini, i clandestini, i suoi concittadini… Tutti a cercare di capire se prevaleva l’inflessione pugliese, fiorentina, romana o curriculale. No, prevaleva il ministrese.

Tratteniamo ogni critica e facciamo a Conte gli auguri più sinceri e non disinteressati. L’incarico ha posto un freno allo sport nazionale di sempre: buttarla in caciara. Fino al giorno prima scappavano i risolini sull’illustre sconosciuto, per giunta tecnico, si facevano giochini di parole sul cognome, come si faceva a scuola quando si conosceva solo il nome del prof che sarebbe venuto in classe il giorno dopo.

Poi è scoppiata la bomba carta del suo curriculum gonfiato, farlocco, ed è esploso il gioco nazionale della iena ridens; quel misto di derisione e lapidazione che fa della nostra vita pubblica una via di mezzo tra striscia di Gaza e striscia la notizia.

Gli ingredienti per il cazzeggio ci sono tutti, i parvenu al governo, la coalizione inedita, il premier ignoto, mero esecutore e presunto millantatore, lo sconcerto dei potenti, il giro del Colle in ottanta giorni. Ma se si nasce dalla costola di un comico è alto il rischio di un finale comico.


Ora l’incarico riporta sui binari della serietà; sperando che non ci siano pacchi nascosti o magari sostituzioni di ministri, per esempio all’economia, in cambio del semaforo verde a Conte premier e al governo-contratto gialloverde.

Nell’attesa degli sviluppi, vorrei osare una lettura seria di quel che sta succedendo. Salvini dice che ormai la competizione non è più tra destra e sinistra ma tra popolo ed élite. È una considerazione ormai stagionata, che facevamo trent’anni fa, ma veritiera. Basta vedersi in giro e rendersene conto.

E basta vedere cosa sono oggi in Italia il sedicente centro-destra e la presunta sinistra per averne conferma. Anzi, l’espressione élite usata da Salvini ha un sottinteso positivo, indica i migliori, l’aristocrazia, invece qui si fa riferimento ai detentori del potere, alla casta: meglio chiamarle oligarchie.

L’alternativa tra oligarchie e populismo è l’asse della politica ormai da anni. Il populismo va al potere in America e in altre forme in Ungheria, forse in Polonia, o in coalizione in Austria; ma non va al governo in Francia, nel Regno Unito, in Germania e in Spagna. Da noi ci andò prima di tutti, in forma mista e soft, con Berlusconi, che riuscì a fare un’alleanza tra populisti e popolari, postfascisti e liberali.

Quella tra populisti e oligarchie è una linea di demarcazione molto più veritiera di quella stupida adottata dai grillini sui puri e gli impuri o sul nuovo e il vecchio. Con la velocità delle parabole politiche e con l’elettorato psicolabile, il nuovo di oggi diventa il vecchio di domani, invecchia in fretta. E il puro, appena entra nel governo, diventa impuro ai loro occhi, si sporca con la realtà, le sue malformazioni o contraddizioni. E diventa presto il vecchio da cacciare.

Al di là di queste puerili alternative, quella tra popolo ed establishment è il conflitto dei nostri anni. Facile dire, a questo punto, che siamo col popolo e preferiamo governi che siano l’espressione diretta del popolo.

A parte le altrettanto facili obiezioni che poi i governi eletti dal popolo devono scontrarsi coi segmenti difficilmente componibili del voto popolare e devono inventarsi qualche espediente o qualche Conte per quadrare il cerchio e sommare i consensi diversi.

Ma il discorso di fondo è un altro. Le oligarchie non ci piacciono perché non rispondono agli interessi generali e alla sovranità popolare e nazionale, sono chiuse e tendono a salvaguardare il potere esistente anziché curarsi della gente.

Tra l’assetto contabile e la vita reale dei popoli, danno la precedenza al primo. Dunque, è sacrosanta la richiesta di svolta. Ma la democrazia diretta o l’autogoverno dei popoli è pura follia o impostura. E sarebbe una sciagura se gli umori plebei di massa prevalessero sulla competenza, l’esperienza e la lucidità.

Il populismo indica una scorciatoia: il capo che decide per tutti. Ma da dove spuntano il capo e i capetti? Dalle campagne elettorali e dal loro teatro, la Regina Tv e i social media.

Alla fine, i populismi puntano su chi ha una sola virtù: sedurre, dire le cose che piacciono ai tanti. Qualità essenziale, essere comunicatore e persuasore, ma non bastano i tribuni della plebe per governare un paese e per trasformarlo.

Ci vogliono altri due requisiti essenziali: uno è la motivazione, cioè l’idea, la visione, i valori, le convinzioni, la storia da cui provengono. L’altro è la capacità di riconoscere, selezionare e valorizzare i capaci e i migliori.

Si, anche i populismi hanno bisogno di élite, e se non le hanno, devono dotarsi di radar per capire dove sono i migliori della società e devono investire tempo e risorse per formare nuove leve tramite fondazioni, scuole, magari alternate alle palestre di tirocinio, enti pubblici, amministrazioni locali.

Il populismo da solo non ce la fa. Basta vederli in faccia, ascoltarli, leggere i loro curricula. Sperando che la funzione sviluppi l’organo, che si generi una specie di selezione naturale sul campo e che sbagliando qui e là, possa venir fuori qualcosa di buono. Ma quanto ci vorrà, e nel frattempo che succede?

Insomma l’alternativa tra popolo ed oligarchie è veritiera ma non porta da nessuna parte se non passa da alcuni filtri obbligati. Questa non è teoria, vedete quel che sta succedendo, guardate in faccia la realtà, i protagonisti e poi ditemi la verità.

È duro dover scegliere tra Junker e Giggino, tra la BCE e la Casaleggio & Associati, tra Mattarella e Grillo. O se preferite, tra lo spread e la scoreggia… Nell’attesa è ridicolo lo spettacolo dei potentati e loro emissari che chiedono ai populisti di tradire la ragione per cui sono stati votati e allinearsi alla politica dei loro predecessori, bocciata dal popolo sovrano.

Così i ministri buoni sarebbero la fotocopia dei precedenti. Ridete sul curriculum di Conte ma non vi fanno scompisciare quelli che pretendono continuità da un governo che ha come unica legittimazione la discontinuità, il cambiamento?

Torno a Conte, la grande ics. C’è un dato che non appare nel suo sontuoso curriculum: da ex-abitante di S.Giovanni Rotondo e nipote di un cappuccino, Conte è devoto di Padre Pio. Allo stato attuale è il requisito che suscita più speranze. Padre Pio fa miracoli. Siamo nelle sue mani.

Da: QUI


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Categorie: , Denunce, Politica


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