Assassin’s Creed Unity, ci aspetta una Parigi spettacolare. Ubisoft ha saputo rinnovare la saga più amata dai videogiocatori anche se sono scaturiti molti, troppi problemi.

Prato
09:30 del 06/03/2015
Scritto da Gerardo

Non è facile descrivere il rapporto di un giocatore con gli Assassin’s Creed. È una relazione strana, fatta di alti e bassi, quasi come stare con una bella donna (o un bell’uomo, nel caso siate una delle nostre lettrici) brillante e capace di mantenere invariato il suo fascino nel tempo con il savoir faire e una cultura incredibile. Poi però si arriva all’atto pratico, e c’è sempre un concreto rischio di trovarsi di fronte a spasmi e situazioni abbastanza imbarazzanti che ci mettono davvero poco a far sparire la magia. Ora, perdonateci l’intro seriamente di cattivo gusto ma siamo convinti che il paragone sia abbastanza azzeccato, dopotutto abbiamo vestito i panni degli assassini svariate volte e ci siamo fatti un’idea ben precisa sulle loro avventure. Il marchio numero uno di Ubisoft porta con sé difetti tutt’altro che marginali trascinatisi per anni, e mancanze a cui quasi tutti sono sempre passati sopra in virtù delle ambientazioni magnifiche in cui i giochi della serie trasportano l’utente, della narrativa piuttosto appassionante e della qualità dei contenuti.

Di tempo tuttavia né è passato un po’ troppo, e adesso quelle problematiche appaiono evidenti quanto i difetti del partner in una coppia sposata da un’eternità. Forse è proprio per questo che Unity ci ha inizialmente catturato come non mai: era una ventata di freschezza, un titolo con le carte in regola per svecchiare il gameplay, rivoluzionare (pun intended) la struttura, e innalzare i capitoli della serie finalmente a livelli mai visti prima.


Immaginate la nostra delusione quando, volati in Francia per una lunga sessione review con queste aspettative, ci siamo trovati di fronte a un gioco capace di gettare al vento buona parte delle sue immense potenzialità. Unity non è un brutto lavoro, che la cosa sia cristallina, ma son troppe le teste cadute durante il suo sviluppo per poterlo premiare. Ed è meglio cominciare con l’analisi, perché le battutine e i rimandi al periodo storico han preso già una piega pessima se non l’aveste notato.

La ghigliottina

Unity parte da una base narrativa che dovrebbe essere una manna dal cielo per una casa come Ubisoft, la rivoluzione francese. Poche software house al mondo avrebbero potuto trattare meglio quel periodo storico e ancor meno coglierne l’essenza, tratteggiarne i protagonisti e sfruttarne gli eventi. Completata una prima fase non poco interessante, di cui evitiamo di spoilerarvi i dettagli, ci si rende invece conto che l’approccio alla trama stavolta è piuttosto... spento, e manca di ispirazione. Nei panni di Arno, e non dimenticatevi l’accento sulla o, affronterete una storia che rivede al centro le politiche interne di templari e assassini, e che rappresenta solo un piccolo passo avanti nelle tematiche che smuovono l’intera saga. La rivoluzione, a sua volta, non viene sfruttata a dovere, con pochi momenti in cui ci si sente partecipi degli smottamenti nell’ordine pubblico dovuti alle insurrezioni popolari, e personaggi storici inseriti nel gioco in tal numero da sembrare quasi messi lì a forza in molti casi. Lo stesso protagonista non aiuta più di tanto, rivelandosi un tiepido tentativo di rivaleggiare il buon Ezio, ma con una patologica mancanza di verve e intelligenza nella caratterizzazione.  Non c’è molto da salvare quando il tuo personaggio principale fa sembrare uno come il marchese De Sade la voce della ragione in più occasioni, in fondo.


Nonostante la loro introduzione quasi forzata, comunque, sono proprio le tante figure storiche accompagnate da innumerevoli rimandi azzeccati a salvare il copione. Personaggi come Napoleone e l’appena citato De Sade aggiungono colore a un cast che fatica a brillare di luce propria, senza contare il fatto che Unity è uno dei pochi giochi realmente educativi in circolazione per chi è seriamente interessato alla storia. Certo, più che della reinterpretazione degli eventi è il caso di curarsi dei documenti sparsi per il gioco, delle descrizioni dei luoghi più belli e importanti di Parigi e delle brevi biografie di certe grandi personalità, ma vi assicuriamo che la massa di informazioni non manca per chi apprezza questo genere di cose.

Tanto fumogeno e poco arrosto


Il gameplay ad ogni modo, più che la storia, era l’elemento su cui erano tutti convinti che Ubisoft non avrebbe fallito. La casa ha raramente sbagliato nel campo del controllo qualità, e da tempo riesce a tirar fuori esperienze con meccaniche funzionali e gradualmente sempre più rifinite. Unity, dal canto suo, aveva cambiato con forza gli ingredienti, appoggiandosi a un rinnovato sistema stealth capace di dare tutto un’altro senso all’esperienza e implementato in modo da rendere buona parte della campagna un sandbox di sorta.

Ecco, che lo stealth sia un’aggiunta graditissima lo abbiamo già precisato in passato, solo che ci sono alcuni problemi di fondo non indifferenti che vengono fuori quando si cerca di sfruttarlo con costanza durante le missioni. Il primo, e più evidente, è l’intelligenza artificiale: Arno ora può muoversi silenziosamente, nascondersi in copertura dietro agli oggetti, e mantiene persino l’utile capacità di mimetizzarsi tra le folle, ma i suoi nemici non sembrano aver notato più di tanto la differenza. Gli avversari sono e rimangono piuttosto ebeti, come se i loro pattern e comportamenti fossero ancora quelli, quasi invariati, dei vecchi Assassin’s Creed. Non reagiscono praticamente al suono (anche se gli sparate una lama fantasma a un millimetro dal collo), hanno campi visivi abbastanza ridicoli, tempi di reazione lunghi e sono mostruosamente exploitabili se si capisce come muoversi e cosa sfruttare nelle varie mappe.


Affrontarli resta discretamente divertente, anche in virtù di un rinnovamento generale nelle tipologie di quest e della spettacolarità dell’azione, ma è come se ad Ubisoft non avessero voluto agire con forza su certi fattori per evitare di aumentare in modo eccessivo il livello di sfida del gioco. La riteniamo una scelta comprensibile, per carità, ma non concepiamo come possa ritenersi sensato un tale sbilanciamento dei gadget a disposizione di Arno. Che si parli di lame a distanza, bombe stordenti o dei fumogeni, tutti gli oggetti del protagonista possono fare sfaceli. Avete problemi ad eliminare guardie corazzate o dalla parata facile? Un fumogeno e ve la filerete senza problemi, o potreste anche riuscire a ucciderle tutte prima che si riprendano dallo stordimento. Beccati tra la folla? Fumogeno. Ritenete il paesaggio troppo spento? Fumogeno. Affamati? Fumogeno. È la panacea di tutti i mali, un “I win button” devastante, che andava eliminato in toto o limitato con forza. Non utilizzatelo, diciamo sul serio, e la vostra esperienza migliorerà sensibilmente.

Con il nuovo motore sottobraccio gli sviluppatori hanno voluto sbizzarrirsi, inventandosi delle anomalie temporali che trasportano Arno in altri periodi storici. Un modo come un altro per inserire nel proprio gioco chicche come la Tour Eiffel, e per stupire ulteriormente il giocatore con la bellezza di Parigi. Perché l’elemento intoccabile di Unity è proprio questo, Parigi, una città virtuale enorme, splendida, e che resta un piacere visitare per ore ed ore. Dal gioco traspare un enorme amore per la capitale francese, ed è impossibile non apprezzarla un po’ di più dopo averlo completato. La sua resa e la fedeltà di certi monumenti fanno impallidire qualunque cosa l’abbia preceduta.


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Categorie: Videogames


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