Banche italiane: dove NON mettere i vostri soldi. Domanda canonica del risparmiatore medio.

Bologna
12:30 del 18/07/2015
Scritto da Gerardo

Domanda canonica del risparmiatore medio. Il tipico correntista o obbligazionista che ha zero velleità speculative e l’unico obiettivo di mettere al riparo i suoi quattrini: come faccio a sapere qual è l’istituto di credito più affidabile? Quali strumenti ho a disposizione per capire il grado di rischio di una banca?

Nonostante alcuni clamorosi flop (Parmalat e Lehman Brothers su tutti) il rating delle società specializzate è senza dubbio uno degli strumenti più efficaci. Le agenzie, in pratica, fanno il lavoro che l’utente medio per mancanza di tempo e conoscenze non è in grado di fare: l’analista attinge ad informazioni pubbliche, studia i fondamentali e incontra i manager per raccogliere notizie che gli consentano di dare un giudizio sul grado di affidabilità di una società. Per comodità possiamo dire che danno un voto di sintesi sul merito creditizio dell’emittente. Dicono, cioè, se l’obbligazione (o un altro strumento finanziario di debito) emesso dal gruppo verrà ripagata secondo i termini contrattuali.

Le agenzie più importanti al mondo sono Standard & Poor’s e Moody’s e a fianco si possono trovare i «voti» più recenti che le due società di rating hanno assegnato agli istituti del Belpaese. S&P, per esempio, nel breve termine dà una «A» (che è il grado di valutazione più alto) solo a poche banche. Banca Imi SpA, Banca Nazionale del Lavoro, Credito Emiliano, Dexia Crediop, Fideuram - Intesa Sanpaolo Private Banking, Intesa Sanpaolo, Istituto per il Credito Sportivo, Mediobanca, Unicredit, Unicredit Leasing e Unione di Banche Italiane (Ubi) meritano «A-3», mentre tutte le altre sono a un livello inferiore.

DALLA «A» ALLA «D»
Giusto per capire le tabelle. Se un’impresa è giudicata con «AAA» vuol dire che ha eccellenti capacità di onorare le obbligazioni assunte, mentre se scende ad «A-» ha buone capacità di rispettare gli obblighi finanziari, ma è più suscettibile ai cambiamenti delle circostanze e delle condizioni economiche. Più si va in basso con le lettere dell’alfabeto e più la capacità di ripagare i propri debiti è a rischio. E così a «BBB» corrispondono adeguate capacità di rispettare gli obblighi finanziari, che con la singola «B» o addirittura con «B-» diventano maggiormente vulnerabili. Mentre con i vari gradi della «C» la vulnerabilità cresce fino a trasformarsi in estrema e con la «D» si arriva al default, cioè all’insolvenza di tutte o della maggior parte delle obbligazioni emesse.

Morale della favola: nessuno dei nostri sportelli è a questo punto, ma è impossibile non vedere che nel breve termine Carige è l’unico istituto valutato con una «C» e che nel lungo periodo Veneto Banca non va al di là di «B+» con una prospettiva negativa che potrebbe portare a nuovi downgrade.

GLI ALTRI GIUDIZI
E Moody’s? L’altra grande agenzia di rating ha di recente (marzo 2015) aggiornato la sua metodologia sui rating bancari prendendo in considerazione elementi che prima non erano presenti. Tra questi c’è l’analisi di «Loss Given Failure» (LGF). «Il primo cambiamento critico - spiega Greg Bauer, Managing Director Global Banking di Moody's - è l’introduzione di un’analisi LGF, che riguarda la perdita attesa e stabilisce l’impatto che il fallimento di una banca avrebbe sui suoi vari strumenti di debito e sui depositi, in assenza di ogni supporto». Cosa vuol dire: nel dare un voto alle banche Moody’s anticipa le conseguenze dell’accordo europeo sul bail-in che diventerà operativo dal gennaio del 2016. Insomma, incorpora nel voto il fatto che in caso di fallimento di una banca aumentano i rischi per i correntisti e diminuiscono le garanzie dello Stato.

E veniamo ai giudizi. Spicca in positivo la Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza (Cariparma) che viene giudicata con un rassicurante «A3». Migliorano i voti di Unicredit, Intesa San Paolo e Banca Nazionale del Lavoro, mentre restano a livello di «speculative grade» la Banca Popolare di Milano (“Ba3”), il Credito Valtellinese (“Ba2”), Banca Sella (“Ba1”), Banca del Mezzogiorno-Mediocredito Centrale e Mediocredito Trentino Alto Adige (“Ba1”).

Giudizi che per certi versi vengono confermati anche se analizziamo uno degli indicatori economici più importanti per una banca, il Roe. Il return on equity, l’indice usato per verificare il tasso di remunerazione del capitale di rischio, ovvero quanto rende il capitale conferito all’azienda dai soci. Anche in questo caso, i dati fanno riferimento al 2015, Carige si mette in evidenzia in negativo, con il -6,03%, mentre fanno bella mostra il 37,62% di Banca Generali, il 18,89% di Banca Ifis (che però arrivava dal 21,65% del 2014 e calerà al 14,16% nel 2016), l’8,08 di Credem e il 7% e passa della Popolare di Sondrio e di Intesa San Paolo.


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Categorie: Economia


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