Ogni anno, puntualmente con l’avvio della presentazione delle dichiarazioni dei redditi, nelle sue varie forme, dal modello 730 all’Unico, si ripropone il tema dell’Otto per mille

Roma
07:00 del 08/06/2016
Scritto da Luca

Ogni anno, puntualmente con l’avvio della presentazione delle dichiarazioni dei redditi, nelle sue varie forme, dal modello 730 all’Unico, si ripropone il tema dell’Otto per mille. Questa quota di imposta, calcolata sull’ammontare complessivo dell’Irpef, rappresenta dal 1985, quando fu introdotta, una forma di contribuzione alle varieChiese presenti in Italia, che il contribuente può decidere in maniera autonoma. Da qualche tempo si è aperto però un dibattito molto accesso sul sistema con cui questi fondi vengono ripartiti, e sugli inevitabili vantaggi che acquisirebbe in particolare la Chiesa cattolica rispetto ad altre comunità religiose. Vantaggi che molti ovviamente fanno discendere dalla preponderante diffusione nel nostro Paese di questa religione, ma che qualcun altro lega anche a meccanismi legati alla ripartizione dell’Otto per mille che forse andrebbero in alcuni casi rivisti e corretti. Ma vediamo nel dettaglio come funziona il meccanismo dell’Otto per mille.

Come ogni anno è arrivato il momento di pagare le tasse e di decidere a chi destinare il proprio 8 per mille, una quota dell' IRPEF che è possibile usare per finanziare la propria confessione religiosa o altre attività sociali e umanitarie realizzate dallo Stato. Ma a chi vanno davvero i soldi dell' 8 per mille? La risposta è contenuta in alcune recenti inchieste giornalistiche e soprattutto in un rapporto della Corte dei Conti pubblicato lo scorso ottobre: almeno in parte, finiscono a pagare multe delle curie oppure in investimenti spericolati; vengono distolti per legge dalla funzione a cui li aveva destinati il contribuente oppure vengono indirizzati dove non dovrebbero andare con delle vere e proprie truffe.

E la cosa più paradossale è che questo giro di affari del valore ogni anno di quasi un miliardo e mezzo di euro (circa la metà del gettito dell' imu sulla prima casa) va avanti oramai da decenni, senza che nessun governo cerchi di intromettersi in una materia che molti ritengono troppo ingarbugliata da risolvere. L' 8 per mille venne introdotto per la prima volta nel 1985, con l' idea di destinare l' 8 per mille del gettito IRPEF a scopi di «interesse sociale», e dare la possibilità ai cittadini di cedere la propria quota allo Stato oppure alla propria confessione religiosa.

In realtà, per i cattolici le cose sono andate piuttosto spedite e la Chiesa ha subito cominciato a incassare una cifra che nel giro di un paio di decenni si è quasi decuplicata a causa dell' aumento del gettito IRPEF - tanto che la Corte dei Conti sottolinea da anni che in un quadro di riduzione della spesa pubblica, il gettito dell' 8 per mille è uno dei pochi trasferimenti che continuano a crescere, portando «a un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana». Per le altre confessioni le cose sono andare più a rilento.


Lo Stato ha impiegato cinque anni a riconoscere luterani, induisti, buddisti, mentre le altre confessioni hanno dovuto aspettare in media un paio d' anni. Non esiste alcuna intesa con le numerose organizzazioni che rappresentano i musulmani in Italia.
L' idea alla base della norma era spendere in attività assistenziali l' intero 8 per mille del gettito IRPEF. Per questo venne prevista sin da subito l' opzione di assegnare la propria quota allo Stato.

In questo modo anche le persone non religiose, o che non si rispecchiano in nessuna delle confessioni riconosciute, possono versare il denaro per finanziarie imprese meritorie, come la cooperazione internazionale, o, dal 2015, l' edilizia scolastica. Sulla base di questo principio, chi non esprime una preferenza sulla destinazione da dare all' 8 per mille si vedrà comunque redistribuita la propria quota, in proporzione alle scelte fatte dagli altri contribuenti.

In sostanza funziona più o meno così: l' 8 per mille di tutto il gettito IRPEF viene messo da parte e poi distribuito sulla base delle percentuali di coloro che hanno espresso una preferenza, cioè poco meno della metà degli italiani ogni anno. In questo modo, anche chi non ha espresso una preferenza, vede i suoi soldi finire distribuiti in proporzione a chi ha effettivamente compiuto una scelta. Quindi, nel 2015, l' 80 per cento di tutto il gettito, quasi un miliardo di euro, finirà alla chiesa cattolica, nonostante solo il 36,75 per cento dei contribuenti abbia indicato la chiesa cattolica come destinatario.

E anche su questo 36,75 per cento è legittimo avere qualche dubbio. Nel suo rapporto, la Corte dei Conti illustra i risultati di una serie di indagini a campione effettuate dall' Agenzia delle Entrate nei CAF Acli e Mcl, i centri di assistenza fiscale gestiti dai sindacati cattolici. Ne è venuto fuori che in quasi il 10 per cento dei casi si sono verificate delle irregolarità. Ad esempio, nel 5 per cento dei casi i centri non avevano conservato la copia originale della dichiarazione compilata dal contribuente, oppure la dichiarazione presentava una destinazione dell' 8 per mille differente da quella indicata nel documento originale.
Semplici errori che possono capitare? Può essere, in ogni caso più dell' 80 per cento degli «errori» era a favore della Chiesa cattolica.

Di recente, la magistratura si è interessata spesso a come vengono spesi questi soldi. In genere la Conferenza Episcopale Italiana, che di fatto gestisce i fondi dell' 8 per mille, divide il denaro in tre destinazioni: la prima è «esigenze di culto», per le quali nel 2015 ha speso 403 milioni, distribuiti in attività come costruzione di nuovi luoghi di culto, spese delle diocesi, dei tribunali ecclesiastici e via dicendo. La seconda voce è il sostentamento del clero, costato nel 2015 327 milioni. Infine ci sono le attività caritative vere e proprie: nel 2015 la Cei ha speso in questa attività 265 milioni, meno di un terzo del miliardo che ha ricevuto. Su come vengono spesi questi fondi, la Corte dei Conti precisa che non esiste alcuna forma di controllo. Fatta salva la libertà di spenderli nel modo che preferiscono, la Corte ha specificato che sarebbe comunque necessaria una qualche forma di supervisione. Quest' anno, per la prima volta, la Cei sembra intenzionata a migliorare il livello di trasparenza, ad esempio richiedendo che singole diocesi inizino a pubblicare bilanci preventivi e consuntivi delle loro attività finanziate con l' 8 per mille. E di maggiore trasparenza sembra proprio esserci bisogno, visto che gli scandali che riguardano la gestione dell' 8 per mille sono diversi.


C' è ad esempio quello che riguarda l' ex vescovo di Cassino, Pietro Vittorelli, accusato di aver sottratto i fondi dell' 8 per mille destinati all' Abbazia più antica d' Italia. Il Vescovo è accusato di aver prelevato più di mezzo milione di euro. Un' altra inchiesta, indicata dalla stessa Corte dei Conti nel suo rapporto, riguarda invece la sottrazione di fondi dell' 8 per mille della diocesi di Trani, con cui sarebbero state pagate, tra le altre cose, alcune multe. E di questi giorni sono anche le notizie di numerosi enti religiosi che avevano investito i proventi dell' 8 per mille nelle azioni della Banca Popolare di Vicenza (il tipo di investimento più pericoloso in assoluto), perdendo così svariati milioni di euro arrivati dalle tasche dei contribuenti.

Ma se la Chiesa dovrebbe lavorare sulla trasparenza, lo Stato non è da meno. La Corte dei Conti fa notare che il governo non fa quasi alcuna pubblicità della possibilità di destinare il proprio 8 per mille a progetti pubblici. Soltanto nel corso della seconda metà dell' anno scorso alcuni siti del governo hanno iniziato a fornire questo tipo di informazioni, oltre a dati storici e contabili sugli anni precedenti - anche se alcuni link, in particolare sul sito del Ministero delle Finanze, non risultano attivi. Con tutto questo disinteresse non sembra un caso che soltanto il 7 per cento dei contribuenti abbia deciso di barrare la casella dell' 8 per mille per progetti pubblici. E curiosamente, questi soldi a volte finiscono comunque per ritornare alla Chiesa Cattolica. È il caso ad esempio degli svariati milioni di euro di competenza statale che sono stati utilizzati per restaurare la facciata e il cortile della Pontificia Università gregoriana di Roma. Nonostante siano stati utilizzati i soldi che i contribuenti italiani volevano destinare alla tutela del patrimonio italiano, l' edificio dell' università tecnicamente non appartiene al nostro Paese, visto che gode della extraterritorialità. Inoltre, come scrive la Corte di Conti, la facciata dell' edificio non ha «particolare pregio», soprattutto se paragonata alla lunghissima lista di monumenti italiani che avrebbero bisogno di interventi urgenti.


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Categorie: Denunce, Economia, Editoria


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