Come si ottiene un’arma in Italia. Dopo i fatti di Milano si è riaperta la discussione sulla sicurezza nei luoghi pubblici e, al contempo, sul possesso di armi

Milano
09:15 del 18/04/2015
Scritto da Gerardo

Dopo i fatti di Milano si è riaperta la discussione sulla sicurezza nei luoghi pubblici e, al contempo, sul possesso di armi. Lo stesso Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha parlato della necessità di “un impegno maggiore contro la proliferazione delle armi”, non escludendo un intervento del Governo per cambiare il quadro normativo. Ma come funziona la normativa in materia? Qual è la diffusione delle armi tra i cittadini italiani? C’è un legame fra diffusione delle armi ed episodi di violenza? Siamo sicuri che serva un intervento normativo "alla cieca", sulla scia di singoli episodi di cronaca? Ecco, proviamo ad analizzare singolarmente le questioni, avvertendo però che ci sono diversi fattori che influenzano la precisione dei singoli dati.

Come si ottiene un’arma in Italia

In Italia è possibile acquistare un’arma e tenerla in custodia legalmente. Per acquistare armi da sparo e munizioni, ma anche per trasportarle fino al proprio domicilio, è necessario ottenere il nulla osta del questore. Una specifica licenza è necessaria per la vendita di armi, che spetta essenzialmente alle armerie, mentre il privato cittadino può “cedere” la propria arma o anche darla in comodato d’uso (per armi da caccia o sportive), sempre comunicando alla Questura il passaggio e sempre solo ad altro cittadino munito di licenza.

Infatti, come recita il TULPS, “chiunque voglia acquisire il possesso di un’arma, in una qualsiasi delle forme previste dal codice civile, deve essere in possesso dei titoli abilitativi previsti dalla legge”. La regolamentazione è "in teoria" molto restrittiva. In particolare per l’ottenimento del nulla osta (che non è necessario per coloro in possesso di porto d’armi), il soggetto deve presentare:

una certificazione di idoneità psico - fisica rilasciata dalla ASL si residenza;

una documentazione o autocertificazione relativa al servizio prestato nelle Forze Armate o nelle Forze di Polizia, oppure un certificato di idoneità al maneggio delle armi rilasciato da una sezione di tiro a segno nazionale;

una documentazione che attesti l’inesistenza di condizioni ostative (condanne o carichi pendenti);

una dichiarazione che attesti di non essere obiettore di coscienza.

C'è poi una differenza di non poco contro tra "porto" e "trasporto" di armi, che ci tornerà utile quando parleremo della difesa personale. Come si legge su un sito specializzato, infatti, mentre il "trasporto" indica generalmente il percorso di un'arma verso il luogo di custodia (o, ad esempio, verso un poligono di tiro) con il "porto" di un'arma si intende la condizione in cui l’arma si viene a trovare nella immediata disponibilità del suo possessore, che potrebbe, quindi, farne uso in tempi relativamente brevi (e in tal senso non cambia nulla se l'arma sia carica o meno).

Quante armi ci sono in Italia

È molto difficile consultare statistiche ufficiali su tale argomento, soprattutto perché nel conteggio complessivo compaiono non solo le armi comuni per la difesa personale, ma anche quelle per la caccia, per uso sportivo e da collezione. La rilevazione del The Guardian, ad esempio, tiene conto di tutte queste tipologie e mostra come, in ogni caso, in Italia il numero di armi per 100 abitanti sia nettamente inferiore a quello tedesco o francese e tutto sommato sui livelli della Gran Bretagna (ovviamente siamo lontanissimi dal caso statunitense, dove il secondo emendamento garantisce il diritto al possesso di un'arma).

Per una valutazione più precisa bisognerebbe ricorrere al "Catalogo delle armi", che qualche anno fa è stato abolito dal Parlamento (nonostante gli appelli anche degli stessi operatori di sicurezza e la contrarietà del Viminale). Come ricorda Grignetti su La Stampa, gli ultimi dati "ufficiali" risalgono alla gestione Pisanu, quando, a seguito di alcuni fatti di cronaca, fu disposto un controllo approfondito e "furono verificati circa 600 mila «porto d’armi» (500 mila licenze per caccia e 100 mila per il tiro a volo). Vi furono 3.600 sospensioni e 1.450 divieti di detenzione".

Consultando il Catalogo, dunque, otteniamo la schedatura di 19497 tra armi comuni (meno di 5mila), sportive, da caccia e da collezione. Le singole armi sono catalogate e punzonate dal Banco Nazionale di Prova che dovrebbe fornire le più ampie garanzie circa il funzionamento, la schedatura e la regolarità. Il punto è che non vi sono dati certi sulla diffusione delle armi e le ultime rilevazioni “più o meno complete” sono datate 2010 e parlano di circa 10 milioni di armi “legali” con almeno 4 milioni di famiglie armate. Dati sui quali persiste un certo scetticismo, in considerazione del fatto che nel calcolo sono considerate anche grosse quantità (2 - 3 milioni) di armi “ereditate ed inservibili”. Una buona base di partenza potrebbe essere quella di considerare il numero di porto d’armi, (per la verità anche in questo caso ci si scontra con l’assenza di una banca dati aggiornata e completa): sono oltre 800mila i permessi per la caccia (in costante flessione), circa 30mila quelli per difesa personale (la fonte è l’Anpam, Associazione Nazionale Produttori armi e munizioni), 50mila quelli per le guardie giurate e meno di 200mila quelli per le armi sportive.

A questi dati bisogna aggiungere che il possessore di licenza di porto d'armi o di nulla osta, può comprare e detenere fino a: 3 armi comuni da sparo; 6 armi classificate ad uso sportivo sia lunghe che corte; un numero illimitato di fucili e carabine con calibro non inferiore a 5,6 mm con "bossolo a vuoto" di altezza non inferiore a 40 mm cioè sono quelle classificate da caccia (art. 13 della legge 157 del 1992), 8 armi complessive tra: antiche di importanza storica prodotte prima del 1890 o con avancarica, originali; 200 cartucce per arma comune (art. 97 Regolamento TULPS); 1.500 cartucce per fucili da caccia (art. 97 Regolamento TULPS); 5 chili di polveri da caricamento (Fonte Polizia di stato).

Infine non bisogna sottovalutare l'incidenza del "mercato nero delle armi", sulla cui consistenza le stime divergono sensibilmente (si passa dalle 15mila armi alle 200mila).

La difesa personale, cosa dice la legge


Il porto di pistola per difesa personale consente di “portare un’arma corta e di poterla usare nei casi in cui la legge lo consenta, ovvero per legittima difesa”: tale licenza è rilasciata dai prefetti ed è subordinata alla dimostrazione di “un grave e fondato pericolo per la propria incolumità”, in ragione della propria attività professionale o di una particolare condizione personale. Con tale licenza si è autorizzati a “trasportare e detenere” tutte le armi da sparo e a “portare” quelle corte comuni. Discorso diverso per il porto di fucile, licenza rilasciata per la difesa “solo in particolari condizioni di rischio” o in casi specifici.

Va precisato cosa si intende con difesa personale, o meglio, con il concetto di legittima difesa (questione che poi è alla base di una serie di casi di cronaca molto discussi). A disciplinare la materia è l’articolo 52 del codice penale, nella versione “modificata” nel 2006, tra mille polemiche e con il voto contrario del centrosinistra. In linea di massima perché si configuri la legittima difesa bisogna che ci sia la “necessità” (dunque non si configura legittima difesa nel caso in cui, ad esempio, l’aggressore sia in fuga), l’attualità del pericolo (che deve essere “presente o incombente”) e la “proporzionalità all’offesa”. Su quest’ultimo punto va precisato che la giurisprudenza ha sempre considerato che “la consistenza dell'interesse leso (la vita o l'incolumità della persona) sia enormemente più rilevante, sul piano della gerarchia dei valori costituzionali, di quello difeso (il patrimonio), ed il danno inflitto (morte o lesione personale) abbia un'intensità di gran lunga superiore a quella del danno minacciato (sottrazione della cosa)”. Insomma, in soldoni, l'incolumità di un ladro "vale" più del suo bottino.

Nel 2006, invece, è stata introdotta una modifica normativa che comporta la sussistenza del rapporto di proporzione in particolari casi di violazione di domicilio: un cambiamento giudicato pericolosissimo da alcuni giuristi che hanno parlato di “vera e propria licenza di uccidere, che legittima di fatto il farsi giustizia da soli e crea un’area riservata in cui il potere giudiziario deve abdicare al suo controllo ex lege”.

Che rapporto c'è fra crimini, sicurezza e diffusione delle armi

È questa la domanda che dovrebbe essere alla base di ogni provvedimento in materia di proliferazione delle armi. Il problema è che, come abbiamo visto, i dati sono molto grossolani e soprattutto le "analisi" e le "indagini" rispondono sempre ad interessi particolari (che siano produttori di armi, associazioni di cacciatori o formazioni politiche importa poco). È però possibile concentrarci su alcune considerazioni centrali nel rapporto fra la (sensazione della) sicurezza personale e la diffusione delle armi. L’unica evidenza empirica riscontrabile, infatti, è legata al maggior numero di episodi criminali dovuto all’uso improprio di armi da fuoco per difesa personale. Scriveva Giuliano Amato quando era ministro dell’Interno: “Rendere più elastiche le norme in materia di diffusione delle armi significa certo rafforzare la sensazione di sicurezza in alcuni di noi che di sicuro non abuserebbero delle armi eventualmente in dotazione. Ma significa anche  consentire l’uso delle stesse armi agli irresponsabili, agli esaltati, a chi può perdere da un momento all’altro l’equilibrio mentale per un fatto che lo ha colpito emotivamente e che lo porta a vendicarsi e a uccidere”. Del resto gli studi sui disastri prodotti (negli States, ad esempio) dalla proliferazione delle armi comuni sono piuttosto eloquenti. Dunque, nessuna relazione fra sicurezza personale e diffusione delle armi. Anzi è paradossalmente il contrario.

Quanto incide la diffusione delle armi sull'aumento degli episodi di criminalità? Una testimonianza importante arriva dal Brasile, dove fu proposto (e bocciato) un referendum per la proibizione del commercio delle armi da fuoco.  Scriveva il professor Marcelo Rezende Guimarães: “L ‘elemento principale del problema che stiamo affrontando è che il Brasile ha il triste record del maggior numero di omicidi con armi da fuoco a livello mondiale: un totale di 36.000 vittime all ‘anno. Malgrado il fatto che la situazione di insicurezza della popolazione brasiliana viene dal rischio di crimini come assalto a mano armata, furti ed altri crimini, la maggior parte delle morti per arma da fuoco avvengono tra persone che si conoscono. Sono parenti, amici o conoscenti che, in una situazione di perdita di controllo, avendo a portata di mano una arma, trasformano quello che sarebbe stato un conflitto di un giorno in una tragedia per tutta la vita. Circa il 60% delle morti per armi da fuoco in Brasile sono morti in cui chi spara conosce la vittima o tiene relazioni dirette o indirette con lei. […] Involontariamente un "uomo comune " che compra un ‘arma in un negozio finisce per aiutare il crimine quando la sua arma gli viene sottratta in una rapina, viene persa o rivenduta a terzi. Molte persone che tengono armi per la propria protezione vengono rapinate e, senza volerlo, finiscono per armare i rapinatori e i criminali”.

È chiaro come quello brasiliano sia un caso limite (e le statistiche circa i furti di armi da fuoco sono molto meno preoccupanti), ma è pacifico che la disponibilità maggiore di armi da fuoco comporti un "maggior rischio potenziale" (senza incidere, lo ripetiamo, in modo significativo sulla sicurezza individuale). Il tutto in cambio della "sensazione della sicurezza personale", concetto smontato in due righe da un report dell'Università di Pisa: "Forse sarebbe il caso di avere sempre ben presente che la sicurezza non è solo un problema di armi; è innanzitutto qualcosa che riguarda tutta le vita delle persone, il soddisfacimento dei diritti fondamentali (casa, alimentazione, Salute, istruzione, lavoro), la cittadinanza, cioè il senso di piena inclusione nella società in cui si vive. Ed è comprensibile che a chi vive in condizioni di insicurezza radicale l ‘appello per una società senza armi possa non apparire prioritario".

Insomma, per tirare le somme: non ci sono dati oggettivi che indichino una escalation del ricorso alle armi da parte degli italiani (per fortuna); c'è invece una correlazione chiara fra proliferazione delle armi e aumento dei crimini; la propensione delle famiglie ad armarsi (in calo) risponde ad un criterio di "sicurezza percepita", che spesso non ha nulla a che vedere con la sicurezza reale.


Un complesso di ragionamenti sensati che spesso si scontra con l'isteria collettiva e la strumentalizzazione politico - giornalistica, con un ritratto, quello di un Paese squassato dalla criminalità, in cui la sicurezza individuale è sempre più minacciata, che semplicemente non ha alcuna ragione d'essere.


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