Siamo finalmente arrivati alla fine della marcia che direttamente da Stoccolma, da casa DICE, ci ha fatto arrivare alla recensione di Battlefield 1.

Firenze
12:00 del 19/10/2016
Scritto da Luca

Siamo finalmente arrivati alla fine della marcia che direttamente da Stoccolma, da casa DICE, ci ha fatto arrivare alla recensione di Battlefield 1. Oggi scade l'ultimo embargo e possiamo darvi quindi il nostro giudizio finale sul gioco, scrivendo anche della campagna single player, che molti di voi avranno potuto assaggiare (insieme ad una piccola porzione del multiplayer) grazie all'abbonamento EA Access. Tiriamo quindi le somme sul gioco: per ora ci limitiamo a dire che gli sviluppatori svedesi hanno di nuovo fatto centro, migliorando quanto fatto sia in Star Wars: Battlefront sia in Battlefield 4. 

La guerra è il mondo, il mondo è la guerra. Inizia così la nostra recensione, un po’ retorica forse, ma con lo stesso tono, tragico e solenne, che accompagna le avventure di Battlefield 1. L’obiettivo del gioco, come oramai ben sappiamo, è raccontare la Grande Guerra, fatta di una logorante vita da trincea fin troppo segnata dalle morti al fronte, ma anche di battaglie campali che hanno contraddistinto il futuro del mondo per come lo conosciamo oggi. Un’ambientazione che possiede il fascino del tempo, quel velo di polvere che sulla nostra libreria ricopre uno dei nostri libri preferiti e lo protegge, ma che una volta tolto ci riporta indietro nel tempo raccontandoci una storia. Una sfida ardua, che vedeva tanti sostenitori quanti scettici, quella di tentare di inserire in un videogioco come Battlefield queste incredibili esperienze di uomini, non solo di soldati. Il tutto poi dovendo fare i conti con una tradizione della componente multiplayer con determinate regole ed equilibri che sono diventati cari alla community affezionata alla serie. Arrivati dunque al momento di tirare le fila del discorso, non possiamo che congratularci con Dice per l’obiettivo che, indubbiamente, può dirsi centrato. 

Storie di Guerra:

Oggigiorno siamo sempre più fagocitati da titoli che, forti del loro lato multiplayer, ci inebriano di continue sfide per diventare sempre migliori, in un infinito ciclo destinato a concludersi solamente con il prossimo di questi giochi sulla lista. Premesso, Battlefield 1 potrebbe essere chiaramente tra quelli e dopo vi spiegheremo il perchè, ma stavolta riesce anche a mostrare con orgoglio l’altra faccia della medaglia: la campagna single-player per quanto breve, anzi oserei dire lapidaria, ha tutto ciò che serve per diventare memorabile. Sei storie, sei personaggi alla ricerca del proprio destino, chi tra i morti dopo una fine degna del più grande eroe, chi tra i vivi per raccontare le gesta dei propri compagni. Dai cieli inglesi fino al deserto arabo, la Guerra ha accomunato persone così diverse, le ha rese attori, con nomi e cognomi, di tutte le battaglie. E queste persone noi le conosceremo bene, saremo i padroni dei loro movimenti, vedremo tramite i loro occhi e ascolteremo tramite le loro orecchie: diventeremo loro stessi per poco più di un’ora ciascuno. Non tanto anzi, forse troppo poco, considerata la qualità di queste piccole pillole di campagna, ma rimane fuori discussione che sia meglio qualcosa di breve ma bello, che l’opposto. Tempeste d’acciaio, Sangue e Fango, Amici nelle alte Sfere, Avanti Savoia!, Il portaordini, Nulla è Scritto, sono i titoli di queste sei campagne e sembrano anche i titoli di romanzi dedicati alle figure che incontreremo sul nostro cammino.


Il cameratismo di un gruppo di carristi, la bravata di un giovane americano, l’amicizia di due arditi, la guida di un veterano su un giovane dal cuore grande e il grido di una vendetta, così tanti eppure così pochi nel grande mosaico che fu la Grande Guerra. Dovendo fare un’analisi più concreta e meno retorica di quelle che sono le diverse componenti di questa campagna. A partire dalla narrazione questa a seconda della diversa storia, viene gestita in maniera differente, a volte troviamo il narratore che dopo anni racconta la sua storia della guerra, oppure tramite il dialogo interiore e i pensieri contemporanei all’azione o ancora tramite le scene viste dall’esterno: il risultato è che ognuna si adatta a ciò che si vuole raccontare.

La grafica poi, non è solo contorno, ma viene utilizzata in ogni momento per spremere il potenziale emotivo, vuoi per sottolineare la sofferenza di un soldato tramite la perfezione della resa del volto, vuoi invece per esprimere ancora di più la devastazione delle esplosioni e dei cumuli di macerie che si lasciano alle spalle. Il gameplay poi, con l’accento sulla minore rapidità delle armi, nonché la pesantezza di quest’ultime, ci tiene incollati a terra, ma non ci grava al punto da impedirci di agire come delle macchine di morte. Non sarà difficile sterminare un esercito da soli, ma tutto questo sarà sentito maggiormente rispetto ai precedenti capitoli. L’altro ruolo che la campagna ha sempre avuto nel mondo degli fps è quello di tutorial di tutte le nuove meccaniche in previsione di un approdo futuro nel competitivo. Battlefield 1 non è da meno, anzi, accentua ancora di più questa funzione, senza però farla sembrare particolarmente tediosa. Alcune missioni sono concentrate attorno all’utilizzo di un particolare veicolo o all’adozione di peculiari strategie in battaglia. Alcune storie, in fin dei conti, possono essere considerate come degli spettacolari tutorial, anche se per forza di cose inadeguati rispetto allo scopo, su carrarmati, aerei, incursioni rapide e azioni di sabotaggio nell’ombra. 

La scrittura è piacevole, tutto scorre senza intoppi: alla fine bastano davvero poche frasi per rendere una storia davvero interessante e queste sono state messe tutte al posto giusto. A volte la retorica, così come volutamente anche in questa recensione, è quasi abusata e le parole suonano e riecheggiano nell’aria come la memoria di un evento che inevitabilmente è finita con l’arricchirsi di un alone di nostalgia. Nella pratica, oltre al parlato, ottimamente doppiato, la sovraimpressione di scritte e sottotitoli è definita da font moderni sans-serif, come si suol dire, e un colore bianco semplicissimo: moderna, leggera, che lascia ai colori pesanti del resto l’emozioni del racconto. Molto sembra sia stato imparato da Battlefront, che in questa direzione ha insegnato molto ai titoli di EA, che mostrano un’interfaccia al passo con i tempi pur non snaturando la storia che vogliono raccontare.

Operazioni:

Voglio dedicare un paragrafo a Operazioni, la vera nuova modalità multiplayer, che si accinge a diventare il cuore dell’esperienza di Battlefield 1. Nei giochi di questa serie si è sempre cercato di avere un occhio di riguardo sulla scala e sulle dimensioni che una battaglia deve avere; giustamente in uno scontro bellico non si è mai visto un 5v5 o un 4v4, ma grandi eserciti che venivano a scontrarsi con un lascito di morti a ciascuna nazione mai di poco conto. Anche quando si è parlato di piccoli battaglioni dedicati a operazioni di incursione si aveva sempre in mente l’idea di avere a che fare con centinaia di uomini. Battlefield 1 riporta dunque la battaglia con i canonici oramai 64 giocatori a schermo, un numero che riesce a rendere bene l’idea della capillare presenza dei soldati sulla mappa, ma la domanda che sorge spontanea è: perché queste operazioni dovrebbero essere più convincenti di una conquista o di una corsa? 

La nuova struttura incarna perfettamente il senso di avanzamento lento e lacerante che poteva essere vissuto in trincea. Non stiamo comunque affermando che dovrete stare incollati allo schermo per mesi, ma di certo molto di più di una partita canonica, con gli scontri più veloci che arrivano comunque a superare almeno la mezz’ora di durata.

La modalità operazioni ci porta nel bel mezzo di un fronte, con la squadra attaccante e la squadra difenditrice, ovviamente l’obiettivo sarà conquistare o proteggere gli obiettivi che di volta in volta verranno segnalati sulla mappa. Se venisse impedita l’avanzata, ci sarebbe la possibilità da parte degli attaccanti di riprovare l’assalto fino a un massimo di tre volte, altrimenti si passerebbe alla sezione successiva con i successivi obiettivi. Una volta finita l’avventura su questa mappa si passerà alla successiva per un’azione continua e incessante. Nelle ultime sezioni verrà in aiuto della nazione attaccante il behemoth caratteristico di quella mappa. I behemoth sono quei veicoli mastodontici che abbiamo potuto ben apprezzare nei trailer: Zeppelin, il treno sul mare e la corazzata. Questi ci aiuteranno con la loro incredibile potenza di fuoco ad aprire la strada con l’artiglieria e sbloccare più facilmente alcuni impasse offensivi.

Non possiamo negare il piacere di affrontare gli scontri nelle mappe italiane, ovvero Monte Grappa  ed Empire’s Edge. La prima si svolge sul passo del Monte Grappa e tra la vegetazione tipicamente montana e un versante della montagna praticamente scalabile, riesce davvero a imporre un continuo cambio di strategia a seconda di quale punto di controllo stiamo cercando di raggiungere. La seconda invece ci porta sulle coste Adriatiche e lascia i difensori in balia dei continui colpi della corazzata nemica. Questo perché la struttura aperta della mappa, fa sì che a parte qualche piccolo arroccamento non ci siano davvero molti posti in cui nascondersi. La vegetazione poi, rigorosamente mediterranea, ci avvicina emotivamente a queste ambientazioni che ben conosciamo. Non neghiamo però che anche le altre mappe siano decisamente ispirate, con forse a primeggiare la Foresta di Argonne, anche se poi è tutta questione di gusti. 
Multiplayer:

Altra modalità interessante del multiplayer oltre alle ben note conquista, corsa, Deathmatch a team e dominio, è Piccioni di Guerra. No non è una sessione di caccia sportiva con volatili e proiettili o il seguito di Valiant: Piccioni da Combattimento, ma è una rivisitazione in chiave Prima Guerra Mondiale del più classic Cattura la Bandiera. Esclusi i veicoli dalla ricetta e inserite nelle mappe formato Dominio, saremo alla ricerca di piccioni viaggiatori, per poter, tramite loro, inviare segnali sulla mappa. Durante la prima Guerra Mondiale, infatti questi erano il principale mezzo di trasmissione dei messaggi sui campi di battaglia. Ritornando invece alla trasposizione videoludica, una volta trovato il volatile sulla mappa, dovremo recuperarlo e trovare il tempo di scrivere le coordinate, se durante questa mansione dovessimo stare fermi ci metteremmo di meno. Una volta finito, il piccione partirà in volo, ma potrà ancora essere abbattuto dai nemici. Finita questa odissea verrà assegnato il punto alla squadra; il primo che arriverà a tre avrà vinta la partita. La cosa interessante di questa modalità è che in ogni momento è possibile ribaltarne l’esito così che anche sullo 0-2 non è consigliabile adagiarsi sugli allori.

Le altre modalità del multiplayer sono invece quelle a cui la serie ci ha abituato, come qui sopra scritto. Niente di nuovo sotto il sole dunque nelle modalità, ma un connubio nuovo di mappe e gameplay che questo Battlefield 1 ha deciso di portare con sé. 


Se nel singolo, con tutto il contorno che viene a crearsi è più facile apprezzare le tinte scure del gioco, nonché la pesantezza in alcuni momenti di questa atipica vita da trincea raccontata da Dice, nel multi per ovvie ragioni le cose cambiano.

Il time-to-kill rimane molto simile agli altri capitoli della serie, con una schizofrenia netta tra la guerra rappresentata e quella che dovrebbe essere rappresentata. Diventa immediato comprendere come tutto quello che è rimasto della Grande Guerra sono l’ambientazione tra armi e veicoli e un raddoppiamento del piano del combattimento tra i corridoi delle trincee e il campo di battaglia. Niente dunque che va a impattare sulla giocabilità, che si mostra, con le dovute modifiche al bilanciamento delle armi e alla presenza di più bocche da fuoco a colpo singolo, molto simile a quella che già conosciamo.  Un peccato perché nonostante poi le partite risultino divertenti, è davvero un continuo cadere per poi rialzarsi nei panni di un nuovo soldato con una rapidità che con tutta onestà speravamo potesse cambiare almeno un po’. 

Per fortuna i veicoli danno una ventata di aria nuova, tanto che delle classi dedicate, quella del pilota e del carrista, vanno a impreziosire le partite giocate su questi mezzi. All’inizio della partita potremo infatti non solo decidere se iniziare con o senza veicoli, ma potremo anche decidere quale esattamente dei veicoli vogliamo scegliere. Per gli aerei per esempio ci troveremo di fronte aerei d’attacco, bombardieri o caccia. Molto diversi tra loro sia per equipaggiamento che per capacità di movimento. Parlando sempre di classi, ritroviamo Assalto, Medico, Supporto e Scout. Rispettivamente possiamo classificarli in combattimento a media o corta a distanza, con un arsenale di esplosivi sufficiente ad abbattere anche i veicoli corazzati, combattimento a media-lunga distanza, con focus sul recupero dei compagni caduti o malandati, combattimento a media-lunga distanza, con l’unico obiettivo di impedire l’avanzata nemica a suon di sventagliate di mitraglia e combattimento a lunga distanza, per colpire anche i nemici più lontani, magari al comando di postazioni di artiglieria altrimenti inespugnabili.

Ogni classe sarà personalizzabile e di ciascuna possiamo crearne tre preset preferiti, le armi si sbloccano una volta raggiunti determinati livelli e poi da lì per poterle utilizzare si dovrà ricorrere alla valuta in-game conquistata partita per partita. Delle varie armi poi potremo cambiare la livrea sostituendola con quelle recuperate nei battlepack, acquistabili oppure ottenuti ad ogni livello. Ciascuno di questi potrebbe contenere anche delle armi ma finora è una fortuna che non ci è mai capitata. L’arsenale completo per ciascuna categoria non è il più grande visto finora, anzi il numero è stato parecchio ridotto rispetto al passato, ma ciò è dovuto a una personalizzazione di ciascuna bocca da fuoco e al fatto che il lavoro su ogni singola arma è iniziato da zero.

Qualora poi dovessimo trovare dei kit particolari durante la partita potremmo assumere il ruolo di una delle tre classi d’Elite disponibili nel gioco. Queste hanno caratteristiche davvero particolari, come una diversa bocca da fuoco, ma soprattutto una resistenza superiore a quella di un soldato normale. Se ben utilizzate possono davvero fare la differenza, e se supportate a dovere dalla squadra risultano quasi invincibili.

Purtroppo non tutto va sempre come ci si sarebbe aspettati e questo multi-player presenta alcuni problemi che rischiano spesso di divenire fastidiosi per il giocatore.

Le Hitbox, non proprio il cavallo di battaglia per la serie, sembrano ancora rimanere un mistero e spesso anche evidenti colpi andati a segno non infliggono alcun danno agli avversari. I caricamenti alle varie partite su Xbox (piattaforma su cui abbiamo provato il gioco) sono troppo lunghi, anche se poi sono bilanciati da una durata potenzialmente sufficiente a giustificare questi tempi. Infine, mi tocca ammetterlo, ci sono ancora un po’ di dubbi sugli spawn; l’algoritmo, per quanto cerchi di allontanarci dal vivo della situazione, più di una volta ci ha letteralmente messo con alle spalle un nemico, nonché è capitato anche che ce ne abbia fatto comparire letteralmente uno addosso, questo è vero soprattutto nelle missioni solo fanteria, dove gli spazi ristretti mettono alla prova questo sistema.

Tecnicamente:

Graficamente il gioco è meraviglioso, già abbiamo elogiato l’interfaccia grafica e il dettaglio nella campagna e continueremo a farlo anche ora. Frostbyte anche su XOne riesce davvero a portare una grafica convincente su mappe davvero enormi. La varietà delle ambientazioni è superba e la resa rimane a livelli elevatissimi per tutte tanto che quella di St. Quentin è la stessa di quella del deserto del Sinai. Ognuna poi ha le sue condizioni climatiche che affliggono il territorio, con effetti atmosferici sempre convincenti, che le caratterizzano anche al di là della morfologia del territorio. Le animazioni sono ottime e ben realizzate, nella campagna single-player si potrebbe anche azzardare emozionanti perché riescono a coinvolgere il giocatore e a trasmettere le emozioni che si vogliono veicolare.

Un lavoro certosino, non però privo di bug, a livello di fisica e compenetrazione poligonale, con personaggi a volte ingarbugliati nello stipite di una porta, oppure a cavallo tra la camera dei segreti e il mondo reale.

Il comparto audio anch’esso si attesta su livelli eccezionali. La colonna sonora orchestrale mostra i muscoli esasperando la tragedia delle situazioni nella campagna, ma anche nei menù e durante i caricamenti intrattiene senza dubbi. La riproduzione di tutti i suoni è molto fedele. Dice infatti si è impegnata molto nel campionare da ricostruzioni di armi e veicoli dell’epoca tutto il necessario per rendere il più credibile possibile quanto inserito nel gioco. Il doppiaggio stesso è molto curato e non presenta praticamente alcuna sbavatura tale da rovinare in alcun modo la tensione creata dalla storia.


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Categorie: Videogames


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