Etica hacker applicata ai sistemi biologici. Questo il principio alla base del biohacking, disciplina teorizzata già sul finire degli anni Ottanta e sbocciata Oltreoceano nel 2005, con una forte comunità di riferimento nell’area di San Francisco

Cagliari
13:00 del 13/02/2017
Scritto da Luca

Etica hacker applicata ai sistemi biologici. Questo il principio alla base del biohacking, disciplina teorizzata già sul finire degli anni Ottanta e sbocciata Oltreoceano nel 2005, con una forte comunità di riferimento nell’area di San Francisco. Proprio nel 2005, Amal Graafstra , tra i pionieri del biohacking e autore del libro “RFID Toys ”, si è impiantato il suo primo chip sottocutaneo. Oggi ne ha cinque. Li utilizza per aprire la porta di casa o dell’automobile, accedere al suo computer e ai suoi strumenti mobile. 

Sono svariate le declinazioni del fenomeno: dall’utilizzo di dispositivi in grado di tracciare le prestazioni fisiche all’impianto sottocutaneo di bio-chip o transponder, alla sequenziazione del DNA. Si spazia dalla do-it-yourself biology al movimento dei grinder, che desiderano migliorare il proprio corpo tramite l’impianto di dispositivi cibernetici. Un esaustivo campionario dell’offerta si trova sul sito DangerousThings , fondato da Amal Graafstra. Qui è possibile acquistare chip con tag RFID , inseriti in una apposita siringa da piercing, disinfettata e chiusa ermeticamente, pronta per l’uso

Il movimento a livello internazionale cresce, soprattutto negli Stati Uniti e in gran parte dei paesi europei. Con qualche eccezione. Sulla mappa di DIYBio , sito nato nel 2008 con l’obiettivo di consolidare la community di biologi DIY – Do-It-Yourself, l’Italia ha solo due pallini: Trento e Torino. Il primo però rimanda a un sito (e a un’esperienza) non più attivo, il secondo fa riferimento a Be.In.To. , gruppo cresciuto attorno al FabLab Torino . «Siamo nati due anni fa, sull’impulso di due biotecnologi, dopo un loro workshop su come estrarre il DNA dalla frutta – racconta l’informatico Irio Lavagno, uno dei membri del gruppo –. Proprio a inizio anno, per mancanza di tempo, siamo stati costretti a sospendere le attività, speriamo di poter ripartire in primavera, avevamo aggregato una comunità attiva di una ventina di persone». 

Il ritardo italiano sul tema, lo racconta molto bene Eugenio Battaglia, co-admin di Hackteria.org ed ex studente del MBC UniTo : «Mi sono avvicinato al mondo del biohacking tra 2011 e 2012, al mio secondo anno di università. Mi misi in contatto con realtà già attive a livello internazionale, come Hackteria, e provai, con scarsi risultati, a dar vita a Torino a qualcosa che potesse creare un ponte tra l’MBC di UniTo, il FabLab e le reti internazionali già esistenti. Era troppo presto sia storicamente, sia rispetto alle mie capacità. Così iniziai a viaggiare e a legarmi sempre più ai contesti internazionali». 

In Italia non sono mancati casi interessanti, ma fino ad oggi è mancata la nascita di un movimento. Interessante l’esperienza della maker Gaia Leandra, che nel 2013 organizzava workshop nei rioni di Napoli, dove faceva analizzare cellule e microrganismi ai bambini del quartiere, con dei microscopi fai-da-te, costruiti partendo da webcam da 10 euro. Caso che esemplifica perfettamente l’approccio al fenomeno di Eugenio Battaglia: «Penso che una delle cose più importanti che facciamo con il biohacking sia quella di demistificare le bio e nano tecnologie, avvicinando le persone, con l’idea che quando si dovranno prendere decisioni su questi temi, avremo una popolazione più informata». 

Anche le prospettive di sviluppo del fenomeno cambiano a seconda del punto di osservazione. Da Torino, Irio Lavagno è più scettico sull’evoluzione dell’aspetto biotecnologico in Italia: «Un po’ per le risorse scarse, un po’ per i molti freni burocratici. Credo che uno degli aspetti che avrà una maggiore accelerazione, anche a livello internazionale, sarà quello artistico, legato alle fluorescenze di funghi e batteri, dove ci sono esperienze molto interessanti». 

Da Berlino, dove si è trasferito, Eugenio Battaglia ha una visione con prospettive più ampie: «Si ripeterà una storia simile ai computer e internet: nonostante ci siano associazioni che promuovono queste attività, come Hackteria, OpenCare di WeMake o Open Biomedical Initiative , la rivoluzione biotech arriverà ai cittadini molto più probabilmente attraverso il mondo dell’elettronica di consumo, tramite oggetti che puoi comprare su Amazon o in farmacia, piuttosto che tramite un workshop dove i partecipanti possono costruirsi il proprio pancreas artificiale per curarsi il diabete». 

Da: QUI


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Categorie: , Tecnologia


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Risposte - Commenti

Paolo

13/02/2017 16:32:45
Si e proprio una cosa forte e molto interessante basta pensare la tecnologia si fa sentire su tutti i campi di qualsiasi genere .e stata Scentificata l'era degli anni 80 e sbocciata Oltreoceano nel 2005 .Cose veramente da far girare la testa che spettacolo
6

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