Le statistiche parlano chiaro: quasi un bar su quattro è cinese, in meno di sei anni si sono quintuplicati. Lo stesso sta accadendo ai ristoranti e alle altre attività, un trend apparentemente inarrestabile.

Milano
12:13 del 10/07/2013
Scritto da Carmine

C'era una volta l'Italia, paese della 'dolce vita', della crescita economica, del design, delle città d'arte e della moda. Tra le città più rappresentative del nostro bel paese, soprattutto in termini economici ed industriali, Milano ha rivestito sempre un ruolo centrale.

Milano è la capitale della moda, la sede delle grandi reti televisive, la città del calcio che conta. Quindi, se qualcosa inizia a non funzionare da quelle parti, allora vuol dire che potrebbe essere un sintomo di cambiamento inequivocabile che prima o tardi coinvolgerà il resto del paese.

Pensate ai bar, quasi un luogo di culto per gli italiani, che ogni mattina ne affollano i banconi per gustare un buon espresso e mangiare un cornetto, magari mentre leggono un quotidiano sportivo. Probabilmente non esiste un'immagine più profondamente nostrana di questa. Eppure, in questo momento a Milano quasi un bar su quattro è cinese.

I numeri non lasciano spazio a dubbi: nel 2007 i cinesi gestivano appena 120 bar, in pochi anni sono saliti a quota 522. Una crescita del 355% avvenuta in meno di sei anni che non ha paragoni con nessun'altra città italiana. A vendere sono proprio i vecchi proprietari, stufi di lottare ogni giorno con la crisi e tentati dalla possibilità d'incassare subito dalla cessione dell'attività.

Milano si sta trasformando in una sorta d'asta a cielo aperto. La scena che si ripete è sempre la stessa: il proprietario italiano entra in Crisi economica, arriva l'offerta in contanti o sottobanco di un impreditore cinese, e l'attività viene trasformata grazie ai prezzi stracciati della manodopera a basso costo in continuo arrivo da Pechino. E tanti saluti alla concorrenza.

Nei bar cinesi si trovano più o meno le stesse cose che troveresti in un bar italiano, ma a prezzi più bassi. Per esempio, il caffè oscilla dai 60 ai 70 centesimi, contro 1 euro o più della gestione made in italy. Pazienza se poi l'aroma non è eccezionale: nell'epoca della crisi e dei tassi di disoccupazione alle stelle si può anche chiudere un occhio sulla qualità. La parola d'ordine è risparmiare per sopravvivere.

A differenza dei negozi d'abbigliamento, i gestori cinesi sono stati anche particolarmente astuti nel non stravolgere l'arredo, evitando di riempire il locale con oggetti o sopramobili dall'aspetto orientale. D'altronde perché scegliere un bar italiano, quando puoi andare in uno che non solo ti consente di risparmiare, ma è anche aperto molto più a lungo e per quasi tutta la settimana?

E' un circolo vizioso. La crisi spinge da un lato i proprietari a vendere e dall'altro lato i clienti a risparmiare dove possibile. La Cina vince su questo scenario desolante grazie all'inerzia dei grandi numeri: sulla terra, una persona su cinque è cinese. Di questo miliardo, 'alcuni' (cioè circa 100 milioni) possiedono capitali enormi per comprare letteralmente il mondo in svendita. La parte restante, invece, costituisce una forza lavoro a bassissimo costo disposta ad emigrare.

Per capire cosa sta accandendo sono illuminanti le parole della signora Huang Suping, consulente di Confcommercio di origine cinese: 'I cinesi, al semaforo, non guardano se è verde o rosso: passano se vedono che gli altri passano. Così con gli affari: se uno ha successo con un’attività, altri lo seguono. Specie se si tiene conto che un cinese su 7 è imprenditore; che sono in genere lavoratori che non si risparmiano (e ancora meno risparmiano chi lavora per loro); e che infine hanno un accesso al credito che un italiano del 2013 se lo sogna e sulla cui tracciabilità regna una sorta di nebbia orienta'

Una macchina inarrestabile, contro cui è praticamente impossibile competere se il termine di paragone è il prezzo finale. L'Italia, piuttosto, deve puntare sulla diffeRenziazione e sulla qualità del made in Italy per avere qualche chance di restare a galla. La globalizzazione e la deregolamentazione del mercato hanno favorito il capitalismo selvaggio e i paesi ricchi di risorse o di manodopera a basso costo. L'Italia non possiede nel DNA né la mentalità dei grandi investitori né le materie prime o la forza lavoro a regimi di schiavitù.

Però, a volte, ci si dimentica delle nostre vere risorse. L'Italia ha più del 50% del patrimonio artistico mondiale; una fauna e una flora tra le più varie del mondo, a partire dagli incantevoli scenari delle Alpi fino ad arrivare agli assolati paesaggi maritmi delle coste Siciliane; una delle cucine più gustose e imitate al mondo. Ma soprattutto l'Italia ha profondamente radicato il senso del bello, come testimoniano le grandi firme nel settore della moda e i grandi designer di auto sportive. Se una ripresa è possibile, è da qui che deve iniziare.


Articolo letto: 2779 volte
Categorie: Cultura, Curiosità, Economia, Lavoro, Sociale


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Risposte - Commenti

Gerardo

11/07/2013 13:49:20
Non si vedono più ormai italiani in giro da anni nelle grandi metropoli come Milano. Ed è un peccato perchè i cinesi riescono a capire e a concepire molto meglio il mercato di noi italiani. Arriverà il giorno in cui saremo in grado di mantenere competitività con i grandi mercati, ne sono sicuro.
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Alessandra

11/07/2013 09:13:47
Tra gli anni '70 e '80 siamo stati proprio noi Italiani ad essere i Cinesi del Mondo, con l'emigrazione in America tra gli anni '30 e '50 lo stesso, la storia è una ruota che gira. Per la maggior parte del popolo cinese poi l'Italia è davvero il bel paese, se pensiamo che molti di loro lavorano e vivono in fabbriche come se stessero in carcere 24 h su 24h qui fanno proprio la vita!
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Marco

10/07/2013 19:02:49
Questa notizia mi lascia davvero di stucco, anche se ovviamente il meccanismo di quello che accade è molto chiaro. Con quei prezzi e manodopera così a basso costo questi bar sono molto più competitivi dei nostri. Queste acquisizioni credo porteranno sempre più bar italiani+ alla chiusura e all'apertura di nuovi cinesi. Sarà un circolo vizioso inarrestabile.
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Albertone

10/07/2013 18:04:18
I numeri dei cinesi in quel di Milano sono impressionati ed anche le attività storiche stanno cedendo alle lusinghe di avventori disposti a pagare anche oltre il valore stesso del negozio pur di averlo in breve tempo. Ma Milano così facendo perde il proprio volto e svaluta un'immagine per vantaggio economico del breve termine.
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