Alcune “curiose” coincidenze legano il caso di Carlo Giuliani a quello di Ilaria Alpi: sono stati uccisi dalle stesse persone? Ecco la clamorosa ipotesi dell’inchiesta pubblicata suMisteriditalia.it

Torino
06:40 del 23/07/2016
Scritto da Luca

Alcune “curiose” coincidenze legano il caso di Carlo Giuliani a quello di Ilaria Alpi: sono stati uccisi dalle stesse persone? Ecco la clamorosa ipotesi dell’inchiesta pubblicata suMisteriditalia.it

Il giorno mercoledì 5 settembre 2001 si svolgeva, presso la commissione di indagine conoscitiva del parlamento sui fatti di Genova, l’audizione del dottor Adriano Lauro, vicequestore aggiunto presso la questura di Roma, e del dottor Maurizio Fiorillo, vicequestore aggiunto presso la questura di Napoli.

In questa audizione vengono ricostruiti i fatti, dal punto di vista dei funzionari in questione, che portano alla morte di Carlo Giuliani. Ad un certo punto si legge:

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ADRIANO LAURO, Vicequestore aggiunto presso la questura di Roma.

Ero responsabile di un centinaio di carabinieri. Quando erano circa le 16,30 stavamo facendo ritorno ai mezzi lasciati in prossimità della Fiera; avevamo riunito il gruppo dei carabinieri: era giunto sul posto un tenente colonnello che, preposto al loro comando, coordinava le varie squadre. Aveva fatto un appello, perché il personale era abbastanza esausto.

E poco dopo:

Ho saputo dopo, poiché prima lo ignoravo, che quelle due famose camionette erano una del capitano, mio diretto interlocutore nel comando dei carabinieri, e l’altra del famoso tenente colonnello citato prima, che era il coordinatore.

LUCIANO VIOLANTE.

Il tenente colonnello era sulla macchina?

ADRIANO LAURO, Vicequestore aggiunto presso la questura di Roma.

Sì, era sulla macchina quando se ne è andato. Il capitano stava con me, era il responsabile diretto di quel gruppo, mentre il tenente colonnello coordinava, immagino, più gruppi e quindi andava a verificare.

LUCIANO VIOLANTE.

Il colonnello, quindi, era sulla macchina che poi si è allontanata, mentre quella rimasta era senza ufficiale?

ADRIANO LAURO, Vicequestore aggiunto presso la questura di Roma.

No, tutte e due le macchine se ne sono andate; viaggiavano insieme.

Il tenente colonnello è andato via su una delle due?

ADRIANO LAURO, Vicequestore aggiunto presso la questura di Roma.

Sì, su una delle due, nel momento in cui noi abbiamo detto che ci saremmo diretti verso i mezzi. Successivamente, quando abbiamo avvistato il gruppo di manifestanti e c’è stato lo scontro, loro probabilmente sono arretrati. La sera ho visto delle immagini, delle due camionette che arretravano velocemente e si posizionavano dietro di noi. A quel punto, il tenente colonnello Truglio mi ha detto di essere sceso a piedi, lasciando le due camionette, e di essersi avvicinato al gruppo con i carabinieri. Quando c’è stato l’arretramento credo che lui non vi fosse più (almeno così il tenente colonnello mi ha riferito)…

Vediamo un po’, allora, chi è questo famoso Tenente Colonnello Truglio. Non è uno che lascia molte tracce, a dire il vero. Nel web c’è poco o nulla… sappiamo che nel ’98 dirige il GOC (Gruppo Operativo Carabinieri) in Calabria e in tale veste è sentito dalla commissione antimafia.

Qualcosa in più si trova negli archivi dell’ANSA:

MO: OSSERVATORI, A HEBRON PER PRIMI CONTATTI / ANNUNCIATO (DELL’INVIATO DELL’ANSA LUIGI SANDRI) – PUNTO 6 C – (ANSA) – HEBRON (CISGIORDANIA), 11 APR 1994- …….

La delegazione italiana – accompagnata dal console generale a Gerusalemme, Damiano Spinola – era composta dal ministro Gianfranco Varvesi, capo della Unita’ tecnica della cooperazione alla Farnesina, dal ministro Giorgio Baroncelli, vicecapo del servizio del Contenzioso diplomatico, e da due alti ufficiali dell’Arma dei carabinieri, il colonnello Pietro Pistolese ed il maggiore Giovanni Truglio…..

Dunque nell’aprile del ’94 il nostro è maggiore (fresco di nomina, pare) e si trova in Palestina. Ma c’è un altro lancio dell’ANSA che è decisamente più interessante:

SOMALIA: TORTURE; UN SECONDO DIARIO ALL’ESAME DI INTELISANO (ANSA) –ROMA, 30 AGO 1997


Oltre al memoriale del maresciallo del Tuscania, Francesco Aloi, il procuratore militare di Roma, che indaga sul comportamento dei soldati intaliani in Somalia, ha ricevuto un secondo diario. Negli ambienti della Procura militare ci si limita a confermare la notizia senza tuttavia entrare nel merito del contenuto di questo nuovo memoriale che, comunque, riferirebbe di atti di violenza di cui si sarebbero resi responsabili militari del contingente Ibis. Nei giorni scorsi – si è appreso dallo stesso Intelisano – il procuratore militare ha avviato una serie di interrogatori in riferimento alle accuse sollevate dal maresciallo Aloi: ”Ad oggi – ha assicurato il procuratore Intelisano all’Ansa – non ci sono nomi di ufficiali iscritti sul registro degli indagati”. Si vedrà la prossima settimana, quando Intelisano riprenderà gli interrogatori, sempre alla luce del memoriale di Aloi.

Il quotidiano l’Unità, pubblica oggi i nomi di dieci ufficiali che sarebbero contenuti nel memoriale di Aloi come ”autori o persone informate delle violenze perpetrate contro la popolazione somala”. Si tratterebbe dei colonnelli Roberto Martinelli, Antonino Giampietro e Augusto Staccioli, dei tenenti colonnello Marco Bertolini e Angelo Passafiume, del capitano Giovanni Truglio, dei tenenti Francesco Marra e Claudio Cappello dei colonnelli Michele Tunzi e Leonardo Leso. Per quanto riguarda il col. Martinelli, della Folgore (all’epoca dei fatti ha comandato il raggruppamento Charlie di stanza a Jalalassi e quello Alfa a Balad), L’Unità scrive che nel diario Aloi sostiene che l’ufficiale ”fu pescato con un quantitativo di droga leggera” e che il caso ”fece scalpore” ma che il colonnello dichiarò di averla sequestrata. Il colonnello Giampietro, sempre della Folgore (comandò il raggruppamento Alfa), nel memoriale di Aloi viene indicato come ”un ufficiale che certamente sapeva di violenze e torture così come pure del colonnello Staccioli (numero due dopo il generale Loi) del quale Aloi scrive ”di una sua totale conoscenza degli abusi ai danni della popolazione somala”.

Per quanto riguarda poi il capitano Truglio (comandante del distaccamento dei Cc) Aloi sostiene che ”a lui più che ad altri si sarebbe rivolto per indicare fatti e nomi”: denunce che – secondo Aloi – rimasero ”lettera morta”. Dei due tenenti Marra e Cappello, oggi capitani, (comandavano rispettivamente il plotone Cc dell’ambasciata e il plotone Cc del porto) Aloi scrive che avevano ”saputo degli abusi” e di averne anche loro ”commessi alcuni”. Del colonnello Tunzi (che non fu in Somalia nel tempo della permanenza del maresciallo Aloi) Aloi scrive che comando’ il distaccamento del Tuscania durante il periodo in cui rimasero uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Aloi si chiede, nel memoriale, perché non fu ordinato ai Cc di andare sul posto del duplice delitto. Infine del colonnello Leso, oggi comandante del Tuscania, il maresciallo scrive – secondo quanto riporta L’Unità – che ”non poteva non sapere degli abusi dato che era costantemente informato dal comandante del distaccamento dei carabinieri. (ANSA). 30-AGO-97 17:04

Evidentemente questo ultimo lancio dell’ANSA riporta il grado che Truglio ricopriva all’epoca dei fatti somali, visto che il lancio precedente riporta il grado di maggiore ricoperto in Palestina.

Forse non tutti se ne ricordano, ma la spedizione RESTORE HOPE fu la prima “guerra umanitaria”, o meglio, la prima volta che argomenti umanitari vennero spesi per giustificare una guerra. Il contingente italiano che operò in Somalia si macchiò di crimini contro la popolazione civile che furono ampiamente documentati. Panorama in particolare pubblicò alcune foto sconvolgenti.

Il caso fu seguito da tutta la stampa (si distinse, tra gli altri, Famiglia Cristiana!) in cui descrive l’andazzo che c’era nel contingente italiano. Consiglio a tutti la lettura di questo articolo di Famiglia Cristiana, anche perché vi ritroviamo due dei protagonisti di P.zza Alimonda: Il Ten. Col. Truglio (all’epoca Capitano che comandava il distaccamento dei CC in Somalia) e il Cap. Cappello (all’epoca tenente che comandava il plotone dei CC al porto).

Riportiamo dall’articolo in questione:

Alcune donne, forse non fidandosi del comandante dei Carabinieri del Porto Vecchio(il ten. Cappello, ndr), nell’immediata vicinanza del quale si vocifera avvengano parte delle violenze, si presentano all’ex ambasciata chiedendo della polizia militare. Il carabiniere di servizio alla porta, ignaro, le accompagna nel mio ufficio dove queste, terrorizzate e munite a volte di referto medico, manifestano a volte la volontà di denunciare stupri e abusi nei confronti loro e di minori da parte di militari italiani. Io informo del fatto il comandante del distaccamento dei carabinieri preposto all’MP che si identifica nel capitano …(Famiglia Cristiana non lo scrive ma si tratta del nostro “eroe”, ndr), il quale manda puntualmente il tenente …(il ten. Cappello, ndr) che, presa la denunciante per i capelli, dopo averla trascinata fuori, la malmena».

Entrambi li ritroviamo in P.zza Alimonda, per Truglio vedi sopra, per Cappello vedi questo articolo di Repubblica dove si dice che “…Franz (il PM titolare dell’inchiesta. NDR) ha sentito anche il capitano Cappello ed un sottotenente che gestiva rispettivamente la Compagnia ed il plotone in cui era inquadrato Placanica.”

Interessante, no?

Hanno fatto carriera insieme.

Hanno fatto “esperienza” assieme.

Ne hanno viste “di tutti i colori” assieme.

Le due jeep defender in P.zza Alimonda erano assegnate a loro… ma loro non sappiamo dov’erano.

Certamente non distanti dai fatti. Forse addirittura erano molto vicini.

Torniamo per un momento in Somalia, lasciando la parola al maresciallo Aloi: «Mentre sto facendo la doccia al campo degli incursori sento parlare anonimamente e a un certo punto una voce dice testualmente: “Non basterà tutta la popolazione somala a pagare la morte di Stefano. Sarà un semplice controllo demografico della popolazione. Queste m… devono morire tutte”. (…) Vedo uscire in gran fretta un blindato 6616 degli incursori. Incuriosito lo seguo a distanza e con mio grande stupore percorrendo le strade affollate di somali vedo tra la gente persone che si accasciano al suolo tra lo stupore di tutti. Perplesso cerco di capire e a un certo punto noto le canne dei fucili spuntare dalle feritoie della blindo. Sparano con fucili silenziati o cartucce subsoniche».


Ancora più interessante. Ci dice che l’uso di armi silenziate con pallottole subsoniche non è una cosa da agenti segreti, ma pratica che in Somalia si è usata…. forse anche in altri posti… sarebbe interessante sapere che armi sono e che calibro hanno. Verrebbe da chiederlo al Ten Col Truglio, visto che all’epoca comandava la polizia militare, lui lo saprà di sicuro.

Ma torniamo ancora al Maresciallo Aloi e alle sue dichiarazioni: «Trasmettevo per competenza le denunce di violenza sessuale (io ero addetto ad altre mansioni), ma dei miei rapporti non c’è traccia», afferma Aloi. «Ad alcuni episodi di violenza ho assistito. Non si trattava di prostitute, erano per lo più donne che lavoravano al campo e che subivano il ricatto di accondiscendere o essere cacciate. In ogni campo degli italiani c’era l’”angolo dello stupro”, un luogo dove avvenivano le violenze. Ilaria Alpi sapeva: una sera mi ha portato a vedere un episodio di stupro. Lei ha scattato anche delle foto con una piccola macchina fotografica che avevamo comprato insieme (una piccola macchina fotografica risulta fra gli oggetti scomparsi dal bagaglio della giornalista, ndr)».

Le esecuzioni sommarie: «L’episodio dei 17 buttati a mare è solo uno di quelli a conoscenza dei magistrati. E non c’è solo la mia testimonianza».

Il checkpoint Pasta: «Il giorno precedente la battaglia fu violentata e uccisa una donna del clan di Aidid. Molti lo sapevano. Avevamo paura. Ma i nostri comandanti non potevano spiegare le ragioni per cui era inopportuno quel giorno compiere il rastrellamento».

Su Ilaria Alpi si è scritto molto e anche sulle ragioni della sua esecuzione. Ilaria Alpi e il maresciallo Aloi si conoscevano, circolava tra le varie ipotesi sulla morte di Ilaria anche quella che fosse stato un tentativo di bloccare una possibile denuncia pubblica dell’operato dei nostri militari.

I genitori di Ilaria affermano in merito che: «Subito c’è stato da parte nostra un rifiuto. Ci terrorizzava l’idea che Ilaria e Miran avessero pagato per le colpe dei nostri connazionali. Era una terza ipotesi, incredibile, dopo le prime due: la mala cooperazione e il traffico di armi su cui Ilaria stava facendo un’inchiesta, e un agguato degli integralisti islamici. Ma questa terza ipotesi-bomba, che Ilaria sia stata uccisa perché si apprestava a rivelare atti di violenza compiuti dai soldati italiani su uomini e donne somali, ci è apparsa meno incredibile quando abbiamo avuto due riscontri. Ilaria è stata a Mogadiscio sette volte, abbiamo controllato le date, e per 40 giorni la sua presenza ha coinciso con quella del maresciallo Aloi. Quindi l’ha conosciuto, perché lei conosceva tutti quelli del contingente. Il secondo riscontro sta in due foto che riprendono Ilaria mentre scatta fotografie con la sua piccola automatica, scomparsa anche quella, come tanti altri oggetti e carte che le appartenevano. Ti vengono i cattivi pensieri, forse ha fotografato cose che non doveva vedere e che coinvolgevano soldati italiani. Le rivelazioni di Aloi ci hanno messo in testa un tarlo: se fossero vere spiegherebbero molti comportamenti. Adesso fanno di tutto per denigrare Aloi, eppure è un maresciallo dei Carabinieri, figlio di un maresciallo dei Carabinieri e con altri due fratelli arruolati nell’Arma».

L’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi è la classica indagine italiana: depistaggi, prove scomparse, perizie dubbie. C’è un particolare: anche nel caso di Ilaria Alpi c’è un balletto di perizie, come nel caso di Carlo Giuliani.

Ed ecco che, come scrive Tempi il 15 luglio 1999, ad un certo punto arriva un personaggio che è stato determinante nella richiesta d’archiviazione per la morte di Giuliani:

Nuove rivelazioni sul caso Alpi. Secondo le nuove perizie condotte da Pietro Benedetti e Carlo Torre e presentate al processo contro il somalo Omar Hashi Hassan, la giornalista italiana Ilaria Alpi, assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994, non sarebbe stata uccisa da un colpo di pistola sparato a bruciapelo, bensì sarebbe stata colpita da distanza “non breve”. Le nuove perizie, perciò, smentirebbero l’ipotesi dell’“esecuzione” compiuta con un colpo alla testa.

Carlo Torre è il perito che scopre che l’estintore ha deviato il colpo di Placanica, anzi no, è stata una pietra. Anzi a guardare bene sulla chiesa di fronte c’è un buco. Anzi ora prende il passamontagna, lo agita, e voilà ecco che cade un frammento di proiettile.

Scopriamo così che Carlo Torre si è già occupato di altre clamorose vicende di cronaca giudiziaria dal caso Ilaria Alpi a quelli di Marta Russo e della contessa Agusta. E nel caso della contessa Agusta (e del tesoro di Craxi, quindi, almeno quello che ne resta) si trova a stretto contatto di gomito sapete con chi? Con Marcello Canale, il direttore dell’istituto di medicina penale di Genova, quello che fa l’autopsia a Carlo e afferma che il giovane era morto un nanosecondo dopo che un proiettile da 9 mm aveva prodotto un foro da 8mm in entrata e addirittura più piccolo in uscita. Ma dov’è il proiettile in questione? Sparito.

Chiudo il cerchio dicendo che il povero Aloi ne passa di tutti i colori  e che la verità sulla morte di Ilaria Alpi è molto lontana.

Il Capo del SISDE non svelerà i nomi dei mandanti. La fonte, considerata attendibile dal Servizio segreto civile, ha indicato con nomi e cognomi i mandanti dell’omicidio della giornalista del Tg3, Ilaria Alpi, e dell’operatore Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Ma ieri, nel nuovo processo davanti alla Corte d’Assise di Roma, il direttore del SISDE, Mario Mori, ha detto di non poterne rivelare l’identità “per motivi di sicurezza“.

Ognuno tiri le conclusioni che crede.


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Categorie: Cronaca, Denunce


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