Con la Sampdoria ha vinto un campionato e sfiorato una Coppa dei campioni, ma soprattutto ha fatto dell’ironia la sua arma vincente. Se n’è andato a 82 anni, il mondo del pallone è in lutto

Genova
08:17 del 28/04/2014
Scritto da Albertone

“Rigore è quando arbitro fischia”. Stop. Le polemiche per lui finivano lì. E ai giornalisti che ossessivamente gli ripetevano qualche domanda maliziosa sottoponendogli le immagini della moviola, rispondeva con una frase che è poi entrata nella storia del calcio. Vujadin Boskov del pallone sapeva tutto, o forse sapeva intuire l’alchimia che poteva nascondersi dentro uno spogliatoio o dietro un campione. Un maestro che se n’è andato a 82 anni, dopo un lungo periodo di malattia. Lo piangono tutti, in primis Vialli e Mancini, i fratelli del gol blucerchiati che con lui hanno vinto uno Scudetto e sfiorato una Champions League. Tempi che a Genova, sponda blucerchiata, difficilmente torneranno.
Boskov ha scritto pagine indimenticabili, si è fatto voler bene da tutti sfruttando il suo innato senso dell’ironia. Qualche esempio? “In campo sembravamo turisti, con la differenza che per entrare allo stadio non abbiamo pagato il biglietto”, “Non ho bisogno di fare la Dieta: ogni volta che entro a Marassi perdo 3 chili”, “Pallone entra quando Dio vuole”, “La partita finisce quando arbitro fischia”, “Squadra che vince non si cambia”, “Io penso che per segnare bisogna tirare in porta”, “Meglio perdere una partita 6-0 che sei partite 1-0”, “Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri”.
Un elenco interminabili. Boskov era fatto così. Parlava a pelle, poco attento al Politically correct, sfruttando l’entusiasmo e rintuzzando le polemiche facendo da paracadute. Nato nel 1931 a Begec, villaggio a 15 chilometri da Novi Sad in Voivodina (in Serbia), Boskov si era distinto già come calciatore trascorrendo quasi tutta la carriera (dal 1946 al 1960) nel Vojvodina di Novi Sad (185 presenze e 15 gol), disputando anche 57 Incontri con la Nazionale jugoslava nei ruoli di mediano o mezzala, disputando un’Olimpiade e due Mondiali.

A 30 anni poi inizia il suo rapporto d’amore con la Sampdoria. A Genova c’è il mare, ma c’è soprattutto un clima di semplicità e di entusiasmo. Ci gioca per una stagione, nel 1961-1962, il suo fisico non è al meglio ma si capisce che la storia anziché essere conclusa prematuramente è appena iniziata. Da allenatore si siede sulle panchine di Fk Vojvodina, nazionale jugoslava, Den Haag e Feyenoord, Real Zaragoza, Real Madrid (conquistando una finale di Coppa dei Campioni, un campionato e due Coppe di Spagna) e Sporting Gijon in Spagna, quindi in Italia accetta le proposte di Ascoli, Sampdoria, Roma, Napoli e Perugia.
Ma dire Boskov significa dire Sampdoria. Lo prese Paolo Mantovani, che bonariamente disse di aver ingaggiato uno “zingaro della panchina” e gli affidò le chiavi di una squadra irripetibile, leggendaria: Vierchowod e Lombardo, Pari e Dossena, Cerezo e Mannini. Genovo si prostrò ai suoi piedi, un gruppo allegro e affiatatissimo dentro e fuori dal rettangolo verde che aveva in Boskov la guida e il collante, il maestro e il regista.
L’astuto Boskov dirà: «Nella mia vita ho vinto, ma lo scudetto con la Samp è il più bello e più dolce. Perché l’ho conquistato nel campionato più difficile ed equilibrato del mondo e perché era il primo per una società che doveva ancora compiere mezzo secolo di vita. È un po’ come quando ti nasce il primo figlio: gioia e allegria sono maggiori». Quando allenava la Samp, c’era chi diceva: la formazione la decidono Vialli e Mancini. Risposta di Boskov: «Questi discorsi non mi facevano né caldo né freddo. L’ unica cosa che mi dà fastidio è la sconfitta».


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Categorie: Calcio


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