Il Nuovo Centrodestra mantiene i suoi tre ministeri nel neonato Governo di Matteo Renzi, si conferma propenso al dialogo con il centrosinistra e guarda sempre più di malavoglia a Silvio Berlusconi

Roma
14:22 del 23/02/2014
Scritto da Albertone

Stavolta non c’è il lieto fine o la parabola del figlio al prodigo. Angelino Alfano non rinnega i propri passi, non chiude un partito fondato quasi d’istinto per rabbia e frustrazione, non torna neppure alla base dove controvoglia Silvio Berlusconi gli avrebbe comunque riaperto la porta. Il Nuovo Centrodestra, l’ennesimo movimento politico di un’Italia sempre più frammentata, prosegue nel proprio dialogo col centrosinistra e vede i suoi tre Ministri tutto riconfermatissimi dal neopremier Matteo Renzi.
Beatrice Lorenzin, Maurizio Lupi e lo stesso Angelino Alfano restano nella squadra di Governo dove si occuperanno – fra le varie deleghe – di Interni e Infrastrutture. Nessun ramo secondario, nessun contentino. Il NcD è forza di governo e di maggioranza, grazie alla quale Renzi può sperare di governare – come lui vorrebbe – fino al 2018. Ma, alla luce dei seggi distribuiti al Senato, l’unica chance per il Pd è sperare nella fedeltà di Angelino Alfano, nato alla corte del Cavaliere, rapidamente salito di grado, divenuto vicepremier e poi improvvisamente (ma nemmeno troppo) uscito dal Pdl per fondare un Movimento di cui è leader e mentore. Un partito, il suo, che si ispira ad una destra riformatrice, che lascia da parte i riferimenti al comunismo, alle bandiere rosse, alle falci e martello e via discorrendo, per puntare su un elettorato di maggior livello qualitativo. I maligni dicono che per ora abbia dalla sua solo una parte di Comunione e liberazione e percentuali da prefisso telefonico di industriali e imprenditori, la realtà è che i sondaggi danno il NcD fra il 5% senza aver neppure mai iniziato la campagna elettorale.
Silvio Berlusconi se n’è accorto ben presto e per limitare il peso di Alfano ha scelto di metterlo alle strette levandogli il suo compagno di alleanza naturale, quel Pierferdinando Casini che ha riportato l’Udc e lo scudo-crociato sotto l’egida di Forza Italia e del Cavaliere. Un’operazione bollata come azzardo dalla base degli ex democristiani, già precipitati da tempo sotto la soglia del 4,5% utile (in base al teorico Italicum) per entrare in Parlamento. Senza un compagno di strada comunque di valore come l’Udc, Alfano si trova così a dover scegliere se imboccare la strada della corsa solitaria con conseguente – quasi certa – esclusione dalle sedi istituzionali, se provare un’improbabile alleanza con la sinistra riformista o se invertire la rotta e tornare con Forza Italia.
In qualunque caso, giurano gli esperti, andrà incontro ad un fiume di polemiche che rischia di minargli le basi del partito. Così, per ora, il paravento è quello di far parte del Governo, senza più il ruolo di vicepremier che Renzi gli ha sfilato da sotto il naso, ma con una visibilità pubblica sufficiente per far sapere al mondo di esistere e di fare. Presto per dire se sarà così fino al 2018, certo è che il momento della scelta è almeno rinviato…


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Categorie: Cronaca, Politica


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