Blocco degli stipendi al vaglio della Corte Costituzionale: si rischia una “Fornero bis”. Per ora di certo c’è solo la data: il 23 giugno la Corte Costituzionale dovrà esprimersi sulla legittimità o meno del blocco della contrattazione nel pubblico impiego, in vigore dal 2010

Roma
09:25 del 05/06/2015
Scritto da Gerardo

Per ora di certo c’è solo la data: il 23 giugno la Corte Costituzionale dovrà esprimersi sulla legittimità o meno del blocco della contrattazione nel pubblico impiego, in vigore dal 2010. I giudici della Consulta saranno infatti chiamati ad esprimersi sul ricorso presentato dalla Confsal Unsa contro il blocco degli stipendi per i dipendenti della Pubblica Amministrazione: una decisione che a molti ricorda quella recentissima sulla costituzionalità del blocco delle perequazioni disposto dalla legge Fornero. Questa volta però il conto potrebbe essere decisamente più salato e provocare un vero terremoto per le casse dello Stato.

L’Ansa, infatti, è stata in grado di anticipare i calcoli fatti dall’Avvocatura dello Stato e ha diffuso un documento che porta la firma dell’avvocato Rago, che sarà chiamato a sostenere la posizione dello Stato di fronte ai giudici costituzionali. Nel documento si parla dunque di “rilevanti effetti finanziari derivanti dall’intervento normativo che si esamina” e si quantifica in circa 35 miliardi di euro la spesa aggiuntiva necessaria a saldare gli arretrati che, nel caso fosse accolto il ricorso sindacale, spetterebbero ai dipendenti danneggiati dal blocco degli stipendi. Quasi ad evitare un nuovo “caso pensioni”, l’Avvocatura dello Stato invita la Corte proprio a considerare l’impatto economico delle decisione passate del Governo, alla luce del comma 1 dell’articolo 81 della Costituzione: “Lo Stato assicura l’equilibrio fra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. In tale contesto, si aggiunge, comunque lo Stato ha portato avanti “un’intensa attività contrattuale sia stata svolta, anche in pendenza del nuovo complesso normativo, ed abbia riguardato sia la contrattazione integrativa che quella nazionale”. Insomma, un modo per mettere le Mani avanti e prospettare “il baratro” che si aprirebbe nei conti pubblici nel caso fosse accolto il ricorso dei sindacati.

Sindacati che, al Fattoquotidiano, ribattono colpo su colpo, smentendo “categoricamente quanto dichiarato dal governo”, per “il tramite dell’Avvocatura generale dello Stato che ne fa la difesa”, secondo cui l’onere non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi di euro”. Il costo finale sarebbe diverso, per quanto gravoso: “Parliamo di 30 miliardi comprensivi degli oneri previdenziali e assistenziali e delle imposte a carico del datore di lavoro e, pertanto, per la contabilità pubblica esso comporterebbe un indebitamento netto pari alla metà e cioè a 15 miliardi di euro”.


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Categorie: Economia, Lavoro


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