Le crisi bancarie fanno le prime vittime. Nelle prossime settimane, con ogni probabilità, i possessori di obbligazioni subordinate di Banca Marche dovranno partecipare al primo bail-in in salsa italiana

Torino
11:45 del 03/10/2015
Scritto da Gregorio

Le crisi bancarie fanno le prime vittime. Nelle prossime settimane, con ogni probabilità, i possessori di obbligazioni subordinate di Banca Marche dovranno partecipare al primo bail-in in salsa italiana. Dal primo gennaio entrerà in vigore il nuovo meccanismo di salvataggio degli istituti in difficoltà, che prevede l’esborso anche da parte dei privati (azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100mila euro), ma per chi ha dato fiducia negli anni passati alla banca con sede a Jesi il coinvolgimento diretto dovrebbe scattare in anticipo.  In pratica le decine di migliaia di correntisti-obbligazionisti, e in parte minore altre istituzioni bancarie e fondi, subiranno la conversione coatta dei loro bond subordinati in azioni. Azioni che negli ultimi mesi sono state penalizzate da una doppia svalutazione, decisa dai commissari che gestiscono la banca da quasi due anni e in scadenza a fine ottobre, e che potrebbero essere ulteriormente svalutate. In teoria gli obbligazionisti subordinati potrebbero vendere sul mercato i loro bond, ma basta dare un’occhiata all’andamento sul mercato dei titoli sotto osservazione: il prezzo è sceso dai 100 di partenza a quota 34-35. In ballo ci sono grosso modo 400 milioni di euro, un sacco di famiglie e indirettamente tutti i correntisti italiani. Perché, alla fine, per il salvataggio di Banca Marche servirà soprattutto l’intervento del Fondo di Tutela dei Depositi bancari, che raggruppa tutti gli altri gruppi italiani e che emetterà obbligazioni sul mercato proprio per ricapitalizzare - si parla di oltre un miliardo - per provare a risanare Banca Marche prima del gennaio 2016, quando tutto il bail-in sarà realtà e allora, non solo gli obbligazionisti subordinati, ma pure tutti i grandi correntisti, dovranno cedere parte del loro patrimonio per soccorrere un istituto finito in sofferenza per una gestione sotto inchiesta: gli avvocati dell’istituto commissariato hanno chiesto agli ex amministratori 282 milioni di danni.  La frase di Bankitalia - Tutti si chiederanno: ma se il bail-in scatterà l’1 gennaio, perché azionisti e obbligazionisti subordinati dovranno pagare subito? La definizione tecnica si chiama «burden sharing», contenuta anche nel vademecum di Banca d'Italia sulla nuova legge che disciplina i salvataggi bancari. Pagina 7 del documento, ultimo paragrafo. Ecco cosa c’è scritto: «In Italia la completa applicazione del bail-in è prevista solo a partire dal 2016; tuttavia, la svalutazione o la conversione delle azioni e dei crediti subordinati, fra cui gli strumenti di capitale, sarà applicabile già da quest’anno, quando essa sia necessaria per evitare un dissesto. Gli orientamenti sull’applicazione della disciplina sugli aiuti di Stato adottati nel 2013 dalla Commissione europea già prevedono la necessità di coinvolgere gli azionisti e i creditori subordinati prima di un eventuale supporto pubblico, attraverso la svalutazione o la conversione dei crediti in azioni, quale misura di burden-sharing necessaria per ritenere il sostegno pubblico compatibile con la disciplina sugli aiuti di Stato». La questione è questa: l’Antitrust europeo, che dovrà comunque dare il via libera all’ingresso del Fondo di Tutela dei Depositi bancari nel capitale di Banca Marche, sostiene che un intervento solo del Fondo potrebbe sottendere un aiuto di Stato. Vanno insomma chiamati in causa anche tutti i creditori subordinati. Di Banca Marche, ma non solo. Governo in ritardo - Si dà il caso infatti che su un salvataggio quantificabile in 370 milioni di euro su Cassa di Risparmio di Ferrara (Carife), circa 300 saranno investiti dal Fondo di Tutela dei Depositi bancari, ma 70 dovranno arrivare dalla conversione in azioni - con perdita di valore - degli obbligazionisti subordinati che si erano fidati dei prodotti venduti agli sportelli Carife. Un percorso simile è immaginabile anche ad Arezzo, dove la Popolare dell’Etruria, la banca dove era vicepresidente il papà del ministro Maria Elena Boschi, rischia di arrivare con zero capitale a fine anno. L’istituto popolare, commissariato da febbraio, vedrà anch’esso l’ingresso del Fondo di Tutela dei Depositi bancari per un ammontare ancora da definire - pare intorno ai 200 milioni - ma altri 200 circa arriveranno dalla solita conversione di bond subordinati in azioni. Un altro bagno di sangue, dopo la beffa del congelamento delle azioni in seguito al commissariamento.  Tirando le somme, possiamo dire che si ridimensioneranno di molto i 700 milioni di risparmi investiti in bond di decine di migliaia di famiglie italiane - sparse tra le Marche, l’Emilia e la Toscana - con il rischio che l’operazione non basti e che anche le azioni finiscano nel tritacarne del bail-in. C’è poco tempo - tre mesi - per mettere in piedi l’operazione salva-banche, ma il governo non brilla in tempismo. Ai primi di settembre ha approvato i decreti attuativi del bail in, ma prima dell’entrata in vigore bisogna che i testi ottengano l’ok dalla Commissioni Finanze di Camera e Senato, prima di tornare a Palazzo Chigi e diventare esecutivi. È passato quasi un mese dall’approvazione del Consiglio dei ministri. Che aspettano Renzi e Padoan? Perché poi, prima di partire con il salvataggio, il Fondo dovrà avere i via libera di Bankitalia, Antitrust Ue e Bce. In teoria ci vogliono 60 giorni, ma così si arriva a metà dicembre. Al limite. Da gennaio non pagheranno solo azionisti e obbligazionisti, ma anche i grandi correntisti...


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Categorie: Economia


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