La piaga del doping, riesplosa all'ultimo giro d'Italia, si arricchisce di una nuova sconcertante rivelazione

Roma
00:00 del 24/06/2013
Scritto da Albertone

Lo chiamavano Kaiser Jan, complice la sua origine tedesca e quel modo di allenarsi che sembrava ereditato dalle scuole teutoniche tutto forza e disciplina. Ieri, per la prima volta, Ullrich ha gettato la spugna come aveva fatto alcuni mesi fa il suo acerrimo nemico Lance Armstrong. Anche lui, purtroppo vien da aggiungere, faceva parte del “circolo” del dottor Fuentes. Un circolo vizioso e viziato, nel quale entrava chi accettava il compromesso pur di primeggiare in uno sport di fatica e sacrificio come il ciclismo.

Ullrich nella sua carriera ha trovato avversari praticamente invincibili: da Pantani ad Armstrong, passando per le meteore che hanno caratterizzato il Tour de France a cavallo fra fine Novecento ed inizio millennio. Quel senso di frustrazione, di incapacità di raggiungere l’obiettivo senza far ricorso a qualche espediente non concesso, devono averlo logorato a tal punto da convincerlo ad accettare la scorciatoia.

Kaiser Jan è diventato così “uno qualunque”, tanto da esser stato squalificato dal mondo del ciclismo, messo alla porta per aver violato ogni regola di lealtà sportiva. Ullrich si difende, assicura di non aver mai assunto doping e di aver “soltanto” fatto ricorso all’autoemotrasfusione. Una tecnica pericolosa, che prevede il prelievo di una dose massiccia di sangua, l’arricchimento di ossigeno e la reimmissione nell’organismo con una capacità più elevata di sostenere lo sforzo.

Grazie al doping ematico, Ullrich avrebbe raggiunto i risultati che gli sono poi stati messi in dubbio. Senza quelli, sostiene la giustizia sportiva, nemmeno il suo carattere chiuso e testardo avrebbe potuto portarlo così in alto. Eppure, il mondo del ciclismo ai suoi tempi era profondamente malato. Scandali più o meno attesi come dimostra la squalifica del Team Festina, le incredibili progressioni di Lance Armstrong che in diretta tv ha confessato di aver ottenuto quegli obiettivi grazie ad aiutini esterni vietati dal regolamento. E, ancora, il caso Pantani e i tanti ciclisti che avevano puntato sul doping per arrivare (o restare) in alto.

C’è chi ha esagerato e ha pagato con la vita, c’è chi si è arreso al “così fan tutti” finendo travolto dall’onda mediatica una volta scoperto, c’è chi si è rifiutato di unirsi alla massa chiudendo una carriera senza gioie. E poi c’è la tragedia tutta italiana di un doping malato e contorto. Il caso di Riccardo Riccò, squalificato e poi radiato per recidiva, è l’emblema dell’incapacità di perdere il vizio. Ma il nostro Paese, da sempre fra i più affezionati al ciclismo, vive in queste ore l’ennesimo episodio doloroso: Danilo Di Luca e Mauro Santambrogio dovranno spiegare perché mai il valore dell’ematocrito del loro sangue fosse superiore alla media.

Un caso, quello dei compagni di squadra alla Vini Fantini Selle Italia, esplodo durante il Giro d’Italia appena concluso. Prima Di Luca, che nonostante l’età stava disputando una corsa da protagonista, e poi Santambrogio, vincitore di una tappa e nella top ten della classifica generale. Entrambi hanno riaperto una ferita che nemmeno la confessione di Kaiser Jan riuscirà a richiudere. Nemmeno lui, che con la sua abnegazione sognava di scalare il mondo.


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Categorie: Cronaca, Sport Generici


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