Il cibo a basso prezzo è uno dei pilastri della nostra economia. L’impulso a riempirsi la pancia spendendo il meno possibile è antico e irresistibile e, girando tra i banchi del supermercato o passando davanti a un fast food, la tentazione di cedervi è forte.

Roma
06:40 del 30/03/2019
Scritto da Gerardo

Il cibo a basso prezzo è uno dei pilastri della nostra economia. L’impulso a riempirsi la pancia spendendo il meno possibile è antico e irresistibile e, girando tra i banchi del supermercato o passando davanti a un fast food, la tentazione di cedervi è forte. Ma se è vero che un prezzo salato non è necessariamente sinonimo di alta qualità e maggiori garanzie, è assai più probabile che i prodotti a pochi euro siano di pessima categoria. Se non in termini qualitativi, probabilmente non rispettano gli standard etici – quando non sono scadenti da entrambi i punti di vista.

Per sostenere un prezzo stracciato infatti deve essere inevitabilmente sacrificata almeno una delle variabili che fanno il prezzo finale di un prodotto: la materia prima, il tempo, l’energia o i mezzi impiegati nella produzione e nella lavorazione, oppure, non ultima, la manodopera. Se nell’immediato ci sembra di risparmiare qualche euro sulla spesa, è quindi scontato che, come ci avverte il giornalista Michael Pollan, in realtà ci perdiamo sul medio e lungo periodo. Prima di tutto in termini di tasse – che vanno ad esempio perse in sussidi agli agricoltori o nella sanità per sopperire i danni di un’alimentazione sbagliata – e poi in salute.

La prima variabile che compone il prezzo finale è la materia prima. Se parliamo di carne di pollo ad esempio – secondo il giornalista britannico Raj Patel uno degli esempi più lampanti per spiegare come funziona questo meccanismo – potremo essere sicuri che provenga da allevamento intensivo. Quella che comunemente si trova al supermercato e in rosticceria è una delle carni più a buon mercato e meno sostenibili in assoluto: selezionato per crescere in pochi giorni e sviluppare principalmente petto e cosce, imbottito di antibiotici in allevamenti sovraffollati, il bestiame conduce una vita indegna e arriva sulle nostre tavole sotto forma di carne poco nutriente e poco saporita. Non va meglio con altri animali, come manzo e maiale, cresciuti a forza di antibiotici e ormoni della crescita. Invece che a foraggio – ossia ciò per cui lo stomaco dei ruminanti è predisposto – il manzo è nutrito a mais e soia. Delle circa 36 milioni di tonnellate di soia di fabbisogno annuo in Unione europea – che ne produce internamente 1,4 milioni di tonnellate – la stragrande maggioranza è importata da Stati Uniti e Brasile, dove è principalmente prodotta a monocoltura intensiva e con impiego di Ogm.


Ma nemmeno su ortaggi, cereali e legumi il prezzo conveniente è un buon segno: quelli impiegati nei prodotti industriali sono prevalentemente importati da Paesi in cui la sicurezza alimentare è inferiore rispetto al livello italiano, il più alto d’Europa, con il rischio di mangiare fagiolini con residui chimici o pasta realizzata con grano contaminato da muffe. Oppure ancora provengono da Paesi in cui gli Ogm sono permessi. È tramite l’agricoltura intensiva che viene prodotta la maggior parte dei cereali, degli ortaggi e dei legumi destinati all’alimentazione umana e animale. Le conseguenze sono la distruzione dell’habitat di diverse specie e l’espropriazione delle terre dei piccoli agricoltori per farne grandi estensioni a monocoltura.

C’è poi il danno all’agro-biodiversità connessa alla sostituzione delle coltivazioni locali da parte delle poche dominanti, più remunerative. Circa il 70% del nostro cibo è ottenuto da appena nove specie vegetali e la metà dei prodotti utilizzati dall’uomo è riconducibile ad appena quattro prodotti agricoli: riso, mais, grano e patate. Questa selezione è all’origine dell’immane perdita di patrimonio genetico vegetale a cui assistiamo. Le conseguenze sono disastrose, poiché la biodiversità garantisce al sistema agricolo una migliore resistenza agli attacchi di insetti, malattie ed eventi atmosferici. Più varietà ci sono di una stessa pianta infatti, più alta sarà la possibilità che, di fronte a un pericolo, almeno una di queste sopravviva. Pesticidi, diserbanti e insetticidi chimici causano poi un aumento della resistenza dei parassiti e un maggiore rischio di malattie anche nell’uomo, per effetto della biomagnificazione – per cui i prodotti tossici presenti nel terreno aumentano concentrazione man mano che si sale nella catena alimentare

Da: QUI

 


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Categorie: , Ambiente, Economia, Scienze


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