Alla mia bambina rivolgero’ una preghiera. Le confessioni di una madre disperata

Salerno
09:30 del 01/03/2015
Scritto da Gerardo

Quarantotto chili.

Mi sono impegnata parecchio per raggiungere quel peso. Ero leggera. Ero fragile. Contavo i chicchi di mais. La mia pelle era priva di colore, punteggiata di pori ostruiti, e i miei occhi si stavano ingiallendo, mentre i miei organi esterni si stavano corrodendo, come a testimoniare la lotta che infuriava al mio interno.

Ma mi si potevano vedere le clavicole, e non m'importava d'altro.

Stando al mio calcolatore IMC (indice di massa corporea, ndt) avevo finalmente superato la soglia del "sottopeso", l'obiettivo che mi perseguitava. Ma bramavo sempre di meno (e di meno, e di meno). Celebravo la mia debolezza, traducendola in forza. Trasudavo insicurezza. La parola "mostruosa" esercitava una certa influenza debilitante su di me. Se mi aveste detto che ero "grassa", sarei caduta a pezzi.

Perché era di quello che m'importava.

A livello emotivo, mentale... cellulare, stavo morendo di fame. Mi ci sono voluti anni per imparare ciò che so adesso, ma mi ci voleva lei, perché lo capissi sul serio.

Tre chili e due di redenzione. Una minuscola bambina che portava con sé un'overdose di lucidità. C'è voluto il mio corpo che si ampliava per ospitare un bambino. Ci sono volute le mie ossa che si facevano carico del peso di un altro essere umano. C'è voluto l'allargarsi, lo stringersi, il ferirsi, lo strapparsi - c'è voluto tutto - per riuscire finalmente ad accettare il mio corpo in tutta la sua gloria.

Il mio corpo, che prima d'allora ho odiato tanto, aveva costruito quello di mia figlia.

Per me, ciò è niente meno che un miracolo.

Dal primo momento in cui ci siamo incontrati, la responsabilità di insegnarle come amarsi si è caricata fermamente, instancabilmente, sulle mie spalle.

Sono ancora piuttosto incerta su ciò che farò per assicurarmene. Quando avevo appena sette anni, già contemplavo ammirata il volto di Catherine Zeta Jones sulla copertina di una rivista. Non so come accada. Non so come noi donne passiamo dall'essere bambine che si mandano i baci allo specchio, a giovani ragazze che pizzicano le proprie pance, o evitano a priori il proprio riflesso. C'erano così tante piccole cose nella mia vita che si sono andate sommando. Piccole cose che sono passate inosservate finché non mi sono ritrovata inginocchiata in bagno, facendo scorrere l'acqua del rubinetto per lavar via il suono del mio autoinflitto malessere.

Non ho idea di come proteggere mia figlia dalla sessualizzazione delle donne che domina questo pianeta.

Non ne ho idea.

Ma a mia figlia, rivolgerò una preghiera: "Innamorati prima di te stessa" - è tutto ciò che importa.

E non intendo dirlo nel senso dell'amore tollerante, condizionato, di quando ti guardi allo specchio e ti piaci. Intendo nel modo radicato e profondo, appassionato, irrevocabile, di quando ridi di te stessa.

Il giorno in cui mia figlia mi volgerà lo sguardo, l'innocenza nei suoi occhi ancora intatta, e mi chiederà se è carina, vorrò prenderla, scuoterla per le spalle, e urlarle "SI'". In quel momento cruciale, certo non metterò l'accento su quanto bella penso che sia la combinazione dei geni del padre e dei miei ritratta nel suo volto.

Al contrario, le dirò che il suo cuore ha una forza tale da avergli permesso di ricominciare a battere anche dopo essersi fermato. Non metterò l'accento sui ricci quasi-perfetti dei suoi capelli, o del mare blu che nuota nei suoi occhi.

Al contrario, si sentirà dire che è dotata di ossa e muscoli in grado di trasportarla da una parte all'altra senza che si stanchi. Che è in grado di osservare, ed ascoltare, e assaggiare il gusto di questa vita proprio grazie al corpo in cui risiede. Metterò l'accento sulla conoscenza, sulla verità e la creatività che albergano nella sua mente. Le dirò che ha dieci dita che hanno memorizzato il linguaggio dei segni, e una bocca che pronuncia parole per far sì che possa comunicare tutto ciò che prova. Le dirò che ha un corpo capace, un corpo potente. Un corpo che dona ogni singolo giorno che passa alla sua vita, e guarisce quando s'ammala. Un corpo che dona tanto, e in cambio non chiede altro che amore.

Quando mia figlia avrà dodici anni, colpita dalla prima folata d'insicurezza, e intenta a sezionare mentalmente il proprio aspetto, spero non si concentri sullo spazio che ci sarà o non ci sarà fra le sue gambe. Spero che non misuri la simmetria del proprio volto, o la profondità dei suoi pori. Spero invece che ciò che vedrà ricambiare il proprio sguardo allo specchio sarà il guscio dello spirito che ha in sé. Spero che sappia che il numero sulla bilancia rappresenta solo la relazione numerica fra il suo corpo e la forza di gravità.

Un numero che non conta niente.

Mi assicurerò che sappia come donna, come persona, che il suo corpo le appartiene. Non appartiene, e mai lo farà, a me, al padre o a chiunque altro. Saprà che non sarà tenuta ad essere tenera per il semplice fatto che ha dei cromosomi XX. Saprà che non deve essere delicata o amorevole a meno che non sia lei a volerlo. Voglio che sappia che non dovrà diluirsi per evitare d'intimidire gli altri. Spero che non chieda mai scusa per la propria fiducia in se stessa. Spero che diventi una forza con cui bisognerà fare i conti.

Un uragano.

Voglio che sappia che amare il proprio corpo significa prendersene cura. Significa ascoltare il proprio corpo, muovere il proprio corpo, nutrire il proprio corpo con ciò che istintivamente brama. Non m'importa se questo significhi farsi una spremuta di cavolo o regalarsi un gelato, finché è un gesto fatto con amore.

Voglio che sappia che quando Manifesterà questo genere d'amore, il suo corpo lo ricambierà immediatamente. Questo è importante. Questo conta.

Sin dagli inizi della sua vita, prego che possieda una solida consapevolezza di ciò che io invece ci ho messo tanto a capire: Non sei tenuta ad essere bella.

Dovrà sapere che la bellezza, da un punto di vista estetico - così come l'intelligenza, il talento o il senso dell'umorismo - di fronte alla sua autostima, o a quella di chiunque, sono irrilevanti. Tutte queste cose vengono eclissate dalla verità che lei è un essere umano. Deve sapere che, in quanto essere umano, il suo tono di voce non sarà mai Troppo Alto, e che lo spazio che occuperà non sarà mai Troppo Vasto.

Infine, spero che questo amore-di-sé che le scorrerà dentro sarà tanto sovrabbondante da tracimare nelle vite della gente che incontrerà durante la sua.

Col mio esempio le insegnerò che, in ultima analisi, amare se stessi è la prima di tutte le vittorie. E questo è ciò che conta.


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Categorie: Curiosità, Sociale


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