Sono decine le società che dal professionismo ripartono dal dilettantismo complica la mancanza di soldi. E così tante nobili decadute si ritrovano a giocare sui campetti di periferia

Messina
12:00 del 01/08/2013
Scritto da Albertone

C’è un calcio che muore sotto la crisi. Ogni estate, da una decina di anni a questa parte, la moria di società aumenta sempre più. Inarrestabile, irrefrenabile. È il calcio che non gode dei profitti delle televisioni, che non ha introiti col merchandising, che vive nei paesi (talvolta città) di periferia con una funzione più sociale che sportiva. È il mondo del dilettantismo, di chi corre dietro ad un pallone dopo una giornata di lavoro. Da sempre, ogni Comune aveva la sua squadra, talvolta più d’uno, dove finiva il campione incompiuto, lo stopper ruvido ma lento, l’attaccante col fiuto del gol ma la testa rivolta più alle notti brave in discoteca che a palestra e lavagna tattica.

La serie D è sempre stata la soglia verso il professionismo, dall’Eccellenza alla Terza Categoria il rifugium peccatorum nel quale finivano i ragazzi di paese con discreta propensione al pallone. Questi mondi stanno sparendo per effetto della crisi. I motivi? Tanti, un paio quelli essenziali. A partire dal primo: gli sponsor sono letteralmente fuggiti. Scappati, introvabili. Non c’è più un’azienda che accetti di versare anche solo qualche migliaio di euro per tenere in piedi squadre senza particolari pretese. E chi ancor oggi prevede a bilancio una somma consistente di denaro da devolvere alla formazione, lo fa più per una passione personale che per un reale ritorno di immagine. Anche se, a dirla tutta, in serie D e in Eccellenza sono finite squadre dal passato glorioso. Due esempi su tutti: militano nel dilettantismo Messina e Ancona, squadre che fino a pochi anni fa se la giocavano in serie A trainate da bomber di razza come Zampagna e Hubner.

Oggi il mondo è cambiato e i loro contesti sportivi della domenica sono trasferte in rioni e campetti di terra e fango nelle domeniche invernali. I tifosi si sono allontanati alla ricerca di altre emozioni, gli sponsor pure azzerando le possibilità di ritorno fra i professionisti. Dove, per la verità, qualcuno nemmeno più vuole ritornare. Il passaggio dalla serie D alla Lega Pro è in sostanza il cambio di un universo e lo dimostra il 20% di squadre che per l’annata 2013-2014 non ha le carte in regola per confermare l’iscrizione ai campionati professionistici dell’ex C1 e C2. Ma anche nel dilettantismo le società saltano per aria, si fondono e si ricompongono come puzzle impazziti, addirittura scelgono di mantenere in vita solo il settore giovanile.

La prima squadra costa troppo fra rimborsi spese ai giocatori, stipendi a allenatori, vice allenatori, massaggiatori, preparatori atletici, medici sociali, magazzinieri e segretari. Una mole di denaro che significa quasi 100mila euro per affrontare una Promozione, circa il doppio per un’Eccellenza di alto livello, circa il triplo per una serie D di medio livello. Cifre di fronte alle quali il calcio dilettantistico di oggi si arrende in partenza: si salvano i piccini che possono continuare a correre dietro una palla, ma non si salva una storia di campanilismi che la crisi sta instancabilmente abbattendo.

 


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Categorie: Calcio


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